Recensione di Shantaram un romanzo di Gregory David Roberts

All’inizio avevamo paura di tutto – animali, clima, alberi, cielo notturno – meno che degli altri esseri umani. Ora temiamo gli esseri umani, e quasi niente di tutto il resto. Nessuno sa perché un altro si comporta in un certo modo. Nessuno dice la verità. Nessuno è felice. Nessuno è sicuro. Nel mondo è tutto sbagliato, e la cosa peggiore che si possa fare è continuare a vivere. Eppure bisogna continuare a vivere. È questo dilemma che ci fa credere alla bugia che esistano un’anima e un Dio che si preoccupa delle sue sorti. Eccovi serviti

Shantaram è una vera e propria odissea letteraria, racconta parte della vita dell’autore. Roberts è un fuggitivo evaso da una prigione australiana che trova come porto franco la caotica e suggestiva Bombay. Nel complesso ho apprezzato questa lettura ma non ho trovato questo abisso di contenuti e rivelazioni sulla condizione umana come mi sarei aspettata e come in molti mi avevano preannunciato. Tecnicamente Roberts è davvero bravissimo e scrupoloso, grandiosa è la dovizia di particolari nella descrizione dei luoghi e dei personaggi che affollano la sua caotica e pericolosa realtà. Leggendo questo romanzo si ha davvero la voglia di scoprire l’India visto l’amore e la passione che trasuda dalle sue parole tuttavia alcune parti del testo sono lente rendendolo pesante, soprattuto nelle fasi conclusive. L’autore pare essere alla ricerca del significato della vita e in certi tratti spaccia le massime di Abdel Khader Khan, di Karla e dei suoi amici come verità assolute. Nei fatti però stiamo leggendo la storia di un gangster al soldo della mafia indiana e il fare la cosa sbagliata per un motivo giusto è un concetto a mio avviso pericoloso e un pò anarchico, poiché giusto e sbagliato hanno un elevato margine di soggettività.

Una volta Lettie aveva detto che trovava strano e incongruo sentirmi definire “uomini d’onore” criminali, killer e mafiosi. Credo che fosse un problema suo, e non mio, perché lei confondeva onore e virtù. La virtù riguarda ciò che facciamo, e l’onore il modo in cui lo facciamo. Si può combattere una guerra in modo onorevole – la Convenzione di Ginevra esiste per questo – e mantenere la pace in modo riprovevole. Nella sua essenza l’onore è l’arte di essere umili.

Ovviamente si potrebbe dire molto altro su un testo della mole di Shantaram e aprire numerosi dibattiti sulle questioni etiche e morali che vengono sviscerate qua e là, senza particolari approfondimenti.

L’unico regno che fa di un uomo un re è il regno della sua anima. L’unico potere che conta veramente è quello di migliorare il mondo

Tuttavia essendo questo una sorta di diario di viaggio di un uomo che ha provato una moltitudine di esperienze pazzesche e incredibili, accolgo con piacere il suo punto di vista pur non essendo del tutto d’accordo con la sua visione del mondo e temendo che la realtà nell’India raccontata dall’autore sia ben più crudele e cruenta di quanto lo stesso voglia farci credere.

Recensione di “I rami del tempo” di Luca Rossi

 

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Titolo: "I rami del tempo"
Autore: Luca Rossi
Casa Editrice: self-publishing
Genere: Fantasy
Numero Pagine: 175 
Costo versione e-book: 0.99 euro
Costo versione cartacea: 13,44 euro
Link per l'acquisto: 
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SINOSSI: Una pioggia di schegge stermina il popolo dell’isola di Turios. Si salvano Bashinoir, gravemente ferito, sua moglie Lil e la sacerdotessa Miril. Vorrebbero dare degna sepoltura ai propri cari, ma i cadaveri sono scomparsi. L’unica speranza di salvezza risiede nelle protezioni magiche del Tempio. Tuttavia devono far fronte a minacce oscure. Un’ombra infesta i loro cuori per dividerli e distruggerli. I loro corpi sembrano perdere sempre più consistenza. Alla vicinanza tra le due donne si contrappone il sempre più marcato isolamento di Bashinoir.  Nel regno di Isk, maghi e consiglieri devono sottostare all’insaziabile ingordigia di sesso, guerra e potere di re Beanor. L’ultima delle sue giovani mogli, tuttavia, non si dà pace per la libertà e l’amore perduti. Potranno i giochi e gli inganni sotto le lenzuola essere la chiave di svolta di una guerra millenaria?

