Ghost, quando l’aldilà diveta divertente

Ghosts è una serie televisiva statunitense disponibile su Netflix. I protagonisti sono Sam e Jay, una giovane coppia che eredita da una lontana parente una grande e decadente tenuta di campagna.

Durante la prima visita, Sam ha un brutto incidente. Ne esce fortunatamente illesa, ma con un dono decisamente insolito: da quel momento è in grado di vedere e parlare con i fantasmi.

Scopre così che la villa è abitata da un variopinto gruppo di spiriti, tutti morti lì nel corso di diverse epoche storiche. Episodio dopo episodio impariamo a conoscere le loro storie e ad affezionarci a questa improbabile convivenza, fatta di situazioni esilaranti e momenti sorprendentemente emozionanti.

I fantasmi principali sono:

  • Hetty Woodstone
  • Isaac Higgintoot
  • Alberta Haynes
  • Thorfinn
  • Sassapis
  • Trevor Lefkowitz
  • Pete Martino
  • Flower

Ognuno di loro ha una personalità ben definita, con pregi, difetti e una storia che viene approfondita nel corso della serie, rendendoli molto più che semplici macchiette comiche.

È una serie leggera, divertente e ricca di cuore, perfetta per chi cerca qualcosa di spensierato, ma capace anche di regalare qualche momento di tenerezza. La consiglio assolutamente.

Due spicci: l’animazione è diventata grande

Regia: Zerocalcare
Produzione: Italia (Netflix, Movimenti Production)
Formato: Miniserie animata di 8 episodi (30-50 minuti circa ciascuno)

La nuova serie di Zerocalcare, Due spicci, è tornata ai livelli della prima. La seconda mi aveva lasciata più tiepida, mentre questa mi ha conquistata fin dal primo episodio.

Una cosa che apprezzo molto è che le tre serie sono indipendenti: anche chi non ha visto Strappare lungo i bordi o Questo mondo non mi renderà cattivo può iniziare tranquillamente da qui.

Ancora una volta Zerocalcare riesce a fare quello che gli riesce meglio: mescolare ironia e malinconia, leggerezza e riflessioni profonde, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra. Si ride, ci si riconosce nei personaggi e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova a riflettere su temi molto attuali. Michele Rech credo stia facendo qualcosa di davvero importante per l’animazione italiana, dimostrando che un prodotto animato non è soltanto intrattenimento per bambini, ma può raccontare con enorme efficacia il mondo degli adulti, anche usando una buona dose di fantasia.

Merita una menzione speciale anche il comparto musicale: dalla sigla, “Non ti riconosco più” di Giancane, alle canzoni inserite negli episodi, ogni scelta è perfettamente coerente con il tono della storia e contribuisce a renderla ancora più coinvolgente.

Per me è assolutamente da vedere e vi dirò che, dopo la visione di questa stagione, ho capito che certe cose succedono e non è sempre in nostro potere fermarle. Ma già fermarsi a pensare e avere uno scambio con il nostro io interiore è già molto in questa epoca di scroll e reel.

Euphoria 3: quando il teen drama diventa qualcos’altro

Euphoria è una serie statunitense creata da Sam Levinson. Chi è arrivato a questo punto della visione conosce già bene la serie e i suoi personaggi.

Premetto che non sono una grande fan di questa produzione. Se penso alle serie iconiche della mia generazione, come Dawson’s Creek, Buffy the Vampire Slayer, Charmed, Beverly Hills, 90210, Xena: Warrior Princess o The O.C., qui ci troviamo davanti a un teen drama molto più estremo, che offre una visione borderline e spietata dell’adolescenza americana.

Se un vecchio adagio dice: “L’importante è che se ne parli”, Levinson sembra aver costruito gran parte del successo della serie proprio su questo principio: l’eccesso prima di tutto. Una scelta che, per certi versi, ricorda quanto fatto da Élite dopo la sua prima stagione.

Questa stagione, però, cambia completamente atmosfera. Si passa da un teen drama estremo a una sorta di esperienza visiva e narrativa che richiama atmosfere western e una rappresentazione della realtà volutamente grottesca, a tratti vicina all’immaginario di Quentin Tarantino. Le allegorie sono numerosissime, così come le immagini simboliche che richiamano passi biblici e temi legati alla colpa, alla redenzione e alla caduta.

L’ho trovata una stagione spiazzante. Non credo sia migliore o peggiore delle precedenti: è semplicemente diversa. A tratti lenta e contemplativa, a tratti frenetica e adrenalinica. Alcuni episodi mi hanno coinvolta molto, altri mi hanno lasciata più fredda.

Il cast è ben assortito. Uno dei pochi meriti che riconosco alla serie è quello di aver lanciato attori di grande talento, tra cui Sydney Sweeney e Jacob Elordi. In questa stagione, però, il personaggio di Jacob Elordi è decisamente in secondo piano rispetto alle stagioni precedenti.

