MARTY SUPREME: QUANDO L’AMBIZIONE DIVENTA UN’OSSESSIONE

Ho visto Marty Supreme, film statunitense del 2025 diretto da Josh Safdie, con Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow, 

Ambientato negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, il film racconta la storia di Marty Mauser, un giovane giocatore di ping pong con un’ambizione smisurata: diventare il migliore al mondo. Un sogno che nessuno sembra prendere davvero sul serio, ma che per lui rappresenta il centro assoluto della propria esistenza.

La storia prende liberamente ispirazione dalla figura di Marty Reisman, campione americano di tennistavolo realmente esistito, ma non si tratta di una biografia fedele. Il protagonista e gran parte delle vicende raccontate appartengono alla finzione cinematografica.

Devo ammettere che Marty Supreme è uno di quei film che riescono a tenerti incollata allo schermo dall’inizio alla fine. Non perché la storia sia particolarmente credibile, ma perché succede continuamente qualcosa. Una situazione assurda lascia spazio a un’altra ancora più improbabile, in un’escalation narrativa che sembra non conoscere limiti.

Il ritmo è frenetico, quasi sincopato. Non c’è tempo per respirare, per riflettere su quanto appena accaduto, perché Marty è già precipitato in un altro disastro, spesso provocato proprio dalle sue scelte.

Ed è qui che, secondo me, risiede contemporaneamente il pregio e il limite maggiore del film.

Da una parte è praticamente impossibile annoiarsi. Dall’altra, l’accumularsi di situazioni estreme finisce per compromettere la credibilità dell’intera vicenda. A un certo punto ho avuto la sensazione che il protagonista potesse sopravvivere a qualsiasi cosa, uscire da qualsiasi guaio e superare qualsiasi conseguenza, anche quando la logica suggerirebbe esattamente il contrario.

Il ping pong, che sulla carta dovrebbe essere il fulcro della storia, finisce inevitabilmente in secondo piano. Le vicende personali di Marty hanno una forza narrativa talmente prepotente da oscurare quasi completamente l’aspetto sportivo.

Eppure, il sogno rimane sempre presente.

Marty vuole vincere. Vuole dimostrare di essere qualcuno, di possedere un talento straordinario e di meritare quel riconoscimento che il mondo sembra negargli.

Il problema è il prezzo che Marty è disposto a pagare per realizzarlo.

All’inizio appare arrogante, presuntuoso, quasi incapace di accettare compromessi. Si considera superiore agli altri e sembra disposto a tutto pur di difendere la propria immagine. Ma con il procedere della storia emerge una contraddizione: quell’uomo che sembrava non volersi piegare davanti a nessuno finisce per accettare qualsiasi umiliazione pur di raggiungere il proprio obiettivo. Mente, manipola, tradisce la fiducia altrui e trascina altre persone nelle conseguenze delle proprie azioni. Non sembra esistere un limite morale che non sia disposto a oltrepassare ed è proprio questo l’aspetto che personalmente ho trovato più difficile da accettare.

Credo profondamente nell’importanza dei sogni, nella determinazione e nella capacità di lottare per ciò che desideriamo. Ma credo altrettanto fermamente che esistano valori irrinunciabili. La dignità, il rispetto degli altri, l’onestà non dovrebbero diventare merce di scambio per raggiungere un traguardo.

Perché, alla fine, che valore ha una vittoria se per conquistarla abbiamo sacrificato tutto il resto?

E soprattutto, siamo davvero sicuri che quel successo sia sufficiente a ripagare ciò che abbiamo perso?

Il film, a mio avviso, non cerca di rispondere. Josh Safdie non sembra voler giudicare il protagonista, né condannarlo né assolverlo. Si limita a mostrarci le sue azioni, lasciando allo spettatore il compito di confrontarsi con la sua moralità.

Dal punto di vista interpretativo, invece, ho davvero poco da criticare.

