Nelle pieghe del tempo è un film del 2018 prodotto dalla Disney. Dal trailer pensavo a qualcosa di carino che ricordasse Come d’incanto ed ero felice che non si trattasse dell’ennesimo live action. Innanzitutto notiamo anche qui la peculiare ossessione della pluralità culturale degli ultimi anni, il chè sinceramente se rende tranquilli loro a me non disturba affatto. Il problema sembra però che più il cast appaia così variegato più ci si dimentichi di curare un dettaglio non trascurabile… la trama. Sembra che basti avere un cast multi etnico per avere un film degno di essere prodotto, in realtà il cast può essere come gli pare basta che ci sia una storia da raccontare. Se dovessi fare un riassunto di questa pellicola avvrei serie difficoltà poichè non si capisce assolutamente nulla, vi è solo un sussesugursi di effetti speciali e vestiti improbabili. Persino Reese Witherspoon, che solitamente mi piace, qui regala una performance allucinata, forse perchè nemmeno lei ha capito che personaggio dovesse interpretare. Probabilmente il peggior film disney di sempre visto fino ad oggi.
Francamente non ho mai capito il senso della maggior parte dei live action, quasi sempre bruttissime copie degli originali.Wendy e Peter, non fa eccezione. La Disney ha sempre cercato di adeguarsi alle nuove epoche mettendo al centro della scena principesse di etnie diverse, sempre più eroiche, pertanto non capisco questo bisogno spasmodico d’inclusività.In questo film per esempio troviamo solo un’accozzaglia di personaggi votati a far onore alla “moderna sensibilità“ senza cognizione di causa, messi li solo a questo scopo. La trama non solo non aggiunge nulla alla storia originale, ma la snatura inutilmente con un “femminismo” idiota.La storia di Peter Pan potrebbe sembrare maschilista, ma per me rispetto a molte altre non è così poiché Wendy è speciale per essere una bambina, per quei tratti distintivi del femminile, come grazia e dolcezza che non sono un difetto come la tanto osannata moderna sensibilità ci vuole far credere. Se Peter Pan è arrogante e spocchioso, Wendy qui diventa tale e quale. Il coraggio si può dimostrare in modi diversi, con amore e compassione, non solo con una spada in mano. L’esercito di bimbi sperduti diventano quasi del tutto bambini invisibili anonimi e senza rilevanza dunque che differenza fa se sono maschi o femmine. La tanto decantata presenza del primo attore con la sindrome di Dawn, è più una trovata pubblicitaria, messo lì per fare audience, in un ruolo secondario nel gruppo di bambini invisibili a rimpolpare l’odiosa cornice d’inclusività apparente e ipocrita. Come se non bastasse la nuova stella, Ever Anderson, nonostante sia figlia d’arte non sembra per il momento così brillante regalando un’interpretazione artificiosa e poco credibile. Un virus che inspiegabilmente ha intaccato anche Jude Law nei panni di un improbabile capitan uncino. Vogliamo poi parlare di Trilly di colore, ma muta che dice una battuta in tutto il film e che senza un motivo sostanziale è amica di Wendy. Stravolgimento inutile poiché non c’è nulla di male a parlare della non cooperazione femminile e di come tra donne talvolta non si vada d’accordo e possano nascere gelosie, negarlo non lo rende meno vero.Gli unici attori che ho trovato credibili sono i fratellini di Wendy e detto questo ho detto tutto. Lo trovo un passo falso per la Disney che ogni tanto riesce ancora a far buone pellicole ma le alterna con questi film ancor meno che mediocri, più brutto solo il live action di Pinocchio.
