Recensione “La fragilità delle certezze” un romanzo di Raffaella Silvestri

Il romanzo di Raffaella Silvestri mi ha colpito moltissimo, così come l’analisi peculiare dei suoi personaggi e della cornice in cui la storia è ambientata. Milano non è solo un palco muto, ma in maniera silenziosa contamina e condiziona la storia. Una città natale difficile, una madre bella all’apparenza ma indifferente ed esigente, che osserva l’infanzia di Anna, mediamente agiata, carica di grandi aspettative per il futuro. Scruta la sua famiglia, così dedita al lavoro e assiste all’epoca di quella media borghesia dove non c’è spazio per l’arte, dove non c’è tempo né energia per null’altro che non produca un reddito sicuro e immediato. Un mondo in cui Anna si trova a galleggiare quando la bolla economica positiva del nostro paese sta per sgonfiarsi, silenziosa e lenta. Una realtà fatta di molte solitudini e vuoti insanabili, di una costante corsa verso un’eccellenza irraggiungibile e pervasa da un perenne senso di inadeguatezza. Anna vuole creare qualcosa di nuovo, qualcosa d’importante e così fonda la sua Start Up, un progetto che non renda vani i suoi studi e che punti verso il miglioramento generazionale. In questa impresa coinvolge il suo unico vero amico Marcello e il brillante Teo, tutto ciò che Anna non è e intimamente vorrebbe essere: rampollo di una società di moda nato per il successo, sicuro ed elegante nei movimenti, accurato nelle parole e nella gestione delle emozioni. Non vi è spazio ed energia per dei veri e propri affetti nel già pesante mestiere di vivere e nemmeno per l’amore, tanto bello nell’immaginazione ma così deludente ed effimero nella realtà. In questo contesto si sviluppano le diverse vicende, svelando il passato dei personaggi che come una maledizione condiziona il presente e tinge come un manto oscuro e nebuloso il futuro. Una lettura che consiglio, soprattutto ai miei coscritti che credo possano ritrovarsi tra queste pagine.

Recensione di Lupin

Lupin è una serie di stampo francese, in cui il protagonista, il giovane Assan Diop si ritrova presto orfano in un paese straniero a causa di un infamante è falsa accusa mossa dai ricchi datori di lavoro del padre. Assan conoscendo il buon cuore del padre è sicuro che l’uomo sia stato incastrato e ucciso e vota la sua vita per riabilitare la sua immagine e smascherare i veri colpevoli. Per trovare i mezzi necessari al suo progetto s’ispira all’eroe dei suoi romanzi preferiti, Lupin, il ladro gentiluomo. Ritroviamo anche qui come in Bridgeton lo sforzo di dare risalto alla causa antirazzista dando spazio a un moderno Lupin di colore, inserito in un contesto multietnico. Benché Omar Sy sia un bravo attore la trama della storia è sviluppata in maniera assurda e zoppicante, non c’è una logica o plausibilità in quasi tutte le vicende per come vengono sviluppate, diventando episodio dopo episodio sempre più ridicola e grottesca. Una serie proprio brutta, che per me non vale la pena seguire.

Recensione l’Isola delle Rose un film di Sydney Sibilia

Il film s’ispira alla storia vera di Giorgio Rosa, un ingegnere romagnolo che per riconquistare la sua ex fidanzata, decide di costruire al largo delle coste di Rimini un’isola di metallo con l’ambizioso progetto di renderla uno stato indipendente, non soggetto alle leggi italiane. Ho visto il film diverse settimane fa pertanto molti dettagli mi sono sfuggiti, tuttavia ci tengo a parlare di questa pellicola poiché l’ho apprezzata molto. Sydney Sibilia ha fatto un egregio lavoro, curando i dettagli del periodo storico con maestria e imbastendo una storia ironica, divertente e coinvolgente. Il cast molto ben assortito con Elio Germano al timone, ormai un vero esponente del buon cinema italiano. Bello inoltre vedere finalmente approdare sulla piattaforma internazionale Netflix produzioni nostrane che se fatte con questa attenzione non hanno nulla da invidiare a quelle di altri paesi.

Recensione del romanzo di Mathias Malzieu “La meccanica del cuore”

Benché potrebbe essere impopolare, non ho amato molto questo romanzo, ho faticato a leggerlo e fatta eccezione per qualche aforisma godibile non vi ho trovato nulla di grandioso o emozionante. Vi è una certa originalità in alcuni dei personaggi, che fanno pensare ai film di Tim Burton, ma la storia è debole. La scrittura è eccessivamente aulica e si perde spesso in iperbole narrative che possono dire tutto come niente, bei pacchi regali dialettici che celano concetti vaghi e confusi. L’estremo romanticismo si perde in bicchieri d’acqua e del mondo fantastico di Malzieu si capisce poco o nulla, elementi surrealistici in un contesto realistico. In un film d’animazione tutto questo potrebbe andar bene ma in un romanzo le parole hanno un peso e ne sono state usate troppe per ribadire i soliti concetti e troppo poche per approfondire davvero la psiche dei personaggi.

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Recensione di Parasite un film di Bong Joon-ho

Una pellicola che ha fatto molto parlare di sé nel 2020, aggiudicandosi ben quattro Oscar tra cui quello come miglior film, mai assegnato prima a un film straniero. Parasite racconta la vita della povera famiglia Kim, una delle tante che abitano la Sud Corea, che sopravvive alla giornata arrabattandosi come può. I toni non sono tuttavia disperati come si potrebbe immaginare, ma vi è una sorta di gioiosa apatia e unione famigliare che sembra compensare il disperato status sociale. A spezzare gli equilibri precari è una vantaggiosa proposta di lavoro per il figlio minore Ki-woo, che dovrà spacciarsi per uno studente universitario e dare ripetizioni alla figlia maggiore della ricca famiglia Park, proprietaria di una maestosa e avveniristica dimora fatta di ordine, eleganza e raffinata bellezza. E’ in questo contesto che ogni minima difficoltà viene vissuta con estremo patema e apprensione dai proprietari, permettendo così alla famiglia Kim di insinuarsi passo dopo passo nella vita quotidiana dei Park. Gli avvenimenti scorrono al limite del plausibile con i classici toni di una commedia fino a quando improvvisamente tutto cambia e la storia diventa grottescamente drammatica.

Un film per cui non c’è stato amore a prima vista che tuttavia ha lasciato il segno e un buon margine di riflessione. In molti vedono in questa pellicola la lotta tra classi sociali e l’incapacità di elevarsi a uno status superiore in un mondo in cui gentilezza ed ingenuità sono un lusso per soli ricchi. Altri sottolineano l’incapacità delle classi povere di coalizzarsi e acquisire così la forza necessaria per una svolta di vita significativa. Dal mio punto di vista c’è un fondo di verità in entrambe le visioni, Parasite è un film singolare, strano e originale sotto molti punti di vista.