Avatar: La leggenda di Aang, tra magia, guerra e amicizia

Ho appena finito di vedere la serie statunitense Avatar: La leggenda di Aang e devo ammettere che mi ha conquistata molto più di quanto mi aspettassi. La serie racconta la storia di Aang, un bambino che vive in un universo in cui alcune persone, chiamate dominatori, sono in grado di controllare uno dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Le diverse popolazioni sono organizzate in nazioni legate proprio a questi elementi, anche se non tutti possiedono la capacità di dominarli. In ogni generazione nasce però una figura speciale: l’Avatar, l’unica persona in grado di dominare tutti e quattro gli elementi. Il suo compito è mantenere la pace e l’equilibrio nel mondo

Questo equilibrio viene distrutto quando la Nazione del Fuoco, guidata da un sovrano spietato, scatena una guerra con l’obiettivo di estendere il proprio dominio sulle altre nazioni. Aang ha appena scoperto di essere l’Avatar quando la Nazione del Fuoco attacca i Nomadi dell’Aria. Riesce a sfuggire all’attacco, ma durante una tempesta rischia di morire mentre sorvola il mare insieme al suo bisonte volante, Appa. I suoi poteri lo salvano, imprigionandolo però all’interno di una sfera di ghiaccio nella quale rimarrà per cento anni. Quando finalmente viene liberato da due fratelli della Tribù dell’Acqua del Sud, Sokka e Katara, Aang scopre che il mondo che conosceva non esiste più. È l’ultimo dominatore dell’aria e la Nazione del Fuoco ha approfittato della sua assenza per estendere il proprio potere. Insieme a Katara e Sokka intraprende quindi un lungo viaggio attraverso le diverse nazioni, durante il quale dovrà imparare a padroneggiare gli altri elementi e, soprattutto, accettare il peso di essere l’Avatar.

Ho trovato la serie davvero stupenda e mi sono affezionata moltissimo sia al suo universo narrativo sia ai personaggi.La mia preferita è sicuramente Katara, interpretata da Kiawentiio. Determinata, coraggiosa ed empatica, rappresenta spesso il cuore del gruppo e riesce a mantenere la propria sensibilità anche davanti alle situazioni più difficili.

Un’altro dei personaggi che trovo più interessanti è sicuramente il principe Zuko, interpretato da Dallas Liu. Ammetto di trovarlo spesso irritante, soprattutto quando sembra finalmente pronto a cambiare per poi prendere decisioni capaci di far infuriare lo spettatore. Allo stesso tempo, però, è proprio questa sua continua lotta interiore a renderlo così intrigante. Zuko è combattuto tra ciò che sente essere giusto e il disperato bisogno di ottenere l’approvazione del padre, e questa contraddizione lo rende uno dei personaggi più complessi della serie.

Molto convincente anche Azula, interpretata da Elizabeth Yu. Intelligente, spietata e manipolatrice, è un’antagonista capace di risultare realmente pericolosa.

E poi c’è Iroh, interpretato da Paul Sun-Hyung Lee, zio di Zuko e Azula e probabilmente uno dei personaggi più adorabili dell’intera serie. Saggio, ironico e profondamente affettuoso, rappresenta quasi una bussola morale per Zuko e cerca continuamente di mostrargli che il valore di una persona non dipende dall’approvazione di suo padre.

Ho apprezzato molto anche il modo in cui la serie affronta la diversità e la disabilità, facendolo in maniera naturale e senza dare mai l’impressione di voler inserire determinati personaggi semplicemente per rispettare una quota. Un esempio perfetto è Toph Beifong, interpretata da Miya Cech. Toph è cieca, ma la sua cecità le ha dato modo di sviluppare un modo straordinario di percepire ciò che la circonda attraverso le vibrazioni del terreno e proprio questa capacità contribuisce a renderla una dominatrice della terra formidabile.

Anche Teo, interpretato da Lucian-River Chauhan, pur essendo un personaggio secondario, vive la propria paraplegia con coraggio e ingegno, riuscendo a volare grazie a particolari alianti.

Lo stesso Aang, interpretato da Gordon Cormier, mi è piaciuto molto. È dolce, ingenuo e profondamente buono e, per alcuni aspetti, mi ha ricordato l’innocenza e la spontaneità di Luffy in One Piece. Entrambi riescono a conservare una visione quasi pura del mondo nonostante siano costretti ad affrontarne gli aspetti peggiori.

