L’Odissea di Nolan: il lamento dei vincitori

Titolo: L’Odissea
Titolo originale: The Odyssey
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2026
Durata: 172 minuti, cioè 2 ore e 52 minuti
Genere: epico, avventura, fantasy, drammatico

Questa settimana ha debuttato nelle sale il tanto atteso nuovo film di Christopher Nolan, L’Odissea.

Il cast è stellare e ho amato molto la performance di Matt Damon, che mi ha colpita e persino stupita per intensità e profondità. Molto convincente anche Anne Hathaway nel ruolo di Penelope, così come Robert Pattinson in quello di Antinoo, al quale riesce a conferire tutta la perfidia, l’arroganza e la pochezza morale del personaggio.

Nolan ha costruito l’intero cast affidandosi ad attori molto noti, anche per ruoli secondari o con poco spazio sullo schermo. Tra loro troviamo anche Elliot Page, che interpreta Sinon in una parte breve ma significativa e Mia Goth che interpreta una delle ancelle di Penelope, Melanto. Zendaya nel ruolo di Atena compare ben poco e, come quasi sempre mi accade con lei, la sua interpretazione mi ha lasciata tiepida e continuo a non riuscire a vedere il talento eccezionale di cui molti parlano.

Non mi ha colpita positivamente neppure Samantha Morton nel ruolo di Circe. Ho letto che la sua interpretazione avrebbe ricevuto una standing ovation durante una proiezione riservata al cast e alla troupe, cosa rara che successe solo durante il Joker di Heath Ledger. A me, tuttavia, non ha trasmesso nulla di altrettanto memorabile. Al contrario, considero quella di Circe una delle parti più disturbanti e meno riuscite del film. Nell’opera originale Circe è una figura affascinante, seducente e regale, non una vecchia eremita. Inoltre, Ulisse rimane sulla sua isola per circa un anno, non per mezza giornata. Se si voleva ridurre così drasticamente questo episodio, forse sarebbe stato preferibile concentrare maggiore attenzione su altre tappe del viaggio.

Nel film di Nolan a risentirne sono soprattutto le creature mitologiche. L’unico che ha molto spazio è il Ciclope, però viene raffigurato in maniera così impersonale e mostruosa da non creare connessione. Gli altri mostri sono addirittura appena accennati e le Sirene non vengono nemmeno mostrate.

Il cuore del film di Nolan, infatti, risiede non tanto nella spettacolarità delle creature quanto nella psiche dei suoi personaggi. Emerge con forza l’amore reciproco tra Ulisse e Penelope, così come la crudeltà di Antinoo. La lealtà di Eumeno e del cane Argo e la speranza di Telemaco. Il messaggio più importante che prende forma è che la guerra non lascia mai veri vincitori, soltanto superstiti, riuscendo a tirare fuori il peggio persino dagli uomini migliori.

Per Nolan i canti di vittoria non danno valore ma assumono il suono di uno straziante lamento e Ulisse non si sente più degno dell’amore della moglie, del proprio regno e del ruolo di guida. Non teme soltanto di trovare Itaca cambiata: teme di essere lui a non meritare più ciò che ha lasciato.

In questo senso, L’Odissea è un film potente, emotivamente complesso e degno dei grandi colossal americani. Non sempre fedele all’opera di Omero e non privo di scelte discutibili, ma capace di trasformare il viaggio di Ulisse in una riflessione intensa sulla guerra, sulla colpa, sull’amore e sull’impossibilità di recuperare davvero il passato.

Boulevard: quando l’amore non basta

Ho visto Boulevard su Amazon Prime, film tratto dall’omonimo romanzo di Flor M. Salvador, fenomeno editoriale nato su Wattpad. La trama è quella tipica del romance adolescenziale: la protagonista, Hasley, appena arrivata in un paesino, si ritrova al centro di un triangolo amoroso. Ciò che si nota subito, però, è che qui di vere green flag non ce ne sono. Quello che sulla carta dovrebbe essere il buon partito non riesce mai a fare davvero presa né sullo spettatore né, tantomeno, sulla protagonista. Il vero malessere della storia è Luke. In lui troviamo un bad boy abbastanza convincente, segnato da un grave problema di dipendenza. Il rapporto tra lui e Hasley, però, è coinvolgente e, benché tifare per questo genere di storia d’amore sia pericoloso, non si riesce a fare altrimenti. L’epilogo però triste, improvviso e tragico, cancella ogni speranza di lieto fine, lasciando soltanto un profondo amaro in bocca. La scelta credo possa essere motivata dal fatto che l’unico modo per far funzionare davvero una relzione con un ragazzo come Luke è solo nella fantasia e nell’idealizzazione, perchè la speranza nel cambiamento può essere la vera condanna.

Messaggi per Isabelle: ci sono assenze che continuano a parlarci

Titolo originale: Voicemails for Isabelle
Regia: Leah McKendrick
Produzione: Stati Uniti (Netflix)
Durata: 113 minuti circa

