Due spicci: l’animazione è diventata grande

Regia: Zerocalcare
Produzione: Italia (Netflix, Movimenti Production)
Formato: Miniserie animata di 8 episodi (30-50 minuti circa ciascuno)

La nuova serie di Zerocalcare, Due spicci, è tornata ai livelli della prima. La seconda mi aveva lasciata più tiepida, mentre questa mi ha conquistata fin dal primo episodio.

Una cosa che apprezzo molto è che le tre serie sono indipendenti: anche chi non ha visto Strappare lungo i bordi o Questo mondo non mi renderà cattivo può iniziare tranquillamente da qui.

Ancora una volta Zerocalcare riesce a fare quello che gli riesce meglio: mescolare ironia e malinconia, leggerezza e riflessioni profonde, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra. Si ride, ci si riconosce nei personaggi e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova a riflettere su temi molto attuali. Michele Rech credo stia facendo qualcosa di davvero importante per l’animazione italiana, dimostrando che un prodotto animato non è soltanto intrattenimento per bambini, ma può raccontare con enorme efficacia il mondo degli adulti, anche usando una buona dose di fantasia.

Merita una menzione speciale anche il comparto musicale: dalla sigla, “Non ti riconosco più” di Giancane, alle canzoni inserite negli episodi, ogni scelta è perfettamente coerente con il tono della storia e contribuisce a renderla ancora più coinvolgente.

Per me è assolutamente da vedere e vi dirò che, dopo la visione di questa stagione, ho capito che certe cose succedono e non è sempre in nostro potere fermarle. Ma già fermarsi a pensare e avere uno scambio con il nostro io interiore è già molto in questa epoca di scroll e reel.

Una porta sull’estate, il futuro secondo Heinlein

Una porta sull’estate è un romanzo di Robert A. Heinlein, scritto nel 1956 e ambientato, per buona parte della vicenda, nel 1970 e nel 2001. Le date, in questo caso, sono particolarmente importanti, perché parliamo di un’opera che immagina il futuro da una prospettiva ormai lontana nel tempo. Quello che per Heinlein era ancora un domani da costruire, per noi è già passato. Nel fare questo esercizio di immaginazione, l’autore descrive un avvenire molto diverso da quello che abbiamo effettivamente vissuto. Sebbene ci siano stati enormi cambiamenti, essi non sono stati così evidenti e spettacolari come Heinlein si aspettava.

L’autore immaginava un mondo popolato da robot e caratterizzato da una drastica riduzione della fatica manuale, sia domestica sia lavorativa. Il protagonista, Dan Davis, è proprio l’inventore di queste straordinarie macchine destinate a modernizzare la vita quotidiana. Nel 2026 qualcosa di quella visione si è effettivamente realizzato: esistono robot aspirapolvere, pulitori automatici per piscine e robot tagliaerba. Nulla però di realmente umanoide, se non sotto forma di prototipi ancora in fase di sviluppo. Nessuna automobile volante. Restano fantascienza anche la criogenizzazione come mezzo per attraversare il tempo e il viaggio temporale stesso.

Lo sviluppo tecnologico ha invece interessato qualcosa che sarebbe stato difficile immaginare negli anni Cinquanta: il mondo digitale. Grazie a Internet, ai computer e agli smartphone, l’umanità ha investito nella creazione di una sorta di realtà parallela, fatta di connessioni virtuali, streaming audio e video e, più recentemente, intelligenze artificiali.

Più di una volta, nel corso della lettura, mi sono immaginata come avrebbe reagito Dan ritrovandosi nel nostro presente e se ne sarebbe rimasto più deluso o più impressionato. Heinlein sicuramente non ha viaggiato nel futuro, perché non si è rivelato un grande veggente. Al di là di questo, però, del suo romanzo colpisce ancora oggi la brillantezza della narrazione.

Le vicende di tradimento, vendetta e riscatto vengono raccontate con grande ironia e un sarcasmo sottile, rendendo la lettura estremamente piacevole e coinvolgente. Lo stile narrativo tradisce l’essere figlio di un’altra epoca e, per certi aspetti, mi ha ricordato quello di Douglas Adams.

Interessante anche l’indole profondamente “gattara” del protagonista, un tratto che forse oggi verrebbe compreso e apprezzato ancora più di quanto non accadesse negli anni Cinquanta.

Ciò che mi ha colpito maggiormente è che questa è una delle poche utopie che abbia letto. Heinlein guarda al progresso tecnologico con entusiasmo e fiducia, immaginando un futuro in cui le invenzioni migliorano concretamente la vita delle persone. Oggi, invece, pur beneficiando quotidianamente di tecnologie straordinarie, tendiamo a osservarle con maggiore diffidenza e pessimismo.