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RECENSIONEUNA STORIA SOSPESA

Avevo molte aspettative nella lettura di questo romanzo ma purtroppo anche se la storia di base potrebbe essere interessante non mi ha colpita come avrei voluto: la trama è confusa, i salti temporali sono troppi e talvolta risultano sconclusionati. I personaggi non acquistano mai caratteristiche tali da suscitare empatia o simpatia e a conti fatti ad eccezione della pioggia di schegge iniziale, la storia scorre piatta, in special modo nell’isola dei tre sopravvissuti. Trattandosi di una saga è plausibile pensare che il non chiarire la maggioranza delle circostante sia funzionale allo scopo di creare interesse nei capitoli successivi, tuttavia l’autore avrebbe potuto essere più generoso in termini di descrizioni e scenari. I dialoghi risultano talvolta troppo contemporanei e stridenti nel contesto di stampo medioevale in cui la storia è ambientata. Devo dire comunque che la curiosità di leggere il secondo capitolo della saga scatta, restando la storia sospesa a metà proprio sul più bello. Nel complesso non considero questa una pessima lettura ma nemmeno il capolavoro di cui molti parlano. D’altro canto la letteratura è arte e come tale di soggettiva interpretazione. Mi fa piacere ad ogni modo che un autore italiano sia riuscito ad imporre un genere come il fantasy attraverso l’auto pubblicazione e a raggiungere numeri importati in termini di vendite e recensioni positive. Altro punto a favore di Rossi sono i generi che tratta, fantasy e fantascienza, che io amo e che in Italia fanno fatica a decollare per mano di autori locali.

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Recensione di Valeria Diurno & Luisa Scrofani

Lettura piacevole e trama originale

L’autrice ha creato con originalità un mondo da zero. La Terra non esiste più e ci troviamo sul pianeta Era popolato da due razze indigene (Org e Striker) mentre gli umani, che hanno colonizzato il pianeta, si dividono tra persone normali e Androcob ( individui che hanno sostituito alcune parti del corpo con altre robotiche). La protagonista, Didi Reynols, è una cacciatrice di taglie caduta in disgrazia a causa di una missione fallita che ha causato diversi morti eppure, si capisce da piccoli accenni, che Didi sia stata vittima di un complotto. La ragazza si trova quindi a lavorare per un certo Doc, titolare della Vidrop&Co, cooperativa di cacciatori di taglie nel quartiere di Megalattica, una Metropoli dove la fa padrone violenza e criminalità. Didi non riesce però a rinunciare alla sua più grande passione: le corse clandestine. Non stiamo parlando di macchine, ovviamente, ma di navicelle e, quella di Didi, è la Skeggia8 da cui prende titolo il libro. Il personaggio che mi è piaciuto di più, oltre Didi è Mina. Cacciatrice leale, amica di Didi e donna forte e coerente.
Ritorniamo a Didi e alla sua storia d’amore che, a mio avviso, è più un’infatuazione non corrisposta verso Ethan, perdutamente innamorato di Ariene, cacciatrice scomparsa (e forse, mi chiedo, implicata nel complotto ai danni della protagonista)?
Didi, nonostante questa forte infatuazione per Ethan, si butta tra le braccia del nuovo acquisto della cooperativa: Dalton Blue. Personaggio ambiguo che sembra si trovi in questo gruppo di cacciatori per un motivo segreto. E’ una spia o un semplice ladro?
Skeggia8 è sicuramente un buon lavoro e l’autrice ha dimostrato creatività e fantasia nel creare, come ho già detto, un mondo da zero con regole e personaggi ben definiti. Per questo motivo merita il mio apprezzamento ma spero davvero che, nel prossimo episodio, l’autrice aggiunga qualcosina in più per quanto riguarda la storia d’amore. Ma, questo, è solo il mio lato romantico che parla.