Timothée Chalamet è straordinario. Riesce a dare vita a un personaggio sgradevole, egoista, spesso insopportabile, senza mai perdere intensità o credibilità nella recitazione. La sua interpretazione è senza dubbio uno degli elementi migliori del film. Ho apprezzato anche Odessa A’zion nel ruolo di Rachel, la fidanzata di Marty.  Il problema, quindi, non è il cast, ma una sceneggiatura che, nel tentativo di mantenere costantemente alta la tensione, finisce a tratti per diventare eccessiva. Ho trovato invece tenero il finale. Dopo aver assistito per quasi tutta la durata del film alle azioni di un uomo incapace di guardare oltre se stesso, sembra finalmente aprirsi uno spiraglio di consapevolezza. Per la prima volta Marty pare comprendere che esistono sentimenti, responsabilità e persone più importanti della propria ambizione. Sembra affacciarsi alla possibilità di provare una vera empatia.

Ma attenzione: non parlerei di redenzione.

Un momento di consapevolezza non basta a cancellare una vita di comportamenti discutibili, né garantisce che una persona sia davvero cambiata.Il film ci mostra forse l’inizio di un’evoluzione, ma non ci permette di sapere se Marty sarà capace di portarla avanti.

Nel complesso, Marty Supreme è un film coinvolgente, ben interpretato e capace di mantenere altissima l’attenzione dello spettatore, ma anche eccessivo, improbabile e a tratti soffocante.

Una storia in cui l’ambizione diventa ossessione e la determinazione perde progressivamente il proprio valore, trasformandosi in qualcosa di profondamente distruttivo.

Mi ha intrattenuta, mi ha messa in tensione e mi ha fatto riflettere, pur senza convincermi completamente.

Inseguire  un sogno è importante, ma non dovrebbe mai significare perdere la propria umanità lungo il percorso.

Carrie: il vero orrore non ha bisogno di superpoteri

«Non voglio far parte di un mondo in cui essere gentili è considerato una debolezza.»

Cit. Keanu Reeves

Carrie è una miniserie statunitense ideata da Mike Flanagan, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Stephen King.

La storia di base è di per sé molto popolare e ha già avuto diversi adattamenti. Mike Flanagan, però, nella sua serie, pur mantenendo i momenti iconici del racconto, attribuisce ai personaggi una caratterizzazione psicologica più approfondita. In particolare, la madre di Carrie, Margaret White, assume una complessità importante. Non rimane soltanto la fanatica religiosa estremista e crudele del romanzo, ma acquista sfumature che, con l’evolversi della storia, non le fanno certo meritare il premio di madre dell’anno, ma nemmeno la rendono necessariamente la figura genitoriale più mostruosa e nociva. Flanagan conferisce a Margaret una grande complessità, fatta di luci e ombre, nella quale, seppure in maniera distorta, emerge l’amore per la figlia e per il marito che, in questa versione, pur essendo anche lui un uomo con grosse problematiche, è stato presente nella vita familiare fino alla prematura morte che dà inizio alle vicende della serie.

Anche la Carrie di Flanagan è differente dalle precedenti rappresentazioni, qui è una ragazza solare, ingenua e curiosa anche se ha vissuto per tutta la vita isolata dal mondo, con la sola compagnia dei genitori.

Il vero mostro, per il regista è il sistema sociale stesso e il modo in cui certe persone scelgono di agire. Gli esempi più lampanti sono Chris e suo padre. Personaggi apparentemente vincenti, privilegiati e persino da ammirare, che nascondono invece odio, rancore, attaccamenti disfunzionali e una profonda incapacità di imparare dai propri errori.

La serie riesce a mostrare come la crudeltà non nasca necessariamente dalla forza, ma possa essere il risultato di profonde insicurezze, della paura di perdere ciò che si possiede e dell’incapacità di accettare che gli altri siano liberi di compiere scelte differenti dalle nostre.

