Le cose non dette – Un viaggio nella fragilità delle relazioni

Le cose non dette è un film del 2026 co-scritto e diretto da Gabriele Muccino, tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron. La storia racconta di due coppie in crisi che organizzano un viaggio con l’intento di ritrovare una serenità ormai smarrita. Il cast è ben costruito e vede tra gli interpreti due attrici tra le più presenti ma anche tra le più talentuose del nostro, seppur ristretto panorama attoriale italiano: Miriam Leone nel ruolo di Elisa e Carolina Crescentini nel ruolo di Anna. Benché non sia tra i miei interpreti preferiti, anche Stefano Accorsi regge bene la scena, sebbene la sua presenza richiami inevitabilmente L’ultimo bacio, che in fondo affrontava dinamiche relazionali simili. Bravo anche Claudio Santamaria. Bravissima, energica e solare Beatrice Savignani nel ruolo di Blu e d’impatto Margherita Pantaleo, che dimostra un talento e una somiglianza impressionante con il padre Adriano. I film italiani spesso non vengono apprezzati come quelli oltre oceano e, in parte, condivido questa visione: o si tratta di commedie leggere, oppure di opere pesanti, talvolta troppo concettuali. Questo film, però, è differente. È avvincente, ben costruito, capace di raccontare la vita in modo semplice ma incisivo. Parla del grande amore che lentamente si trasforma in staticità relazionale, quando la passione si diluisce nelle difficoltà dell’esistenza. Racconta le scelte, le loro conseguenze, e quell’istante preciso in cui ciò che era promessa diventa distanza. Interessante anche lo sguardo sull’adolescenza che, pur non essendo centrale, restituisce bene le difficoltà genitoriali da un lato e, dall’altro, il ritratto di una generazione fragile e difficile da contenere. Il personaggio di Elisa mi è parso fin troppo ingenuo e specchiato in contrapposizione a Carlo, che più che cattivo appare confuso, forse travolto da teorie filosofiche che, quando applicate in modo estremo, producono conseguenze altrettanto estreme nella realtà. Ho trovato l’epilogo disturbante. Ed è proprio questo che resta. Un finale che non consola ma incide. Un film che consiglio e che considero una piccola perla nel panorama cinematografico italiano.

Le infinite vite del Cinema: Casper, il primo amore impossibile

Questo articolo spero sia solo il primo di una lunga serie della nuova rubrica “Le infinite vite del cinema”, dedicata ai film, più o meno noti, degli anni ’90 che hanno accompagnato la crescita di un’intera generazione. L’idea è quella di riscoprirli insieme e farli conoscere anche alle nuove generazioni, perché non sempre nuovo è meglio.

Il primo film di cui voglio parlare è Casper, diretto da Brad Silberling e interpretato da una giovanissima Christina Ricci nel ruolo di Cat, e – seppur per un breve ma intensissimo momento – da Devon Sawa nel ruolo umano di Casper. Questo film compie qualcosa di importantissimo: trasforma uno dei “mostri” classici della nostra infanzia in qualcosa di completamente diverso. Casper è un fantasma, sì, ma è buono, gentile, tenero. Il suo unico desiderio non è spaventare, ma non restare solo. Tra le pieghe della fantasia, il film affronta temi profondamente universali, soprattutto per i preadolescenti: la paura di non piacere, di non essere compresi, di restare soli. Cat, già alle prese con un’età fragile, vive con un padre che, dopo la perdita della moglie, decide di dedicare la propria vita al paranormale, viaggiando per l’America alla ricerca di fantasmi da “psicanalizzare”. Rivederlo da adulta e da madre offre una chiave di lettura diversa anche sul ruolo del padre. È lui, più della figlia, a non aver superato il lutto. È il suo dolore a impedirgli di essere la figura stabile e rassicurante di cui Cat avrebbe bisogno. Eppure, nonostante tutto, le vere forze in gioco restano l’amore e l’altruismo. Valori che non dovrebbero mai passare di moda. Per un destino non del tutto casuale, Cat e Casper si incontrano, dando vita a una delle storie romantiche più tenere – e più malinconiche – di sempre. Per chi lo ha visto tanti anni fa, consiglio di rivederlo: a distanza di tempo non perde la sua magia, anzi, la arricchisce di nuove sfumature.
E per chi non l’ha mai visto, forse è il momento giusto per lasciarsi sorprendere.

