

Una porta sull’estate è un romanzo di Robert A. Heinlein, scritto nel 1956 e ambientato, per buona parte della vicenda, nel 1970 e nel 2001. Le date, in questo caso, sono particolarmente importanti, perché parliamo di un’opera che immagina il futuro da una prospettiva ormai lontana nel tempo. Quello che per Heinlein era ancora un domani da costruire, per noi è già passato. Nel fare questo esercizio di immaginazione, l’autore descrive un avvenire molto diverso da quello che abbiamo effettivamente vissuto. Sebbene ci siano stati enormi cambiamenti, essi non sono stati così evidenti e spettacolari come Heinlein si aspettava.
L’autore immaginava un mondo popolato da robot e caratterizzato da una drastica riduzione della fatica manuale, sia domestica sia lavorativa. Il protagonista, Dan Davis, è proprio l’inventore di queste straordinarie macchine destinate a modernizzare la vita quotidiana. Nel 2026 qualcosa di quella visione si è effettivamente realizzato: esistono robot aspirapolvere, pulitori automatici per piscine e robot tagliaerba. Nulla però di realmente umanoide, se non sotto forma di prototipi ancora in fase di sviluppo. Nessuna automobile volante. Restano fantascienza anche la criogenizzazione come mezzo per attraversare il tempo e il viaggio temporale stesso.
Lo sviluppo tecnologico ha invece interessato qualcosa che sarebbe stato difficile immaginare negli anni Cinquanta: il mondo digitale. Grazie a Internet, ai computer e agli smartphone, l’umanità ha investito nella creazione di una sorta di realtà parallela, fatta di connessioni virtuali, streaming audio e video e, più recentemente, intelligenze artificiali.
Più di una volta, nel corso della lettura, mi sono immaginata come avrebbe reagito Dan ritrovandosi nel nostro presente e se ne sarebbe rimasto più deluso o più impressionato. Heinlein sicuramente non ha viaggiato nel futuro, perché non si è rivelato un grande veggente. Al di là di questo, però, del suo romanzo colpisce ancora oggi la brillantezza della narrazione.
Le vicende di tradimento, vendetta e riscatto vengono raccontate con grande ironia e un sarcasmo sottile, rendendo la lettura estremamente piacevole e coinvolgente. Lo stile narrativo tradisce l’essere figlio di un’altra epoca e, per certi aspetti, mi ha ricordato quello di Douglas Adams.
Interessante anche l’indole profondamente “gattara” del protagonista, un tratto che forse oggi verrebbe compreso e apprezzato ancora più di quanto non accadesse negli anni Cinquanta.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è che questa è una delle poche utopie che abbia letto. Heinlein guarda al progresso tecnologico con entusiasmo e fiducia, immaginando un futuro in cui le invenzioni migliorano concretamente la vita delle persone. Oggi, invece, pur beneficiando quotidianamente di tecnologie straordinarie, tendiamo a osservarle con maggiore diffidenza e pessimismo.
Detto questo, mi viene da chiedere a chi legge: voi come immaginate il futuro? Condividete la visione analogica e bonaria di Heinlein oppure pensate che il progresso tecnologico ci stia conducendo verso scenari più complessi e ambigui?