Carrie, viene emarginata prima ancora che qualcuno scopra i suoi poteri. Non rappresenta una minaccia, non ha fatto nulla per meritare il trattamento che riceve. È semplicemente diversa, ingenua e gentile. E questo sembra bastare per trasformarla in un bersaglio.

Interessante anche il focus sui docenti, rappresentati non come esseri infallibili, ma semplicemente come persone che cercano di svolgere il proprio lavoro e si trovano a fronteggiare una generazione nella quale la crudeltà può essere amplificato attraverso i social network.

La serie affronta così il rapporto tra famiglie, figli e insegnanti, mostrando quanto possa diventare difficile distinguere la protezione dei propri figli dalla giustificazione dei loro comportamenti.

Per questo motivo ho trovato Carrie particolarmente interessante nel descrivere le dinamiche adolescenziali, familiari e scolastiche, molto più della tanto acclamata Adolescence, che personalmente ho trovato sostanzialmente confusa e lontana dal rappresentare in maniera convincente la complessità della realtà adolescenziale e scolastica.

Il cast scelto da Flanagan è davvero ben assortito. In particolare, ho apprezzato Alison Thornton nel ruolo di Chris, capace di rendere credibile un personaggio profondamente sgradevole, ma non privo di fragilità. Eccellenti anche Summer H. Howell nei panni di Carrie e Samantha Sloyan in quelli di Margaret White.

Oltre alle interpretazioni, ho apprezzato l’eterogeneità del cast, che contribuisce a restituire la fotografia di una scuola autentica, popolata da ragazzi differenti per aspetto, personalità ed esperienze.

L’unico grande difetto che, a mio parere, presenta la serie riguarda le digressioni su altri personaggi dotati di poteri speciali, che finiscono per disperdere la forza narrativa e creare una certa confusione.

I poteri di Carrie hanno un senso preciso all’interno della storia: rappresentano uno strumento attraverso il quale una ragazza considerata debole può finalmente ribaltare i rapporti di forza. L’introduzione di altri personaggi soprannaturali, invece, sposta progressivamente l’attenzione verso una narrazione differente, che ricorda maggiormente le storie incentrate sulla paura di individui dotati di capacità straordinarie.

Ed è un peccato, perché la forza di questa Carrie sta proprio nell’aver mostrato come una persona possa essere considerata un mostro ancora prima di diventare, agli occhi degli altri, qualcosa di realmente spaventoso.

Flanagan ha lasciato intendere che questi elementi potrebbero trovare un significato più chiaro in un progetto narrativo più ampio, legato anche ad altri personaggi e universi di Stephen King. Non resta quindi che aspettare gli eventuali sviluppi.

Per il momento, consiglio assolutamente Carrie, anche a chi non ama particolarmente il genere horror o la fantascienza. Gli elementi soprannaturali ci sono, naturalmente, ma non sono il vero motore della storia.

A rendere questa serie interessante sono soprattutto le persone, le loro fragilità, le loro contraddizioni e la capacità, talvolta spaventosa, di ferire gli altri.

Perché, in fondo, per diventare mostri non servono necessariamente poteri soprannaturali.

La valle dell’Eden: il passato pesa, ma non decide chi siamo

La valle dell’Eden è una miniserie statunitense del 2026, composta da sette episodi e tratta dal celebre romanzo di John Steinbeck. L’adattamento è firmato da Zoe Kazan, mentre nel cast troviamo Florence Pugh, Christopher Abbott, Mike Faist, Hoon Lee, Ciarán Hinds, Joseph Zada e Joe Anders. Questa serie mi ha colpita molto più di quanto immaginassi. È una storia tragica, spesso brutale e profondamente disincantata. Al centro della storia troviamo i fratelli Adam e Charles Trask, cresciuti da un padre rigido e ossessionato dalla carriera militare. L’uomo decide della vita dei figli senza tenere conto delle loro inclinazioni e, in un’epoca in cui l’obbedienza al patriarca era quasi sacra, i due ragazzi si ritrovano incastrati in vite che non li rendono felici. Dopo molti anni e la morte del padre, i due fratelli si ritrovano, ma il loro già precario equilibrio viene turbato dal ritrovamento, nella loro proprietà, di una giovane donna quasi in fin di vita.