Ho apprezzato molto Sydney Sweeney. Non tanto il personaggio di Cassie, che è il cliché della ragazza carina, bionda, superficiale e un po’ stupida, nello spazio che la contemporaneità le riserva, in poche parole dalla cortigiana a OnlyFans, ma per il suo potenziale, super evidente nell’episodio in cui, durante un’audizione, interpreta una scena di Antonio e Cleopatra di William Shakespeare. Un vero peccato che il sistema non cambi mai davvero e che, con la narrativa secondo cui la scelta di “vendere” la propria immagine e nudità sia libera, continui a regalare quello che il sistema vuole: la donna-oggetto. Non vi è una grande differenza, infatti, tra Pamela Anderson e Sydney Sweeney; solo che oggi, essendo certi contenuti molto più diffusi e accessibili, per far parlare di sé bisogna osare di più.

Zendaya, anche se so di andare controcorrente, non è un’attrice che mi ha mai colpito particolarmente. In questa stagione ha finalmente più occasioni per recitare e sostenere scene emotivamente importanti, ma ho trovato la sua interpretazione troppo allegra e bonaria, del tutto stonata rispetto al contesto, come fosse una bimba ingenua che saltella felice su un campo minato, incurante del pericolo.

Hunter Schafer, invece, trovo che incarni perfettamente il suo personaggio: sospesa tra ambizione, vulnerabilità e desiderio di affermazione, immersa in ambienti lussuosi ma freddi e vuoti. Alexa Demie mi piace come attrice, però ho trovato il personaggio di Maddy un po’ confusionario e non mi ha colpito particolarmente, al di là dell’impatto visivo. Mi dispiace che, ancora una volta, per entrambi i personaggi si sposi l’idea che la bellezza si accompagni per forza di cose a un’eccessiva magrezza, valorizzata da outfit ricercati e particolari, ma che possono stare bene solo ad attrici alte e magre.

Levinson propone una visione della realtà estremamente cupa, concentrandosi quasi esclusivamente su situazioni limite. In particolare, il modo in cui vengono rappresentate molte figure femminili finisce spesso per ricondurle alla prostituzione, alla mercificazione del corpo o a dinamiche molto simili. Una prospettiva che personalmente trovo riduttiva e anche abbastanza offensiva. A volte sembra quasi che le donne possano esistere soltanto attraverso questo tipo di percorsi, e questa è probabilmente una delle cose che più mi allontanano dalla sua visione narrativa.

In definitiva, questa nuova stagione propone qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che era stata Euphoria agli inizi. È più simbolica, più autoriale, più sperimentale e anche più strana. Ne riconosco l’ambizione e alcune intuizioni visive davvero notevoli, ma resta una serie distante dalla mia sensibilità e non una di quelle che inserirei tra le mie preferite.

Off Campus : dai malesseri alle green flag: cambia davvero qualcosa?

Off Campus è la serie trend del momento e sta impazzando sul web come se non ci fosse un domani. Ispirata ai romanzi di Elle Kennedy e sviluppata per la televisione da Louisa Levy, racconta la storia di alcuni studenti universitari.

Hannah è dolce, sognatrice e responsabile. Cerca di mantenersi agli studi e guarda al mondo maschile con una certa diffidenza. Garrett, invece, è il capitano della squadra di hockey e figlio di un ex campione tanto famoso quanto controverso.

Nel complesso ho trovato la serie carina, anche se a tratti un po’ noiosa. Tuttavia l’ho apprezzata più di altre produzioni dello stesso genere, come ad esempio il film Love Me Love Me che non mi è piaciuto per nulla.

Quello che però non mi trova d’accordo è la tanto decantata originalità della serie, in particolare il tema delle cosiddette green flag. Nella vita reale è fondamentale cercare qualcuno che ci rispetti ed evitare come la peste quelli che oggi vengono definiti i MALESSERI, ossia i classici bad boy. La narrativa, però, vive di conflitto: è una delle basi dello storytelling. In un romance il focus è la relazione e costruire una storia completamente sana e lineare è difficile, perché ciò che genera interesse è ciò che non funziona.

Detto questo, Off Campus introduce davvero qualcosa di nuovo promuovendo un rapporto sano?

Personalmente credo di no.

Prima di tutto, se parliamo di stereotipi, i protagonisti maschili sono tutto tranne che ragazzi normali. Sono tutti bellissimi, atletici e praticamente perfetti. Se è vero che il target principale della serie è quello femminile, credo che per i ragazzi lo stereotipo del “bonazzo” alla Ken di Barbie è problematico tanto quanto quello delle attrici e modelle ultra magre per le ragazze.

Il cast femminile, invece, appare più realistico. La protagonista per esempio è bellissima senza essere una taglia zero. Tuttavia lo schema resta quello classico del romance: una ragazza relativamente normale che conquista il principe azzurro in versione moderna. Garrett, infatti, ha tutto: è bello, ricco, popolare e talentuoso.

