Recensione Fiori per Algernon

Fiori per Algernon è un romanzo di fantascienza dallo scrittore e psicologo Daniel Keyes. Racconta attraverso l’espediente di un diario clinico la strana esperienza vissuta da Charlie Gordon, un ragazzo nato con un ritardo mentale e selezionato come cavia per una rivoluzionario intervento sperimentale volto ad accrescerne l’intelligenza. Il romanzo inizia in maniera insolita, con una scrittura sgrammaticata e infantile, fino a raggiungere con il progredire della storia alti livelli strutturali e di contenuto. Keyes combina in quest’opera la sua passione per la letteratura Science Fiction e per la psicologia, fornendo un quadro interessante della psiche umana e di come una vivacissima intelligenza da sola non può condurre l’individuo alla felicità. Penso che chiunque nella vita ha sperato almeno una volta di essere più perspicace e molto più capace e che questo gli avrebbe permesso di essere più vincente o persino di lasciare il segno. Charlie scoprirà a sue spese che talvolta la sua condizione iniziale era preferibile, poichè lo proteggeva dalle brutture della vita e dalla malignità insita nell’essere umano. Keyes inoltre punterà spesso l’attenzione su come i traumi dell’infanzia possano condizionare l’evoluzione dell’individuo più di quanto ci piacerebbe ammettere e di come una volta mangiata la prima mela della conoscenza non è comunque facile tornare indietro. Una storia struggente e geniale nella sua semplicità, che anche oggi dopo quasi sessant’anni è ancora attualissima, in un contesto storico edonistico come quello odierno che premia soprattutto l’apparenza e che maschera un vuoto emotivo, meschino e privo di speranza. Lessi questo racconto per la prima volta alle scuole superiori e sono felice di averlo riletto dopo molti anni a un età differente. Mi colpì allora e mi ha colpita oggi.

Recensione La Sirenetta

Non vado pazza per i live action, ma in qualche modo suscitano in me una certa curiostà. In questo caso si è puntato molto sul fatto che la sirenetta fosse di colore e che venisse rispettato l’ormai dogmatico principio dell’inclusività e della moderna sensibilità. Benchè Halle Bailey sia tenera e dolce avrei preferito vedere un’attrice più in linea con il personaggio classico del film d’animazione e non condivido l’idea del regista che la Bailey fosse l’unica scelta possibile. Per dare spazio al multietnismo avrebbero potuto mettere un attore di colore nei panni di Eric. A mio modo di vedere, per portare un esempio, Regé-Jean Page sarebbe stato molto meglio di Jonah-Hauer King. Le variazioni apportate alla pellicola sono quasi del tutto irrilevanti, persino peggiorative. Mi è spiaciuto vedere il castello di Re Tritone trasformato in una conference room subacquea, avrei voluto assistere allo spettacolo sonoro delle sorelle di Ariel trattate qui invece al pari di comparse. Inoltre, benchè sia favorevole ai cast multietnici, sono contraria a forme superficiali di sfruttamento dell’inclusività: nella fattispecie le stesse sorelle di Ariel son messe lì con entnie diverse e condividono gli stessi genitori sfidando la genetica e creando persino confusione nei piccoli spettatori. Deludono gli effeti speciali, non sempre sono bene fatti, l’emblema sono i sirenetti costruiti digitalmente in maniera fin troppo palese. Terribili le nuove canzoni così come la voce del doppiatore italiano del granchio Sebastian. Ho apprezzato il taglio della canzone le Les Poissons e del cuoco che però non è stata sostituita con qualcosa di significativo. Un nonsense cambiare il sesso a Scuttle al pari dell’introduzione del personaggio della regina madre. L’unico ruolo a mio avviso ben assegnato è quello di Melissa McCarthy nei panni di Ursula, che da sola fa acquistare molti punti a una pellicola che fa acqua da tutte le parti. Bella la ricostruzione della scena tra Eric e Ariel sulla barca al chiaro di luna e l’animazione della celebre canzone In fondo al mar. Per alcuni il film può sembrare noioso ma nel complesso, rispetto ad altri live action, merita di essere visto.