Adam rimane immediatamente colpito dalla ragazza e, dopo gli anni trascorsi in guerra e un’infanzia vissuta senza una madre, crede di trovare in lei la speranza di un futuro diverso. Charles, invece, intuisce fin da subito che quella ragazza nasconde qualcosa di sinistro e cerca in tutti i modi di mettere in guardia il fratello e scoraggiare un’unione tra i due. Adam però è cieco dentro la propria illusione e finisce per imporre a Cathy di seguirlo in California. Proprio lì, dove pensa finalmente di poter iniziare la vita che ha sempre sognato, comincia invece la fase più difficile della sua esistenza.

I personaggi sono costruiti con grande attenzione psicologica e, nella prima parte, a prendersi quasi tutta la scena è proprio Cathy. Inizialmente sembra un’anima smarrita, una ragazza fragile da proteggere, con il progredire della storia scopriamo invece una persona profondamente anaffettiva, incapace di fidarsi davvero degli altri e convinta che dietro ogni essere umano si nascondano egoismo, debolezza o cattiveria. Questo sguardo sul mondo la rende terribilmente spietata. Per Cathy la cosa più importante è raggiungere una libertà assoluta, senza dipendere da nessuno e senza accettare alcun tipo di vincolo, anche quando per ottenerla deve superare qualsiasi limite morale, compreso l’omicidio. Il matrimonio e soprattutto la maternità diventano quindi, ai suoi occhi, la forma massima di costrizione. Alla prima occasione infatti abbandona marito e figli. La fortuna di Adam è quella di poter contare, grazie alla posizione agiata ereditata dal padre su un domestico saggio, intelligente e operoso: Lee. Sarà proprio Lee a occuparsi concretamente dei gemelli, rimasti senza madre e con un padre completamente distrutto dal crollo dell’immagine idealizzata che aveva costruito della moglie.

Lee è decisamente il mio personaggio preferito e penso che molte famiglie in difficoltà avrebbero bisogno di una persona come lui. Non perché risolva magicamente i problemi degli altri, ma perché c’è. Osserva, ascolta, educa, protegge e riesce a offrire stabilità. Adam e Charles, invece, non mi sono piaciuti particolarmente. Li ho trovati entrambi troppo passivi. Nessuno dei due, quando avrebbe potuto farlo, sembra utilizzare davvero la propria libertà per cambiare. Preferiscono crogiolarsi nel passato: Adam nella tristezza e nella resa, Charles nell’odio e nell’invidia. Per quanto riguarda i gemelli, Aron mi ha ricordato molto il padre. Non l’ho mai visto davvero come “il fratello buono”, quanto piuttosto come quello più idealista, più esigente e meno capace di confrontarsi con una realtà che non corrisponde all’immagine che si è costruito.

Cal, invece, sembra essere colui che potrebbe davvero spezzare il ciclo di sofferenza della famiglia. Non perché sia perfetto, ma proprio perché riesce ad accettare sia la propria oscurità sia la propria luce. Accetta, in altre parole, la propria umanità. Dal punto di vista interpretativo, gli attori che mi hanno colpita di più sono stati sicuramente Florence Pugh nel ruolo di Cathy, Joseph Zada nel ruolo di Cal e Hoon Lee nel ruolo di Lee.