Dietro l’apparenza di una grande avventura fantasy rivolta anche a un pubblico giovane, vengono affrontati argomenti decisamente più adulti: la guerra, la perdita, lo sterminio di un popolo, il peso delle aspettative familiari, il bisogno di essere accettati, la responsabilità del potere e il confine tra ciò che gli altri vogliono che diventiamo e ciò che scegliamo di essere. Nonostante questo, la serie non diventa mai eccessivamente pesante. Riesce ad alternare momenti drammatici ad altri divertenti e teneri, mantenendo sempre al centro l’amicizia e il legame che progressivamente nasce tra i protagonisti.

Anche dal punto di vista visivo l’ho trovata molto piacevole. Alcune ambientazioni risultano inevitabilmente molto digitalizzate, ma nel complesso il mondo di Avatar è ricco, colorato e affascinante. E ho adorato le creature che accompagnano il gruppo, soprattutto Appa e Momo, che sono semplicemente tenerissimi.

L’unica vera nota negativa?

Aver finito la seconda stagione sapendo che adesso dovrò aspettare per vedere la terza. Perché naturalmente hanno deciso di lasciarmi proprio adesso, quando la storia è arrivata a un punto in cui avrei immediatamente premuto “prossimo episodio”. A chi ama il fantasy, l’avventura e soprattutto le storie ricche di personaggi ai quali è difficile non affezionarsi, consiglio caldamente Avatar: La leggenda di Aang.

Ghost, quando l’aldilà diveta divertente

Ghosts è una serie televisiva statunitense disponibile su Netflix. I protagonisti sono Sam e Jay, una giovane coppia che eredita da una lontana parente una grande e decadente tenuta di campagna.

Durante la prima visita, Sam ha un brutto incidente. Ne esce fortunatamente illesa, ma con un dono decisamente insolito: da quel momento è in grado di vedere e parlare con i fantasmi.

Scopre così che la villa è abitata da un variopinto gruppo di spiriti, tutti morti lì nel corso di diverse epoche storiche. Episodio dopo episodio impariamo a conoscere le loro storie e ad affezionarci a questa improbabile convivenza, fatta di situazioni esilaranti e momenti sorprendentemente emozionanti.

I fantasmi principali sono:

  • Hetty Woodstone
  • Isaac Higgintoot
  • Alberta Haynes
  • Thorfinn
  • Sassapis
  • Trevor Lefkowitz
  • Pete Martino
  • Flower

Ognuno di loro ha una personalità ben definita, con pregi, difetti e una storia che viene approfondita nel corso della serie, rendendoli molto più che semplici macchiette comiche.

È una serie leggera, divertente e ricca di cuore, perfetta per chi cerca qualcosa di spensierato, ma capace anche di regalare qualche momento di tenerezza. La consiglio assolutamente.

Messaggi per Isabelle: ci sono assenze che continuano a parlarci

Titolo originale: Voicemails for Isabelle
Regia: Leah McKendrick
Produzione: Stati Uniti (Netflix)
Durata: 113 minuti circa

A prima vista potrebbe sembrare una commedia romantica. In realtà, Messaggi per Isabelle racconta qualcosa di più profondo. Il centro del film è il rapporto simbiotico e complementare tra due sorelle, Jill e Isabelle. Quest’ultima è affetta da una malattia degenerativa e Jill cerca di vivere la sua vita anche per la sorellina. Lo fa con tanto entusiasmo, contro tutto e tutti, da non far mai sentire a Isabelle il peso della sua malattia.
Le cose, però, precipitano dopo la morte di Isabelle. È lì che si capisce che non era solo Jill a dare forza a sua sorella: quello che le univa era uno scambio reciproco e insostituibile.
Per cercare, in qualche modo, di superare il lutto, Jill, aspirante chef, continua a lasciare messaggi vocali sulla segreteria del numero di sua sorella. Non sa, però, che quel numero, non essendo più ricaricato, è stato riassegnato a un’azienda che lo attribuisce a Wes.
Il ragazzo inizia ad ascoltare quei messaggi e ne rimane profondamente colpito. Per questo procrastina sempre di più il momento in cui dovrà avvertire Jill che quel numero non appartiene più a Isabelle.
Il tema del lutto è reale e doloroso. L’attrice che interpreta Jill, Zoey Deutch, riesce a trasmetterlo con grande intensità, mantenendo però il carattere frizzante, sarcastico e sopra le righe del personaggio, risultando sempre ironica e brillante.
Sebbene sia la prima a credere che nessuno possa essere così “figo” e così sfigato allo stesso tempo, anch’io mi sono innamorata di Jill e della sua storia.
Questo è un film che parla soprattutto del “dopo”. Ci ricorda che, talvolta, la sfida più difficile non è morire, ma sopravvivere quando una parte fondamentale del proprio mondo viene a mancare. Non è facile e non è scontato. Per questo credo sia importante parlarne anche con leggerezza, senza romanticizzare il dolore, ma mostrando che possono esistere speranza e forza, alimentate dalle tante forme che l’amore può assumere.