Fallout: tra controllo e libertà, il prezzo di scegliere

Fallout è una serie TV americana distribuita da Amazon Prime Video, creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy. Si ispira all’omonimo videogioco e immagina una realtà alternativa alla nostra in cui, dopo il 1945, la Guerra Fredda degenera in guerra nucleare, distruggendo il mondo come lo conosciamo. Prima dell’apocalisse, la società Vault-Tec costruisce i Vault, rifugi sotterranei dotati di tecnologie avanzatissime, con l’obiettivo dichiarato di preservare la specie umana. Ogni Vault è guidato da un leader che decide come gestire la comunità e garantire la sopravvivenza. Duecento anni dopo i tragici eventi bellicci conosciamo Lucy MacLean. Lucy è un abitante del Vault 33, un microcosmo apparentemente perfetto dove la violenza è quasi inesistente e la gentilezza sembra la norma, anche se tutto appare un po’ forzato. Suo padre, Hank MacLean è il sovraintendente del Vault e rappresenta per Lucy un punto di riferimento morale e affettivo. La routine statica e prevedibile del Vault viene interrotta bruscamente da un attacco ben congegnato dei predoni del mondo in superficie, che si pongono come obiettivo il rapimento proprio del padre di Lucy. La ragazza, che ha con lui un legame molto profondo, decide, anche contro il parere degli altri residenti del Vault, di uscire in superficie per salvarlo. Lucy scoprirà ben presto che il mondo in superficie è molto diverso dal luogo in cui è cresciuta: tutto è violento e precario. Venuti meno i presupposti della società civile, l’unica legge che sembra valere è quella della sopravvivenza. La serie alterna colpi di scena, personaggi criogenizzati che riemergono dal passato per tirare le fila come burattinai e rivelazioni che mettono in discussione tutto ciò che Lucy credeva di sapere. Da un punto di vista logico e scientifico, la storia non è plausibile sotto diversi aspetti: vengono messe in scena tecnologie super avanzate che sfidano la scienza e che non possediamo nemmeno oggi, pur muovendosi in un’estetica retrò fatta da computer che sembrano usciti da un vecchio catalogo Olivetti. Solitamente questo tipo di incoerenza mi disturba molto, ma nel caso di Fallout è andata diversamente. Credo che il motivo dipenda dal fatto che la lettura della serie debba essere più filosofica che scientifica. L’idea alla base della serie è che, anche se l’umanità avesse tutti gli strumenti per vivere in pace, le lotte per il controllo e per il potere finirebbero comunque per prevalere. Un sistema di pura anarchia tuttavia non può reggere, ma anche un sistema opposto, totalmente regolato e controllato, annullerebbe l’essenza stessa dell’umanità. Lucy, interpretata in maniera molto convincente da Ella Purnell, intraprende un vero e proprio viaggio iniziatico che la poterà a scopire che la vita è molto più complessa di come l’era stata insgegnata e che le cose non possono essere semplicemente bianche o nere. Nel complesso è una serie che ho apprezzato e consiglio, sebbene abbia trovato il finale della seconda stagione troppo denso e confusionario. Spero venga rinnovata per una terza stagione, così da chiarire ciò che ancora resta confuso e sospeso.

Quando una storia smette di essere solo tua

La passione per le storie, e in particolare per la fantasia, abita in me da sempre.
È una presenza silenziosa ma costante, qualcosa che cresce con te e che, a un certo punto, chiede spazio. Per questo riuscire a portare allo scoperto uno dei tanti mondi che mi abitano, con i suoi personaggi, mi emoziona profondamente e, allo stesso tempo, mi spaventa un po’. Perché, anche quando non è la tua storia, dentro ciò che scrivi c’è sempre molto dell’autore. Soprattutto all’inizio. Soprattutto quando non sei ancora un ingranaggio commerciale ad alto funzionamento, chiamato a sfornare uno o due romanzi all’anno come fossero barrette di cioccolato.
Arrivare a quel punto è, senza dubbio, un grande traguardo. Forse io non ci arriverò mai. Ma il principio, spesso, è un lusso. In questo caso, per me, il lusso è stato abitare questa storia. Restarci dentro il tempo necessario, senza forzarla, fino a quando non è stata pronta a spiccare il volo. Alcune storie hanno bisogno di silenzio, di pazienza, di essere ascoltate prima ancora che scritte. Oltre la magia è nata così. Per volare davvero lontano, però, una storia non può restare chiusa. Ha bisogno di tanti occhi, tanti cuori e tante menti. Ha bisogno di essere scoperta, attraversata, interpretata. Di diventare altro rispetto a ciò che era solo per chi l’ha scritta. Potrei raccontarvi come è nata, cosa significa per me, quanto mi somiglia. Potrei parlare dei suoi personaggi, dei temi che mi stanno a cuore, delle domande che mi hanno accompagnata durante la scrittura. Ma questo non è il mio momento. È il suo.