Florence Pugh riesce a rendere Cathy inquietante, fragile e spietata nello stesso momento, senza trasformarla mai in una figura piatta. Joseph Zada mi ha convinta proprio perché riesce a mostrare bene il conflitto interiore di Cal, mentre Hoon Lee dà al suo personaggio una presenza calma e solidissima, perfettamente coerente con il ruolo che Lee assume nella famiglia Trask. Detto questo, la cosa che mi ha preso maggiormente è stata proprio la storia in sé. Era da tanto tempo che una serie non riusciva a coinvolgermi così tanto per quello che raccontava, per i temi che metteva in gioco e per le domande che continuava a lasciarmi anche dopo la fine.

La valle dell’Eden è un’opera sorprendentemente moderna, soprattutto considerando che è stata scritta nel 1952. Empatia, cura, perdono e capacità di amare non appartengono a un sesso specifico, ma sono virtù che devono essere apprese e coltivate da tutti. Inoltre è una storia di speranza, il passato pesa, le ferite esistono e ciò che ci viene trasmesso dalla famiglia può condizionarci profondamente, a un certo punto arriva comunque una scelta. Possiamo continuare a ripetere il male che abbiamo ricevuto oppure decidere di interromperlo.

Timshel. Tu puoi.

Monster -The Lizzie Borden Story: quando il mostro diventa un mito

Monster: The Lizzie Borden Story è il quarto capitolo dell’antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, dopo le stagioni dedicate a Jeffrey Dahmer, ai fratelli Menendez e a Ed Gein. Quella sui Menendez l’avevo seguita con interesse. La stagione su Ed Gein, invece, l’ho abbandonata dopo appena due episodi: per i miei gusti era troppo impressionante e disturbante. Con Lizzie Borden mi sono trovata davanti a un problema completamente diverso. Il suo caso è affascinante proprio perché, ancora oggi, rimane avvolto nel mistero. Nel 1892 Andrew Borden e la sua seconda moglie Abby furono brutalmente assassinati nella loro abitazione. Lizzie, figlia di Andrew, venne accusata del duplice omicidio e processata, ma fu assolta. Non sappiamo con certezza chi li abbia uccisi.

Non ho nulla contro le opere che romanzano vicende reali. Una serie televisiva non può essere un verbale processuale: la fiction ha bisogno di dialoghi, interpretazioni e ricostruzioni. Qui, però, si va molto oltre. La serie sceglie fin dall’inizio la propria verità: Lizzie è colpevole. Da quel momento riempie quasi ogni vuoto della sua vita con relazioni, motivazioni e sviluppi che appartengono soprattutto alla fantasia degli autori.

Il contenitore scelto inoltre diventa un problema. Si decide di raccontare Lizzie all’interno di un antologia chiamata Monster, ma, paradossalmente, il “mostro” viene progressivamente cancellato. Lizzie è costruita quasi come un angelo della vendetta contro il patriarcato: una donna repressa, umiliata, sessualmente soffocata e infine spinta a ribellarsi.

Comprendo il messaggio che Murphy e Brennan vogliono trasmettere. L’ambiente, i traumi, la violenza psicologica e la repressione possono contribuire a generare comportamenti estremi. Ma comprendere non significa assolvere e, tantomeno, mitizzare. Una persona può essere stata vittima e diventare a propria volta carnefice. Le due cose possono esistere contemporaneamente ed è proprio qui che la costruzione di Lizzie, per me, comincia a scricchiolare.

Andrew, Abby e Lizzie finiscono infatti per apparire come tre persone imprigionate, ciascuna nei propri traumi. Andrew è freddo, avaro, incapace di dare alle figlie l’affetto di cui avrebbero bisogno. La serie, però, lo mostra anche come un uomo che non ha mai superato il dolore per la morte della prima moglie. Abby è crudele con Lizzie, svalutante e spesso insopportabile, soprattutto nei primi episodi. Quando la storia ci offre il suo punto di vista, scopriamo però una donna entrata in quella famiglia anche per necessità, mai veramente amata dal marito e carica di frustrazioni che finisce per riversare sulla figliastra. Non sto minimizzando la violenza psicologica. Può essere devastante e distruggere una persona senza lasciare un livido. Ma se vuoi raccontarmi una donna che arriva a massacrare due persone con un’ascia perché è stata condotta oltre il limite, devi costruire un’escalation emotiva molto più potente. Qui, invece, a un certo punto quella pressione si affievolisce. Abby sembra persino intenzionata ad andarsene: la principale fonte del conflitto sta per uscire spontaneamente dalla vita di Lizzie. Nemmeno il movente economico viene sviluppato davvero. Lizzie dispone del denaro dopo la morte del padre, certo, ma prima non viene rappresentata come una donna ossessionata dall’eredità. Rimane quasi sempre quieta, composta, serafica.