Due spicci: l’animazione è diventata grande

Regia: Zerocalcare
Produzione: Italia (Netflix, Movimenti Production)
Formato: Miniserie animata di 8 episodi (30-50 minuti circa ciascuno)

La nuova serie di Zerocalcare, Due spicci, è tornata ai livelli della prima. La seconda mi aveva lasciata più tiepida, mentre questa mi ha conquistata fin dal primo episodio.

Una cosa che apprezzo molto è che le tre serie sono indipendenti: anche chi non ha visto Strappare lungo i bordi o Questo mondo non mi renderà cattivo può iniziare tranquillamente da qui.

Ancora una volta Zerocalcare riesce a fare quello che gli riesce meglio: mescolare ironia e malinconia, leggerezza e riflessioni profonde, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra. Si ride, ci si riconosce nei personaggi e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova a riflettere su temi molto attuali. Michele Rech credo stia facendo qualcosa di davvero importante per l’animazione italiana, dimostrando che un prodotto animato non è soltanto intrattenimento per bambini, ma può raccontare con enorme efficacia il mondo degli adulti, anche usando una buona dose di fantasia.

Merita una menzione speciale anche il comparto musicale: dalla sigla, “Non ti riconosco più” di Giancane, alle canzoni inserite negli episodi, ogni scelta è perfettamente coerente con il tono della storia e contribuisce a renderla ancora più coinvolgente.

Per me è assolutamente da vedere e vi dirò che, dopo la visione di questa stagione, ho capito che certe cose succedono e non è sempre in nostro potere fermarle. Ma già fermarsi a pensare e avere uno scambio con il nostro io interiore è già molto in questa epoca di scroll e reel.

Da Buffy a KPop Demon Hunters: una nuova generazione di cacciatrici

KPop Demon Hunters è un film d’animazione diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans. Le protagoniste sono le HUNTR/X: Rumi, Zoey e Mira, tre famosissime pop star che nascondono un grande segreto. Nel privato, infatti, sono cacciatrici di demoni.

Grazie al loro canto e al sostegno dei fan, riescono a formare una barriera magica che separa il mondo degli uomini da quello dei demoni, l’eredità di una missione portata avanti da generazioni di ragazze prima di loro. Nel tempo in cui vivono le protagoniste, però, si è arrivati a un momento decisivo: lo scudo magico sta per diventare dorato e permanente, separando per sempre il mondo dei demoni dal nostro.

Il film ha avuto un successo mondiale ed è diventato un vero fenomeno, capace di appassionare tantissime bambine, quasi come accadde con Frozen. Che il regno delle principesse classiche fosse ormai morto e sepolto lo sappiamo da decenni. Già negli anni ’90 si era dato molto spazio a personaggi femminili forti e combattivi: un esempio fulgido è Buffy l’ammazzavampiri, che in un certo senso può essere considerata una precorritrice delle HUNTR/X, con una trama che presenta diversi punti di contatto.

Detto questo, ho apprezzato moltissimo il film. Le canzoni sono bellissime, le tre protagoniste mescolano bellezza, talento, ironia e momenti buffi. I personaggi maschili restano più in secondo piano, ma Jinu anche se in solitaria riesce ad essere magnetico e interessante.

Nella cultura coreana esistono credenze legate ai demoni e, da quanto ho letto, nel film questi sembrano rappresentare anche le emozioni, le paure e il potere della musica. C’è poi un tema molto forte: quello dell’accettazione di sé e del sentirsi imperfetti.

Qualche incongruenza qua e là c’è: in pratica nessuno sembra fare troppo caso alle persone che spariscono o alle lotte pubbliche contro i demoni. Ma, per un film d’animazione così coinvolgente, si può chiudere un occhio.

L’ho adorato e mi ha emozionato. Consiglio la visione assolutamente.