Lasciatevi incantare dal lato magico del mondo, quello che spesso nasconde cose stupefacenti proprio davanti ai nostri occhi.
Non siate scettici come Harper. Oppure siatelo, ma non dite di no a un’amicizia, a un nuovo amore o a un libro di un genere diverso da quello che scegliete di solito. A volte basta poco per restare sorpresi.

Ora però non è più il tempo delle spiegazioni. Questa storia non mi appartiene più del tutto e le auguro di arrivare lontano, di essere scoperta, abitata da altri sguardi, letta senza fretta.
Oltre la magia è disponibile da oggi online su Amazon (formato digitale o cartaceo) e ordinabile in tutte le librerie.

Buona lettura!

Emily in Paris e il sogno capitalista

Non ci troviamo né all’inizio né alla fine, ma in una stagione già inoltrata di Emily in Paris: la storia, ormai iconica, di un’americana nella Ville Lumière. E sì, di brillantezza ce n’è molta. Prima fra tutte quella di Lily Collins, il cui entusiasmo contagioso e candido riesce, col tempo, a dare una certa profondità a un personaggio che all’inizio appare piuttosto superficiale. Nel complesso ho apprezzato questa serie perché è leggera, colorata, visivamente appagante. È ricca di bellezza, sia nelle location che nei costumi, e mette in scena personaggi da sogno come l’avvenente chef Gabriel. In questa stagione ho anche apprezzato la presenza di attori e locaton in parte Italiane. In cui con un pizzico di soddisfazione la paladina del consumismo superficale da social avrà del filo da torcere. Per me Emily in Paris è, prima di tutto, il manifesto della società edonista e capitalistica in cui viviamo. Le società di marketing hanno modellato il nostro immaginario molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, a partire da esempi storici come Gillette, che ha contribuito a rendere la depilazione femminile una norma sociale. In questa serie l’evoluzione di questo sistema è evidente: cadono le barriere, non esiste più una vera distinzione tra vita privata e vita professionale, i clienti diventano amanti e le relazioni si rivelano instabili e imprevedibili come un titolo di borsa. È un mondo in cui la pubblicità non è solo un mezzo, ma diventa il contenuto stesso. I marchi smettono di essere semplici business e assumono un valore quasi idolatrico: una borsa Fendi può trasformarsi nel simbolo di un sentimento autentico, mentre il lavoro diventa il fine ultimo dell’esistenza. Al centro troviamo personaggi femminili apparentemente forti, talvolta impacciati – ed è anche questo a renderli simpatici – ma che, nei fatti, non portano una vera innovazione al modello femminile. Piuttosto, adottano atteggiamenti tipicamente maschili, sempre gli stessi che funzionano all’interno delle regole del sistema: niente figli, niente relazioni durature, la priorità è fare carriera. Questa è l’impalcatura che regge l’intera narrazione, ed è ancora più visibile perché osservata dalla prospettiva privilegiata dei brand di lusso. Nel sogno capitalista che la serie racconta, il mondo ideale è fatto di affari, eventi glamour e brevi momenti di frivolezza che somigliano a grandi amori. Il tutto accompagnato da abiti stravaganti e colorati, spesso indossati da corpi oggettivamente troppo magri ma perfetti per la resa scenica. Emily in Paris è una serie vincente perché descrive un’utopia capitalistica immersa nello splendore del lusso , poco importa se i personaggi, a seconda delle stagioni, risultano improvvisamente poveri o improvvisamente ricchi, mantenendo sempre lo stesso tenore di vita: la coerenza economica non è rilevante, perché nulla lo è davvero. Difficilmente si tende a guardare sotto ciò che appare bello. E l’unica vera bruttezza, in fondo, è non avere accesso a questa maestosa opulenza. In conclusione si puà dire Emily in Paris non è una grande serie, ma è una serie che racconta molto bene il mondo che desideriamo, anche quando fingiamo di criticarlo.