Detto questo, mi viene da chiedere a chi legge: voi come immaginate il futuro? Condividete la visione analogica e bonaria di Heinlein oppure pensate che il progresso tecnologico ci stia conducendo verso scenari più complessi e ambigui?

Tre piani : Dietro le porte chiuse

“Viviamo gli uni sopra gli altri, ma non necessariamente gli uni con gli altri.”

Ho appena terminato la lettura di Tre piani di Eshkol Nevo, romanzo pubblicato nel 2015 e ambientato in un elegante condominio di Tel Aviv. L’opera è strutturata in tre racconti distinti, ciascuno dedicato a un abitante di un diverso piano dello stabile. Una scelta narrativa interessante e coerente con il messaggio del libro: persone che condividono uno stesso spazio fisico senza realmente conoscersi o influenzarsi a vicenda. La lettura è scorrevole e coinvolgente, sostenuta da una scrittura raffinata e da una notevole capacità di analisi psicologica. Tuttavia, mi è mancato l’intreccio tra le tre storie, lasciandomi una lieve sensazione di insoddisfazione. Nevo ci offre soprattutto delle istantanee di vita, frammenti intensi ma incompleti. Non sapremo mai davvero se Arnon avesse ragione oppure no nelle sue paure e nei suoi sospetti. Non sapremo mai se Hani, la “vedova” del secondo piano, riuscirà a uscire dalla sua alienazione e dalla sua solitudine. L’unica vicenda che trova una conclusione più definita è quella di Dvora, protagonista del terzo piano. I temi affrontati sono tutt’altro che leggeri. Questo non è un romanzo che consola. Al contrario, esplora zone molto oscure dell’animo umano: l’ossessione, la paura, il senso di colpa, la staticità della vita di coppia e familiare, il peso delle responsabilità e i passi falsi che possono derivarne. Nel primo piano assistiamo a una progressiva spirale di sospetto e ossessione che mette in discussione la percezione stessa della realtà. Nel secondo Nevo affronta con grande sensibilità la solitudine della maternità, il bisogno di essere ascoltati e la paura della follia. Nel terzo, attraverso il personaggio più maturo e consapevole del romanzo, riflette su quanto le relazioni di coppia possano influenzare e condizionare le nostre scelte di vita. Nel complesso si tratta di un romanzo di grande qualità. Ho trovato superba la rappresentazione della psiche umana, sia maschile che femminile. Nevo riesce a costruire tre protagonisti completamente diversi tra loro, credibili, riconoscibili e dotati di una voce propria. C’è però qualcosa che non mi ha conquistata fino in fondo. Pur riconoscendone il valore letterario e la profondità, e pur considerandola una lettura meritevole, non posso dire che mi abbia appassionata completamente. Forse perché, da lettrice, avrei desiderato che quei tre piani diventassero qualcosa di più di tre vite osservate attraverso una porta socchiusa.

Euphoria 3: quando il teen drama diventa qualcos’altro

Euphoria è una serie statunitense creata da Sam Levinson. Chi è arrivato a questo punto della visione conosce già bene la serie e i suoi personaggi.

Premetto che non sono una grande fan di questa produzione. Se penso alle serie iconiche della mia generazione, come Dawson’s Creek, Buffy the Vampire Slayer, Charmed, Beverly Hills, 90210, Xena: Warrior Princess o The O.C., qui ci troviamo davanti a un teen drama molto più estremo, che offre una visione borderline e spietata dell’adolescenza americana.

Se un vecchio adagio dice: “L’importante è che se ne parli”, Levinson sembra aver costruito gran parte del successo della serie proprio su questo principio: l’eccesso prima di tutto. Una scelta che, per certi versi, ricorda quanto fatto da Élite dopo la sua prima stagione.

Questa stagione, però, cambia completamente atmosfera. Si passa da un teen drama estremo a una sorta di esperienza visiva e narrativa che richiama atmosfere western e una rappresentazione della realtà volutamente grottesca, a tratti vicina all’immaginario di Quentin Tarantino. Le allegorie sono numerosissime, così come le immagini simboliche che richiamano passi biblici e temi legati alla colpa, alla redenzione e alla caduta.

L’ho trovata una stagione spiazzante. Non credo sia migliore o peggiore delle precedenti: è semplicemente diversa. A tratti lenta e contemplativa, a tratti frenetica e adrenalinica. Alcuni episodi mi hanno coinvolta molto, altri mi hanno lasciata più fredda.

Il cast è ben assortito. Uno dei pochi meriti che riconosco alla serie è quello di aver lanciato attori di grande talento, tra cui Sydney Sweeney e Jacob Elordi. In questa stagione, però, il personaggio di Jacob Elordi è decisamente in secondo piano rispetto alle stagioni precedenti.

