Al centro della storia le vicende della famiglia Zara, che a causa dell’ignoranza e di superstizioni ben consolidate porteranno la stessa alla rovina. Ianetta, settima di sette sorelle, nasce con gravi deformità, queste da sempre considerate come cattivi presagi porteranno la poverina a diventare il capro espiatorio di ogni evento negativo della famiglia. L’unica ad essere parzialmente contraria alla sorte riservata alla piccola è la primogenita della famiglia Zara, Lucia. La narrazione è molto credibile e trasporta il lettore nell’aspra Baghintos, nel cuore della Sardegna di fine ‘800. Le dinamiche interiori dei personaggi sono ben argomentate e diventa facile emozionarsi. La storia è crudelmente plausibile e benché sul finale ci sia spazio per considerare questo testo come una fiaba, per quasi tutta la narrazione ci si sente indignati da questo oscurantismo retrogrado che ha inutilmente spezzato e rovinato vite.
Little Fires Everywhere è una mini serie Tv americana distribuita dalla piattaforma Amazon Prime Video. Inutile dire che il cast è notevole soprattutto per chi Reese Witherspoon e Joshua Jackson li ha visti adolescenti nei film e nelle serie degli anni ’90 e ora li ritrova nel ruolo di genitori. La trama è interessante, Reese Witherspoon interpreta il ruolo di Elena Richardson, la tipica madre modello americana. Impeccabile nell’outfit, organizzata e programmatica, al timone di una famiglia numerosa. L’antagonista è invece Mia Warren una madre single, artista che gira per il paese trovandosi spesso in ristrettezze finanziarie. Gli episodi sono avvincenti e intriganti tuttavia la serie mi ha lasciato poco convinta nel suo complesso: benché la saccente e spocchiosa Elena Richardson non attragga simpatie come un magnete il metallo, ritengo che anche Mia Warren non sia affatto un’eroina o un modello da seguire come vorrebbe farci credere l’autore. Anche se comprendo la critica al sistema capitalistico che mira a creare replicanti tutti uguali con l’obbiettivo della perfezione e dell’ordine maniacale anche a suon di ansiolitici, credo che il giusto stia nel mezzo. Le vicende che coinvolgono la madre cinese Bebe Chow mi lasciano invece alquanto perplessa, la serie Tv quasi crocifigge le famiglie che non possono avere figli e optano per l’adozione. Per quanto infine possa essere amaro accettare che chi ha i soldi tendenzialmente la spunti sempre è alquanto naïf credere che se ne possa fare a meno. In sintesi è una serie che si fa guardare ma che nel suo insieme propone eventi decisamente improbabili (in primis il misterioso passato di Mia) e una visione della realtà così antirazziale e anticonformista da creare un effetto paradosso e diventare quasi un inno all’anarchia. Elena, per quanto criticabile, cerca nel suo piccolodi fare il possibile per dare un futuro ai suoi figli ed essere una buona madre, come si suol dire si possono fare molti danni con le migliori intenzioni.
Un matrimonio in crisi, una folgorante e improbabile passione che si scontra con le amare conseguenze delle scelte degli attori protagonisti. Sembra la trama di una storia romantica comune, che tuttavia riesce a distinguersi e a scavare come un gigantesco scarabeo nella psiche del lettore. McGrath opta per una scrittura molto scorrevole con descrizioni essenziali, prive di fronzoli e utilizza un’inconsueta voce narrante: Peter, un attore terzo che sembra manovrare tutto con invisibili fili, non accorgendosi che qualcosa nel suo teatrino non funziona. Il romanzo riesce a trasmettere sensazioni mutevoli, cattura ed emoziona, ma trasporterà il lettore in un buco nero d’angoscia e sgomento senza quasi dargli il tempo di realizzarlo. Vi sono molti temi essenziali che vengono trattati, il primo a mio avviso è la severa critica verso la psicanalisi. In Follia si arriva di fatto a capire che la linea di confine tra pazienti e medici è molto sottile. Ognuno a suo modo è afflitto da ossessioni, manie e smania di controllo. Il narratore stesso, pur mantenendo decoro e contegno e motivando il tutto con falsa modestia e buonissime intenzioni, è il primo manipolatore, ossessionato dall’amore e dalla passione provata da Stella ed Edgar che in qualche maniera invidia. L’amore passionale viene qui descritto come una cosa che nasce, che non si può ignorare, che distrugge la vita delle persone. Concordo sul fatto che gli amori dei romantici, sono sempre così: adrenalinici, folli e sconsiderati. Benché storie tragiche avvengano nella realtà il sollievo in questo caso viene dato dal fatto che si tratta solo di un romanzo.
