Ghost, quando l’aldilà diveta divertente

Ghosts è una serie televisiva statunitense disponibile su Netflix. I protagonisti sono Sam e Jay, una giovane coppia che eredita da una lontana parente una grande e decadente tenuta di campagna.

Durante la prima visita, Sam ha un brutto incidente. Ne esce fortunatamente illesa, ma con un dono decisamente insolito: da quel momento è in grado di vedere e parlare con i fantasmi.

Scopre così che la villa è abitata da un variopinto gruppo di spiriti, tutti morti lì nel corso di diverse epoche storiche. Episodio dopo episodio impariamo a conoscere le loro storie e ad affezionarci a questa improbabile convivenza, fatta di situazioni esilaranti e momenti sorprendentemente emozionanti.

I fantasmi principali sono:

  • Hetty Woodstone
  • Isaac Higgintoot
  • Alberta Haynes
  • Thorfinn
  • Sassapis
  • Trevor Lefkowitz
  • Pete Martino
  • Flower

Ognuno di loro ha una personalità ben definita, con pregi, difetti e una storia che viene approfondita nel corso della serie, rendendoli molto più che semplici macchiette comiche.

È una serie leggera, divertente e ricca di cuore, perfetta per chi cerca qualcosa di spensierato, ma capace anche di regalare qualche momento di tenerezza. La consiglio assolutamente.

Messaggi per Isabelle: ci sono assenze che continuano a parlarci

Titolo originale: Voicemails for Isabelle
Regia: Leah McKendrick
Produzione: Stati Uniti (Netflix)
Durata: 113 minuti circa

A prima vista potrebbe sembrare una commedia romantica. In realtà, Messaggi per Isabelle racconta qualcosa di più profondo. Il centro del film è il rapporto simbiotico e complementare tra due sorelle, Jill e Isabelle. Quest’ultima è affetta da una malattia degenerativa e Jill cerca di vivere la sua vita anche per la sorellina. Lo fa con tanto entusiasmo, contro tutto e tutti, da non far mai sentire a Isabelle il peso della sua malattia.
Le cose, però, precipitano dopo la morte di Isabelle. È lì che si capisce che non era solo Jill a dare forza a sua sorella: quello che le univa era uno scambio reciproco e insostituibile.
Per cercare, in qualche modo, di superare il lutto, Jill, aspirante chef, continua a lasciare messaggi vocali sulla segreteria del numero di sua sorella. Non sa, però, che quel numero, non essendo più ricaricato, è stato riassegnato a un’azienda che lo attribuisce a Wes.
Il ragazzo inizia ad ascoltare quei messaggi e ne rimane profondamente colpito. Per questo procrastina sempre di più il momento in cui dovrà avvertire Jill che quel numero non appartiene più a Isabelle.
Il tema del lutto è reale e doloroso. L’attrice che interpreta Jill, Zoey Deutch, riesce a trasmetterlo con grande intensità, mantenendo però il carattere frizzante, sarcastico e sopra le righe del personaggio, risultando sempre ironica e brillante.
Sebbene sia la prima a credere che nessuno possa essere così “figo” e così sfigato allo stesso tempo, anch’io mi sono innamorata di Jill e della sua storia.
Questo è un film che parla soprattutto del “dopo”. Ci ricorda che, talvolta, la sfida più difficile non è morire, ma sopravvivere quando una parte fondamentale del proprio mondo viene a mancare. Non è facile e non è scontato. Per questo credo sia importante parlarne anche con leggerezza, senza romanticizzare il dolore, ma mostrando che possono esistere speranza e forza, alimentate dalle tante forme che l’amore può assumere.

Due spicci: l’animazione è diventata grande

Regia: Zerocalcare
Produzione: Italia (Netflix, Movimenti Production)
Formato: Miniserie animata di 8 episodi (30-50 minuti circa ciascuno)

La nuova serie di Zerocalcare, Due spicci, è tornata ai livelli della prima. La seconda mi aveva lasciata più tiepida, mentre questa mi ha conquistata fin dal primo episodio.

Una cosa che apprezzo molto è che le tre serie sono indipendenti: anche chi non ha visto Strappare lungo i bordi o Questo mondo non mi renderà cattivo può iniziare tranquillamente da qui.

Ancora una volta Zerocalcare riesce a fare quello che gli riesce meglio: mescolare ironia e malinconia, leggerezza e riflessioni profonde, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra. Si ride, ci si riconosce nei personaggi e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova a riflettere su temi molto attuali. Michele Rech credo stia facendo qualcosa di davvero importante per l’animazione italiana, dimostrando che un prodotto animato non è soltanto intrattenimento per bambini, ma può raccontare con enorme efficacia il mondo degli adulti, anche usando una buona dose di fantasia.

Merita una menzione speciale anche il comparto musicale: dalla sigla, “Non ti riconosco più” di Giancane, alle canzoni inserite negli episodi, ogni scelta è perfettamente coerente con il tono della storia e contribuisce a renderla ancora più coinvolgente.