Ella Beatty mi è piaciuta molto, ma non sono convinta che fosse la scelta giusta per interpretare Lizzie. La Lizzie reale aveva trentadue anni all’epoca degli omicidi; quella della serie, anche per l’aspetto di Beatty, mi è sembrata spesso molto più giovane, quasi adolescenziale. Guardandola, mi è venuto perfino in mente Storia di una capinera, il film del 1993 di Franco Zeffirelli: l’avrei trovata perfetta in una storia di quel tipo. È un’associazione curiosa, ma dice molto di quanto questa Lizzie, ai miei occhi, sia lontana dalla figura che mi aspettavo di incontrare in Monster.

Volendo essere provocatoria, a tratti persino la matrigna di Cenerentola sembra più cattiva di Abby Borden. E questo, in una storia che dovrebbe preparare l’esplosione della rabbia, è un grosso problema. A interrompere ulteriormente la tensione arrivano i salti temporali, Aileen Wuornos e Elizabeth Báthory. Sono collegamenti che dovrebbero dare più forza al tema della rabbia femminile, ma per me finiscono per indebolire il percorso di Lizzie. Quando arriva il momento decisivo, la sua esplosione appare forzata. Un’escalation emotiva deve accumulare pressione senza concedere tregua; qui la narrazione continua a disperderla.

Il collegamento con Aileen Wuornos mi è sembrato particolarmente forzato. Le due storie sono profondamente diverse. Wuornos visse una realtà segnata da violenze, abbandono, sfruttamento e marginalità estrema, e uccise realmente più uomini. Le sue motivazioni e le sue dichiarazioni sulla legittima difesa possono essere discusse, ma gli omicidi sono documentati. Lizzie Borden apparteneva invece a una famiglia benestante e, soprattutto, non sappiamo nemmeno se abbia commesso i due omicidi per cui venne processata. Riunirle sotto il grande tema della “rabbia femminile” mi sembra una tesi decisamente tirata per i capelli.

La serie sembra quasi far coincidere emancipazione femminile, ribellione al patriarcato e omosessualità. Sono però cose differenti. Una donna può essere insofferente alle convenzioni del proprio tempo e desiderosa di indipendenza senza che questo dica automaticamente qualcosa sul suo orientamento sessuale. Trovo inoltre curioso che alcuni rapporti tra donne siano vissuti nella serie con una naturalezza quasi contemporanea. Alla fine dell’Ottocento potevano certamente esistere legami intensi e relazioni amorose tra donne, ma viverle apertamente avrebbe comportato conseguenze sociali enormi. Quello sarebbe stato, semmai, materiale drammatico potentissimo. Qui viene quasi dato per acquisito.

Un altro rapporto che considero sprecato è quello tra Lizzie ed Emma. La serie costruisce le due sorelle come distanti, poco affiatate e a tratti quasi antagoniste. La sorellanza avrebbe potuto essere uno dei cuori della storia. Anche Emma, come Lizzie, era una donna adulta non sposata che viveva nella casa del padre: avrei voluto capire molto meglio come ciascuna delle due affrontasse quella condizione e il rapporto con Abby. Invece Emma rimane troppo spesso ai margini.