All’inizio avevamo paura di tutto – animali, clima, alberi, cielo notturno – meno che degli altri esseri umani. Ora temiamo gli esseri umani, e quasi niente di tutto il resto. Nessuno sa perché un altro si comporta in un certo modo. Nessuno dice la verità. Nessuno è felice. Nessuno è sicuro. Nel mondo è tutto sbagliato, e la cosa peggiore che si possa fare è continuare a vivere. Eppure bisogna continuare a vivere. È questo dilemma che ci fa credere alla bugia che esistano un’anima e un Dio che si preoccupa delle sue sorti. Eccovi serviti
Shantaram è una vera e propria odissea letteraria, racconta parte della vita dell’autore. Roberts è un fuggitivo evaso da una prigione australiana che trova come porto franco la caotica e suggestiva Bombay. Nel complesso ho apprezzato questa lettura ma non ho trovato questo abisso di contenuti e rivelazioni sulla condizione umana come mi sarei aspettata e come in molti mi avevano preannunciato. Tecnicamente Roberts è davvero bravissimo e scrupoloso, grandiosa è la dovizia di particolari nella descrizione dei luoghi e dei personaggi che affollano la sua caotica e pericolosa realtà. Leggendo questo romanzo si ha davvero la voglia di scoprire l’India visto l’amore e la passione che trasuda dalle sue parole tuttavia alcune parti del testo sono lente rendendolo pesante, soprattuto nelle fasi conclusive. L’autore pare essere alla ricerca del significato della vita e in certi tratti spaccia le massime di Abdel Khader Khan, di Karla e dei suoi amici come verità assolute. Nei fatti però stiamo leggendo la storia di un gangster al soldo della mafia indiana e il fare la cosa sbagliata per un motivo giusto è un concetto a mio avviso pericoloso e un pò anarchico, poiché giusto e sbagliato hanno un elevato margine di soggettività.
Una volta Lettie aveva detto che trovava strano e incongruo sentirmi definire “uomini d’onore” criminali, killer e mafiosi. Credo che fosse un problema suo, e non mio, perché lei confondeva onore e virtù. La virtù riguarda ciò che facciamo, e l’onore il modo in cui lo facciamo. Si può combattere una guerra in modo onorevole – la Convenzione di Ginevra esiste per questo – e mantenere la pace in modo riprovevole. Nella sua essenza l’onore è l’arte di essere umili.
Ovviamente si potrebbe dire molto altro su un testo della mole di Shantaram e aprire numerosi dibattiti sulle questioni etiche e morali che vengono sviscerate qua e là, senza particolari approfondimenti.
L’unico regno che fa di un uomo un re è il regno della sua anima. L’unico potere che conta veramente è quello di migliorare il mondo
Tuttavia essendo questo una sorta di diario di viaggio di un uomo che ha provato una moltitudine di esperienze pazzesche e incredibili, accolgo con piacere il suo punto di vista pur non essendo del tutto d’accordo con la sua visione del mondo e temendo che la realtà nell’India raccontata dall’autore sia ben più crudele e cruenta di quanto lo stesso voglia farci credere.
Titolo: "I rami del tempo"Autore: Luca Rossi
Casa Editrice: self-publishing
Genere: Fantasy
Numero Pagine: 175
Costo versione e-book: 0.99 euro
Costo versione cartacea: 13,44 euro
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SINOSSI:Una pioggia di schegge stermina il popolo dell’isola di Turios. Si salvano Bashinoir, gravemente ferito, sua moglie Lil e la sacerdotessa Miril. Vorrebbero dare degna sepoltura ai propri cari, ma i cadaveri sono scomparsi. L’unica speranza di salvezza risiede nelle protezioni magiche del Tempio. Tuttavia devono far fronte a minacce oscure. Un’ombra infesta i loro cuori per dividerli e distruggerli. I loro corpi sembrano perdere sempre più consistenza. Alla vicinanza tra le due donne si contrappone il sempre più marcato isolamento di Bashinoir. Nel regno di Isk, maghi e consiglieri devono sottostare all’insaziabile ingordigia di sesso, guerra e potere di re Beanor. L’ultima delle sue giovani mogli, tuttavia, non si dà pace per la libertà e l’amore perduti. Potranno i giochi e gli inganni sotto le lenzuola essere la chiave di svolta di una guerra millenaria?
RECENSIONE: UNA STORIA SOSPESA
Avevo molte aspettative nella lettura di questo romanzo ma purtroppo anche se la storia di base potrebbe essere interessante non mi ha colpita come avrei voluto: la trama è confusa, i salti temporali sono troppi e talvolta risultano sconclusionati. I personaggi non acquistano mai caratteristiche tali da suscitare empatia o simpatia e a conti fatti ad eccezione della pioggia di schegge iniziale, la storia scorre piatta, in special modo nell’isola dei tre sopravvissuti. Trattandosi di una saga è plausibile pensare che il non chiarire la maggioranza delle circostante sia funzionale allo scopo di creare interesse nei capitoli successivi, tuttavia l’autore avrebbe potuto essere più generoso in termini di descrizioni e scenari. I dialoghi risultano talvolta troppo contemporanei e stridenti nel contesto di stampo medioevale in cui la storia è ambientata. Devo dire comunque che la curiosità di leggere il secondo capitolo della saga scatta, restando la storia sospesa a metà proprio sul più bello. Nel complesso non considero questa una pessima lettura ma nemmeno il capolavoro di cui molti parlano. D’altro canto la letteratura è arte e come tale di soggettiva interpretazione. Mi fa piacere ad ogni modo che un autore italiano sia riuscito ad imporre un genere come il fantasy attraverso l’auto pubblicazione e a raggiungere numeri importati in termini di vendite e recensioni positive. Altro punto a favore di Rossi sono i generi che tratta, fantasy e fantascienza, che io amo e che in Italia fanno fatica a decollare per mano di autori locali.