Per me è assolutamente da vedere e vi dirò che, dopo la visione di questa stagione, ho capito che certe cose succedono e non è sempre in nostro potere fermarle. Ma già fermarsi a pensare e avere uno scambio con il nostro io interiore è già molto in questa epoca di scroll e reel.

Da Buffy a KPop Demon Hunters: una nuova generazione di cacciatrici

KPop Demon Hunters è un film d’animazione diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans. Le protagoniste sono le HUNTR/X: Rumi, Zoey e Mira, tre famosissime pop star che nascondono un grande segreto. Nel privato, infatti, sono cacciatrici di demoni.

Grazie al loro canto e al sostegno dei fan, riescono a formare una barriera magica che separa il mondo degli uomini da quello dei demoni, l’eredità di una missione portata avanti da generazioni di ragazze prima di loro. Nel tempo in cui vivono le protagoniste, però, si è arrivati a un momento decisivo: lo scudo magico sta per diventare dorato e permanente, separando per sempre il mondo dei demoni dal nostro.

Il film ha avuto un successo mondiale ed è diventato un vero fenomeno, capace di appassionare tantissime bambine, quasi come accadde con Frozen. Che il regno delle principesse classiche fosse ormai morto e sepolto lo sappiamo da decenni. Già negli anni ’90 si era dato molto spazio a personaggi femminili forti e combattivi: un esempio fulgido è Buffy l’ammazzavampiri, che in un certo senso può essere considerata una precorritrice delle HUNTR/X, con una trama che presenta diversi punti di contatto.

Detto questo, ho apprezzato moltissimo il film. Le canzoni sono bellissime, le tre protagoniste mescolano bellezza, talento, ironia e momenti buffi. I personaggi maschili restano più in secondo piano, ma Jinu anche se in solitaria riesce ad essere magnetico e interessante.

Nella cultura coreana esistono credenze legate ai demoni e, da quanto ho letto, nel film questi sembrano rappresentare anche le emozioni, le paure e il potere della musica. C’è poi un tema molto forte: quello dell’accettazione di sé e del sentirsi imperfetti.

Qualche incongruenza qua e là c’è: in pratica nessuno sembra fare troppo caso alle persone che spariscono o alle lotte pubbliche contro i demoni. Ma, per un film d’animazione così coinvolgente, si può chiudere un occhio.

L’ho adorato e mi ha emozionato. Consiglio la visione assolutamente.

One Piece 2: il viaggio continua, ma qualcosa cambia


One Piece è il live action tratto dalla celebre serie anime e manga creata da Eiichiro Oda, che segue le avventure del pirata Monkey D. Luffy, interpretato da Iñaki Godoy, e della sua ciurma.
In questo articolo mi concentrerò sulla seconda stagione, appena conclusa.
Il lavoro portato avanti dagli showrunner Matt Owens e Joe Tracz è davvero sorprendente: riuscire a rendere credibile un mondo così surreale, colorato e fuori dagli schemi non era affatto scontato. Eppure la serie riesce nell’impresa, soprattutto grazie a un casting praticamente perfetto.
Accanto a Godoy, ritroviamo un cast ormai rodato con Emily Rudd (Nami), Mackenyu (Zoro), Jacob Romero Gibson (Usopp) e Taz Skylar (Sanji), che continuano a incarnare i personaggi con naturalezza e carisma.
In questa seconda stagione entrano in scena nuovi volti fondamentali come Smoker (Callum Kerr), Nico Robin (Lera Abova), Chopper (Mikaela Hoover, voce) e la principessa Vivi (Charithra Chandran). Anche qui la scelta degli attori si dimostra azzeccata: ogni personaggio sembra cucito su misura, senza mai risultare forzato. Se però la prima stagione aveva un impatto più forte, qui ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa. Probabilmente il motivo sta nei villain, che risultano più anonimi e meno incisivi rispetto a quelli della stagione precedente, perdendo un po’ di quella carica magnetica che rendeva ogni scontro memorabile.  Nonostante questo, la serie resta estremamente coinvolgente. Gli episodi sono solo otto e scorrono velocissimi, lasciando quella sensazione familiare di “ancora uno” che accompagna le storie fatte bene.
Non a caso si tratta di una delle serie più costose mai realizzate: la prima stagione ha avuto un budget stimato tra i 138 e i 150 milioni di dollari complessivi, con un costo per episodio intorno ai 17–19 milioni. Per la seconda stagione è plausibile che la cifra sia stata mantenuta o addirittura aumentata, a conferma dell’ambizione del progetto.I tempi difatti tra una stagione e l’altra sono piuttosto lunghi. Per la terza stagione non ci sono ancora date ufficiali, ma è probabile che arrivi tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028.
One Piece resta una serie fantasy particolare, che può non incontrare il gusto di tutti, il suo universo però  continua a conquistare milioni di spettatori in tutto il mondo. Questa trasposizione ne amplifica il fascino, dando nuova vita a un’opera che continua a evolversi senza perdere la propria identità — un omaggio potente all’immaginazione senza confini di Eiichiro Oda .