Il fatto che sia rispettoso e tenero con Hannah è sicuramente positivo, ma quasi tutti i bad boy dei romance finiscono per esserlo con la donna di cui si innamorano. Lo era Christian Grey con Anastasia Steele in Cinquanta sfumature di grigio e potrei fare moltissimi altri esempi.

Il problema di questa narrativa è che crea l’illusione che il vero amore possa guarie le persone , ma così non è. Anzi in caso di passati tossici e abusanti è più facile perdersi nell’oscurità che portare luce. Credo pertanto che Off Campus vada vissuta soprattutto come una fiaba moderna più che come un modello relazionale rivoluzionario.

C’è poi il tema del rompere il circolo della violenza e dei comportamenti tossici, e questo è sicuramente un aspetto importante che riconosco alla serie. Garrett vuole essere diverso dal padre violento e il messaggio è positivo. Tuttavia quasi tutti i bad boy letterari cercano di sfuggire al proprio lato oscuro grazie all’amore, quindi nemmeno questo elemento mi sembra particolarmente innovativo.

In definitiva, Off Campus è una serie piacevole, ma non originale. Probabilmente guarderò con piacere anche la seconda stagione, ma fatta eccezione per il fatto che Garrett e Dean siano dei veri e propri sex symbol, non vedo quella grande ventata di novità o freschezza di cui molti parlano. Che la belezza di questi ragazzi abbia un pò offuscato il giudizio?

The Beauty: quando la bellezza diventa una malattia (recensione serie tv)

In questa recensione di The Beauty ti parlo della trama, del significato e della mia opinione su una serie disturbante e riflessiva, che mescola body horror, critica sociale e ossessione per l’aspetto.

The Beauty serie tv recensione

Introduzione

The Beauty è una serie statunitense diretta da Ryan Murphy, (noto per titoli di successo come American Horror Story) e Matt Hodgson.

I primi episodi, ambientati in Italia – meta iconica per il lusso e il design – creano subito un contrasto efficace tra estetica e inquietudine, sposandosi perfettamente con la trama.

🧬 The Beauty: trama della serie

La serie si apre come un giallo. Due detective, occasionalmente amanti, si trovano a indagare su una serie di morti misteriose.

Le vittime sono donne molto belle che improvvisamente diventano aggressive, sviluppano un bisogno ossessivo d’acqua e finiscono per esplodere letteralmente.

Un inizio splatter d’impatto, che affianca fin dalle prime scene il sublime e il disgustoso.

Si scopre presto che le morti non sono casuali, ma rappresentano la fase terminale di una misteriosa malattia.

Dietro tutto questo c’è un potente miliardario, Byron Forst, interpretato dopo la mutazione da Ashton Kutcher. Byron è un mostro benché non non ne abbia l’aspetto. Cinico, crudele, sanguinario, narcisista e privo di empatia. La Beauty è un siero da lui commissionato capace di sconfiggere malattie, invecchiamento e imperfezioni estetiche che rappresenta per lui la svolta definitiva dei suoi affari e un bussines senza pagaragoni.

Il significato della Beauty: cura, ossessione o condanna?

L’idea alla base della serie è affascinante e disturbante.

La Beauty sembra inizialmente una promessa di perfezione, ma si rivela presto qualcosa di molto più pericoloso: un virus potente e imprevedibile, trasmissibile attraverso i fluidi corporei.

Non si tratta quindi di una semplice cura, ma di una trasformazione biologica incontrollabile, che mette in discussione identità, desiderio e paura.

🎬 The Beauty e The Substance: il confronto

Dopo aver visto The Substance, The Beauty può perdere un po’ di originalità sul piano dell’idea di partenza.

Tuttavia, l’originalità non è tutto. Nel complesso preferisco questa serie, perché prova davvero a spiegare cosa sta succedendo e analizza l’ossessione per l’aspetto attraverso diversi punti di vista, generi e contesti sociali.

Se The Substance è una brochure, The Beauty è il romanzo.

🎭 Cast e interpretazioni

Ho apprezzato moltissimo l’interpretazione di Ashton Kutcher nel ruolo di Byron Forst. Abituata a vederlo in commedie leggere, qui offre una prova sorprendente, mostrando una personalità oscura e complessa.

Intensa la storia d’amore tra i due agenti , interpretati da Evan Peters e Jessica Alexander.

🎯 Opinione finale su The Beauty

I primi episodi mi avevano incuriosita, ma non mi stavano convincendo del tutto. Dopo il quarto episodio la serie evolve, acquista profondità e riesce a coinvolgere davvero.

Nel complesso è una serie ben fatta, che fa riflettere su quanto l’idea della bellezza possa condizionare le nostre scelte, spingendoci anche verso decisioni dolorose ed estreme… anche quando non sarebbe necessario.

🪶 Chiusura

The Beauty è una serie imperfetta ma potente, capace di trasformare la bellezza in qualcosa di ambiguo, seducente e profondamente inquietante.