L’ombra del vento è probabilmente il testo più noto di Zafon, la storia tuttavia non mi ha appassionata come avrei voluto. I personaggi per quanto ben descritti non mi hanno conquistato. La trama è abbastanza contorta e le coincidenze che fanno un pò da “fil rouge” tra passato e presente sono il più delle volte forzose e intuibili. Ho trovato il testo noioso fino al giro di boa, mi ricordava fin troppo altri libri che ho letto dello stesso autore. Quando la storia si è concentrata sul passato in modo chiaro è diventata invece più appassionante. SpessoZafon mette nei suoi testi scrittori irrisolti o esseri mostruosi che non sempre sono malvagi, il che va nella direzione di creare personaggi complessi, in cui la distinzione tra buono e malvagio diventa labile. I suoi soggetti sono sempre veri e vitali, paradossalmente ho notato un’attenzione particolare a quelli secondari. In questo romanzo ho amato il disvelamento del personaggio di Julián Carax, quello di Nuria e di suo marito. Ho trovato forzosa invece la storia parallela con Beatriz poichè Daniel appare un pò volubile e troppo sensibile alle grazie femminili. Devo inoltre dire che finalmente l’epilogo non è fumoso o struggente ma porta con sè speranza, mi sono commossa, il che penso sia il complimento più sincero da fare a uno scrittore.
Mare fuori è una serie televisiva italiana prodotta da Rai Fiction e Picomedia, distribuita a partire dal 2020. La serie racconta le vicende di alcuni detenuti e di alcuni membri del personale dell’immaginario IPM (istituto penitenziario minorile) di Napoli, liberamente ispirato al carcere di Nisida. I personaggi principali sono Carmine (Massimiliano Caiazzo), giovane appartenente al clan mafioso dei Di Salvo, che ne rifiuta il tipo di vita ed espedienti e Filippo Ferrari (Nicolas Maupas) rampollo della Milano bene che a causa di un tragico e stupido gioco finirà assieme a Carmine presso l’IPM. Tra il cast di adulti avranno un ruolo centrale il Commisario Massimo Valente(Carmine Recano) e per le prime stagioni la direttrice Paola Vinci interpretata all’attrice Carolina Crescentini. A differenza di serie dello stesso tipo, Mare Fuori ha toni più morbidi e romanzati, puntando molto sulle relazioni amorose. Una scelta vincente visto il sucesso della serie. Attori di talento effettivamente ne troviamo diversi, a partire dai rodati Recano e Crescentini, fino ai giovani come Giacomo Giorgio (Ciro Ricci), Nicolas Maupas (Filippo) e Matteo Paolillo (Edoardo). Nel complesso comunque il cast è convincente e affiatato, benchè l’IPM paia più un collegio dove i ragazzi fanno un pò ciò che gli pare. Gli unici a non avermi convinto come attori sono Antonio Orefice (Toto) e in particolare Filippo Soavi (Sasà). Massimiliano Caiazzo (Carmine) inizia a essere più d’impatto solo durante la terza stagione, grazie al supporto della carismatica Maria Esposito nel ruolo di Rosa Ricci. Belle anche alcune canzoni impiegate nella colonna sonora. Benchè la storia nel complesso sia poco verosimile non mancano momenti crudi capaci di urtare la sensibilità dello spettatore. Una serie carina che prende molto durante la visione ma che alla fine lascia un pò di dubbi.
Ambientato in una realtà dove la barriera tra il mondo dei vivi e dei morti si fa labile e i fantasmi non solo esistono ma possono diventare pericolosi, diverse genarazioni di bambini e giovani adulti sono chiamate in prima linea a fronteggiare la minaccia. Pare infatti che solo i più piccoli abbiano la capacità di vedere e/o sentire i Visitatori. Lucy Carlyle, protagonista e voce narrante della storia, è costretta a crescere anzi tempo e a fronteggiare l’orrore e il pericolo. La ragazza tuttavia non dovrà fare tutto sola, troverà in Anthony e George, presso l’agenzia metapsichica Lockwood & Co, degli amici, una famiglia e forse persino l’amore. Un romanzo fantasy molto coinvolgente la cui trama è intrigante e originale. L’unica nota negativa è che il testo è fin troppo ben scritto sia in termini di descrizoni di ambienti e personaggi da non essere credibile che a parlare sia una ragazzina. Jonathan Stroud fa sentire troppo la sua voce. A parte questo la lettura è godibile e benchè per praticità editoriale il testo sia inserito nella categoria dei romanzi destinati ai giovani adulti credo sia un romanzo che possa piacere a tutti gli appassionati di romanzi Fantasy.