A prima vista potrebbe sembrare una commedia romantica. In realtà, Messaggi per Isabelle racconta qualcosa di più profondo. Il centro del film è il rapporto simbiotico e complementare tra due sorelle, Jill e Isabelle. Quest’ultima è affetta da una malattia degenerativa e Jill cerca di vivere la sua vita anche per la sorellina. Lo fa con tanto entusiasmo, contro tutto e tutti, da non far mai sentire a Isabelle il peso della sua malattia.
Le cose, però, precipitano dopo la morte di Isabelle. È lì che si capisce che non era solo Jill a dare forza a sua sorella: quello che le univa era uno scambio reciproco e insostituibile.
Per cercare, in qualche modo, di superare il lutto, Jill, aspirante chef, continua a lasciare messaggi vocali sulla segreteria del numero di sua sorella. Non sa, però, che quel numero, non essendo più ricaricato, è stato riassegnato a un’azienda che lo attribuisce a Wes.
Il ragazzo inizia ad ascoltare quei messaggi e ne rimane profondamente colpito. Per questo procrastina sempre di più il momento in cui dovrà avvertire Jill che quel numero non appartiene più a Isabelle.
Il tema del lutto è reale e doloroso. L’attrice che interpreta Jill, Zoey Deutch, riesce a trasmetterlo con grande intensità, mantenendo però il carattere frizzante, sarcastico e sopra le righe del personaggio, risultando sempre ironica e brillante.
Sebbene sia la prima a credere che nessuno possa essere così “figo” e così sfigato allo stesso tempo, anch’io mi sono innamorata di Jill e della sua storia.
Questo è un film che parla soprattutto del “dopo”. Ci ricorda che, talvolta, la sfida più difficile non è morire, ma sopravvivere quando una parte fondamentale del proprio mondo viene a mancare. Non è facile e non è scontato. Per questo credo sia importante parlarne anche con leggerezza, senza romanticizzare il dolore, ma mostrando che possono esistere speranza e forza, alimentate dalle tante forme che l’amore può assumere.

Non è un paese per single: Perché abbiamo ancora bisogno di credere nell’amore

Regia: Laura Chiossone
Produzione: Italia (Amazon MGM Studios e Italian International Film)
Durata: 108 minuti circa

Questo film mi ha resa particolarmente orgogliosa perché è un altro prodotto italiano che mi ha piacevolmente sorpresa.

Non è un paese per single è una commedia romantica, ma affronta l’amore in modo diverso rispetto a molte storie contemporanee.

Negli ultimi anni ho avuto spesso la sensazione che cinema e serie TV raccontassero la realizzazione personale come qualcosa che, per forza, va a ostacolare l’indipendenza individuale. Elisa, una delle protagoniste della storia, affronta la vita proprio in questo modo, benché sia comunque supportata da sua madre, sua sorella e sua figlia.

Faccio questa precisazione perché il mito della donna indipendente, che non deve chiedere mai, spesso trascura un aspetto fondamentale: il problema di oggi è che, talvolta, manca una rete di collaborazione e, per questo motivo, alcune persone, uomini o donne, si trovano sole. A forza di mitizzare l’indipendenza, del resto, era difficile immaginare una strada diversa.

Detto questo, molte produzioni evitano il romanticismo oppure lo trattano quasi come una pestilenza (basti pensare a Barbie). Non sto dicendo che le relazioni tossiche siano un mito, tutt’altro, ma penso che sia bello sognare e che abbiamo ancora bisogno di amore, di speranza e d’immaginazione.

Ultimamente, infatti, stanno tornando di moda storie dal sapore un po’ anni Novanta, basti pensare al successo di Off Campus. Questo film, inserendosi in un filone simile, mi ha restituito proprio quella sensazione. È una commedia leggera, ma che fa bene al cuore.

Inoltre, ho trovato il cast davvero molto bravo e convincente, con una recitazione, una regia e una sceneggiatura che non hanno nulla da invidiare alle commedie d’oltreoceano, senza cadere nelle classiche commediole all’italiana un po’ stampellate e volgarotte.

Da Buffy a KPop Demon Hunters: una nuova generazione di cacciatrici

KPop Demon Hunters è un film d’animazione diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans. Le protagoniste sono le HUNTR/X: Rumi, Zoey e Mira, tre famosissime pop star che nascondono un grande segreto. Nel privato, infatti, sono cacciatrici di demoni.

Grazie al loro canto e al sostegno dei fan, riescono a formare una barriera magica che separa il mondo degli uomini da quello dei demoni, l’eredità di una missione portata avanti da generazioni di ragazze prima di loro. Nel tempo in cui vivono le protagoniste, però, si è arrivati a un momento decisivo: lo scudo magico sta per diventare dorato e permanente, separando per sempre il mondo dei demoni dal nostro.

Il film ha avuto un successo mondiale ed è diventato un vero fenomeno, capace di appassionare tantissime bambine, quasi come accadde con Frozen. Che il regno delle principesse classiche fosse ormai morto e sepolto lo sappiamo da decenni. Già negli anni ’90 si era dato molto spazio a personaggi femminili forti e combattivi: un esempio fulgido è Buffy l’ammazzavampiri, che in un certo senso può essere considerata una precorritrice delle HUNTR/X, con una trama che presenta diversi punti di contatto.

Detto questo, ho apprezzato moltissimo il film. Le canzoni sono bellissime, le tre protagoniste mescolano bellezza, talento, ironia e momenti buffi. I personaggi maschili restano più in secondo piano, ma Jinu anche se in solitaria riesce ad essere magnetico e interessante.

Nella cultura coreana esistono credenze legate ai demoni e, da quanto ho letto, nel film questi sembrano rappresentare anche le emozioni, le paure e il potere della musica. C’è poi un tema molto forte: quello dell’accettazione di sé e del sentirsi imperfetti.

Qualche incongruenza qua e là c’è: in pratica nessuno sembra fare troppo caso alle persone che spariscono o alle lotte pubbliche contro i demoni. Ma, per un film d’animazione così coinvolgente, si può chiudere un occhio.

L’ho adorato e mi ha emozionato. Consiglio la visione assolutamente.