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Automata un film di Gabe Ibáñez

Pellegrinaggio radioattivo

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(Voto 4 su 10)

Da vedere? No

Realizzare un bel film di fantascienza non è semplice, serve fantasia, creatività e l’incredibile capacità di inventarsi qualcosa di unico ed originale. Il regista Gabe Ibáñez nel suo Automata non riesce assolutamente a fare nulla di quanto servirebbe per rendere questo film memorabile, particolare o quantomeno passabile. L’idea che l’umanità si impegni per auto-distruggersi è tristemente plausibile. Non stupiscono le didascalie iniziali che ci presentano una terra del futuro ormai scarsamente popolata e per buona parte radioattiva. Nelle rare zone ancora abitate, gli uomini decidono di creare dei robot al fine di demandare loro la costruzione di un muro volto a proteggere le città (da chi e da cosa non è dato saperlo con chiarezza, sembra da altri umani ma non viene spiegato nulla del contesto sociale). Più o meno come in Io Robot anche in Automata vengono impostati sugli androidi due protocolli, al fine di renderli sicuri e al servizio della razza umana. Il protagonista di questa storia è Jacq Vaucan (Antonio Banderas), un assicuratore della società robotica Roc Robotics Corporation, che si imbatte in alcuni droidi manomessi ed è costretto a vivere in una città fantasma in cui, per motivi sconosciuti, vengono trasmessi non stop enormi ed inquietanti ologrammi a sfondo pornografico. Anguste e deprimenti anche le case abbienti che tuttavia non sono prive di gioiellini tecnologici come aveva invece preannunciato il prologo del film. Come in Io Robot, di cui questo film è una copia sbiadita, si apre in maniera scoordinata ed incoerente la caccia ai robot difettosi, in un lungo pellegrinaggio nel deserto radioattivo da cui Vaucan esce miracolosamente indenne. I personaggi restano superficiali al pari di perfetti sconosciuti e le macchine stesse, che in questa tipologia di film cercano sempre di attrarre l’empatia e la simpatia del pubblico, appaiono come dei traballanti e confusi ferri vecchi che non suscitano né sentimenti né emozioni. Si salvano solo gli attori, in particolare Antonio Banderas (qui anche produttore), capace di interpretare il suo ruolo al meglio in un film senza trama e di regalare al telespettatore una parvenza di sentimento. Un commento a chiudere sulla colonna sonora del film, che ne supporta egregiamente i momenti salienti generando un effetto suspense non trascurabile.

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SKEGGIA 8 – EPISODIO I — RECENSIONE DI EMANUELA

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La storia che la scrittrice, Eleonora Panzeri, ci regala, arriva dal futuro. Una città immaginaria in cui millenni fa, gli umani hanno trovato rifugio,  inventando una nuova vita. Una fantascientifica Atlantide, popolata da una moltitudine di personaggi, resi quasi palpabili da una abile penna. Una per tutte, Lentina, la cui esse azzetata evoca quella sibilante della zanzara, ricordandoci che è un essere metà donna metà insetto. La storia scorre fluida in una accattivante serie di avventure che hanno come filo conduttore la dissolutezza. Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, gli umani ancora una volta non hanno saputo imparare dai loro errori e hanno distrutto anche l’ennesima possibilità di redenzione. Geniale la trovata dell’ unguento pernicioso, un medicamento antico, efficace  come il balsamo tigre ma in grado di innalzare lo spirito, e non solo, come il viagra.

Non resta che iniziare la lettura di Skeggia 8 e farsi trasportare su altre galassie.