Anche Nance O’Neil viene trattata in modo strano. Entra nella vicenda prima del processo, mentre nella realtà conobbe Lizzie molti anni dopo. Nella serie finisce inoltre per sembrare interessata soprattutto ai suoi soldi e alla sua fama. Il risultato è che nemmeno questo rapporto acquista la profondità che avrebbe potuto avere.

Infine c’è Maggie, cioè Bridget Sullivan. Il suo ritorno nell’ultimo episodio è romantico, tenero e persino soddisfacente ed è proprio questo il problema. Stiamo guardando Monster. Dopo un duplice omicidio brutale, la serie riesce quasi a lasciarti con la sensazione che, alla fine, la storia d’amore abbia avuto il suo lieto fine. In un’altra fiction avrebbe potuto funzionare. Qui crea un cortocircuito enorme. La protagonista di questo capitolo arriva così al finale quasi completamente trasformata in un’eroina tragica: ha sofferto, ha combattuto contro una famiglia oppressiva, ha trovato l’amore e, in qualche modo, è riuscita a liberarsi. Ma allora il mostro dov’è? Il mostro può vincere? E chi è stato oppresso ha il diritto di farsi giustizia da solo? Sono domande che la serie solleva, ma che il suo finale, per come l’ho vissuto io, lascia sospese dentro una visione troppo romantica di Lizzie.

A lasciarmi l’amaro in bocca è anche il fatto che il cast mi sia piaciuto molto. Ella Beatty e Vicky Krieps sono eccellenti: riescono a rendere credibile e intensa persino una relazione che la storia non documenta. Anche gli altri interpreti, l’atmosfera e il materiale di partenza avrebbero potuto dare vita a qualcosa di davvero notevole.

Monster: The Lizzie Borden Story, però, cerca talmente tanto di dare un significato contemporaneo a Lizzie da finire per sostituirla con un personaggio nuovo. Alla fine non costruisce un mostro: costruisce un mito. E il suo errore più grande, forse, è chiamare quel mito Lizzie Borden, trascinando nel discorso anche Aileen Wuornos. Quest’ultima avrebbe meritato un capitolo tutto suo, anche se il film Monster, con Charlize Theron, aveva già fatto un lavoro magistrale nel raccontarla.

Nel complesso, il mio voto è molto basso. Non perché voglia sconsigliare la visione: ci sono interpretazioni e spunti che meritano attenzione. Il problema è che, per me, la serie prende uno dei misteri più inquietanti della cronaca americana e lo trasforma in una storia rosa di amore e speranza in un antologia che parla di tutt’altro.

Sterling Point: l’isola che non c’è degli adolescenti

Sterling Point – L’isola dei segreti è una serie statunitense. La creatrice è l’attrice e regista canadese Megan Park. racconta la storia dei gemelli Annie e Connor, figli adottivi dell’imprenditore Steven Jacobson. Dopo aver perso anche la madre adottiva, i due crescono in un ambiente opulento, con tutti i privilegi dell’alta società. Annie è nevrotica, insicura e maniaca del controllo. Connor appare molto più sicuro di sé e incarna il tipico ragazzo odioso e viziato. L’estate dei loro diciotto anni è alle porte quando Annie non viene ammessa a un campus di preparazione all’università. Nel frattempo, lei e Connor scoprono che il loro nonno materno adottivo è morto e ha lasciato loro un’isola in eredità. Annie decide di partire, soprattuto perché si ritrova senza impegni per l’estate. Sterling Point sembra l’isola che non c’è degli adolescenti: un luogo fatto di drammi esistenziali, divertimento e grandi amori. Le relazioni LGBTQ+ hanno un ruolo centrale nella serie e vengono raccontate con estrama naturalezza. Sullo sfondo si nascondono anche segreti del passato capaci di cambiare più di una vita. Nel complesso, la serie è godibile, ma poco credibile. La protagonista, Ella Rubin, somiglia molto ad Anne Hathaway; l’attrice che mi ha colpita di più, però, è Bo Bragason.