Il teschio parlante

Il secondo volume di Jonathan Stroud non ha deluso le mie aspettative, un degno sequel del primo capitolo, con il pregio di strutturare la storia in maniera da essere svincolata e indipendente dallo stesso. Anthony Lockwood, Lucy Carlyle e George Cubbins si troveranno alle prese con un incarico misterioso e un fantasma dal passato oscuro e raccapricciante. Ho trovato intrigante il personaggio del teschio parlante e Stroud riescie sempre a solleticare la curiosità del lettore. Non è facile fare episodi all’altezza del primo ma questo autore ci è riuscito. L’unica cosa che mi dispiace è che per il momento le traduzioni del testo in Italiano sono solo dei primi due capitoli, i successivi si trovano solo in lingua originale.

Recensione di “Nelle pieghe del tempo”

Nelle pieghe del tempo è un film del 2018 prodotto dalla Disney. Dal trailer pensavo a qualcosa di carino che ricordasse Come d’incanto ed ero felice che non si trattasse dell’ennesimo live action. Innanzitutto notiamo anche qui la peculiare ossessione della pluralità culturale degli ultimi anni, il chè sinceramente se rende tranquilli loro a me non disturba affatto. Il problema sembra però che più il cast appaia così variegato più ci si dimentichi di curare un dettaglio non trascurabile… la trama. Sembra che basti avere un cast multi etnico per avere un film degno di essere prodotto, in realtà il cast può essere come gli pare basta che ci sia una storia da raccontare. Se dovessi fare un riassunto di questa pellicola avvrei serie difficoltà poichè non si capisce assolutamente nulla, vi è solo un sussesugursi di effetti speciali e vestiti improbabili. Persino Reese Witherspoon, che solitamente mi piace, qui regala una performance allucinata, forse perchè nemmeno lei ha capito che personaggio dovesse interpretare. Probabilmente il peggior film disney di sempre visto fino ad oggi.

Recensione Peter e Wendy

Francamente non ho mai capito il senso della maggior parte dei live action, quasi sempre bruttissime copie degli originali.Wendy e Peter, non fa eccezione. La Disney ha sempre cercato di adeguarsi alle nuove epoche mettendo al centro della scena principesse di etnie diverse, sempre più eroiche, pertanto non capisco questo bisogno spasmodico d’inclusività.In questo film per esempio troviamo solo un’accozzaglia di personaggi votati a far onore alla “moderna sensibilità“ senza cognizione di causa, messi li solo a questo scopo. La trama non solo non aggiunge nulla alla storia originale, ma la snatura inutilmente con un “femminismo” idiota.La storia di Peter Pan potrebbe sembrare maschilista, ma per me rispetto a molte altre non è così poiché Wendy è speciale per essere una bambina, per quei tratti distintivi del femminile, come grazia e dolcezza che non sono un difetto come la tanto osannata moderna sensibilità ci vuole far credere. Se Peter Pan è arrogante e spocchioso, Wendy qui diventa tale e quale. Il coraggio si può dimostrare in modi diversi, con amore e compassione, non solo con una spada in mano. L’esercito di bimbi sperduti diventano quasi del tutto bambini invisibili anonimi e senza rilevanza dunque che differenza fa se sono maschi o femmine. La tanto decantata presenza del primo attore con la sindrome di Dawn, è più una trovata pubblicitaria, messo lì per fare audience, in un ruolo secondario nel gruppo di bambini invisibili a rimpolpare l’odiosa cornice d’inclusività apparente e ipocrita. Come se non bastasse la nuova stella, Ever Anderson, nonostante sia figlia d’arte non sembra per il momento così brillante regalando un’interpretazione artificiosa e poco credibile. Un virus che inspiegabilmente ha intaccato anche Jude Law nei panni di un improbabile capitan uncino. Vogliamo poi parlare di Trilly di colore, ma muta che dice una battuta in tutto il film e che senza un motivo sostanziale è amica di Wendy. Stravolgimento inutile poiché non c’è nulla di male a parlare della non cooperazione femminile e di come tra donne talvolta non si vada d’accordo e possano nascere gelosie, negarlo non lo rende meno vero.Gli unici attori che ho trovato credibili sono i fratellini di Wendy e detto questo ho detto tutto. Lo trovo un passo falso per la Disney che ogni tanto riesce ancora a far buone pellicole ma le alterna con questi film ancor meno che mediocri, più brutto solo il live action di Pinocchio.