Ho apprezzato molto Sydney Sweeney. Non tanto il personaggio di Cassie, che è il cliché della ragazza carina, bionda, superficiale e un po’ stupida, nello spazio che la contemporaneità le riserva, in poche parole dalla cortigiana a OnlyFans, ma per il suo potenziale, super evidente nell’episodio in cui, durante un’audizione, interpreta una scena di Antonio e Cleopatra di William Shakespeare. Un vero peccato che il sistema non cambi mai davvero e che, con la narrativa secondo cui la scelta di “vendere” la propria immagine e nudità sia libera, continui a regalare quello che il sistema vuole: la donna-oggetto. Non vi è una grande differenza, infatti, tra Pamela Anderson e Sydney Sweeney; solo che oggi, essendo certi contenuti molto più diffusi e accessibili, per far parlare di sé bisogna osare di più.

Zendaya, anche se so di andare controcorrente, non è un’attrice che mi ha mai colpito particolarmente. In questa stagione ha finalmente più occasioni per recitare e sostenere scene emotivamente importanti, ma ho trovato la sua interpretazione troppo allegra e bonaria, del tutto stonata rispetto al contesto, come fosse una bimba ingenua che saltella felice su un campo minato, incurante del pericolo.

Hunter Schafer, invece, trovo che incarni perfettamente il suo personaggio: sospesa tra ambizione, vulnerabilità e desiderio di affermazione, immersa in ambienti lussuosi ma freddi e vuoti. Alexa Demie mi piace come attrice, però ho trovato il personaggio di Maddy un po’ confusionario e non mi ha colpito particolarmente, al di là dell’impatto visivo. Mi dispiace che, ancora una volta, per entrambi i personaggi si sposi l’idea che la bellezza si accompagni per forza di cose a un’eccessiva magrezza, valorizzata da outfit ricercati e particolari, ma che possono stare bene solo ad attrici alte e magre.

Levinson propone una visione della realtà estremamente cupa, concentrandosi quasi esclusivamente su situazioni limite. In particolare, il modo in cui vengono rappresentate molte figure femminili finisce spesso per ricondurle alla prostituzione, alla mercificazione del corpo o a dinamiche molto simili. Una prospettiva che personalmente trovo riduttiva e anche abbastanza offensiva. A volte sembra quasi che le donne possano esistere soltanto attraverso questo tipo di percorsi, e questa è probabilmente una delle cose che più mi allontanano dalla sua visione narrativa.

In definitiva, questa nuova stagione propone qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che era stata Euphoria agli inizi. È più simbolica, più autoriale, più sperimentale e anche più strana. Ne riconosco l’ambizione e alcune intuizioni visive davvero notevoli, ma resta una serie distante dalla mia sensibilità e non una di quelle che inserirei tra le mie preferite.

Da Buffy a KPop Demon Hunters: una nuova generazione di cacciatrici

KPop Demon Hunters è un film d’animazione diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans. Le protagoniste sono le HUNTR/X: Rumi, Zoey e Mira, tre famosissime pop star che nascondono un grande segreto. Nel privato, infatti, sono cacciatrici di demoni.

Grazie al loro canto e al sostegno dei fan, riescono a formare una barriera magica che separa il mondo degli uomini da quello dei demoni, l’eredità di una missione portata avanti da generazioni di ragazze prima di loro. Nel tempo in cui vivono le protagoniste, però, si è arrivati a un momento decisivo: lo scudo magico sta per diventare dorato e permanente, separando per sempre il mondo dei demoni dal nostro.

Il film ha avuto un successo mondiale ed è diventato un vero fenomeno, capace di appassionare tantissime bambine, quasi come accadde con Frozen. Che il regno delle principesse classiche fosse ormai morto e sepolto lo sappiamo da decenni. Già negli anni ’90 si era dato molto spazio a personaggi femminili forti e combattivi: un esempio fulgido è Buffy l’ammazzavampiri, che in un certo senso può essere considerata una precorritrice delle HUNTR/X, con una trama che presenta diversi punti di contatto.

Detto questo, ho apprezzato moltissimo il film. Le canzoni sono bellissime, le tre protagoniste mescolano bellezza, talento, ironia e momenti buffi. I personaggi maschili restano più in secondo piano, ma Jinu anche se in solitaria riesce ad essere magnetico e interessante.

Nella cultura coreana esistono credenze legate ai demoni e, da quanto ho letto, nel film questi sembrano rappresentare anche le emozioni, le paure e il potere della musica. C’è poi un tema molto forte: quello dell’accettazione di sé e del sentirsi imperfetti.

Qualche incongruenza qua e là c’è: in pratica nessuno sembra fare troppo caso alle persone che spariscono o alle lotte pubbliche contro i demoni. Ma, per un film d’animazione così coinvolgente, si può chiudere un occhio.

L’ho adorato e mi ha emozionato. Consiglio la visione assolutamente.