Stelle sulla terra un film di Aamir Khan

IL LAVORO Più IMPORTANTE 

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Aamir Khan, regista indiano, che guadagna dopo questa pellicola tutta la mia stima e ammirazione, crea un film d’autore che tratta un argomento spinoso, silente e strisciante che ancora oggi in moltissimi stentano a comprendere e a percepire come rilevante. Il problema sta a mio avviso nella non visibilità del disturbo. Ovvio che se ti rompi la gamba non puoi correre e fare una maratona. Ovvio che se non conosci il russo non puoi leggere e scrivere in quella lingua. Meschino sarebbe pretendere cose simili con indignazione. Ma se tuo figlio non legge, non scrive e non fa di conto come gli altri bambini e appare svogliato, distratto e irrequieto le cose sono diverse, diventa un somaro, un lazzarone e un essere inutile. In moltissimi vivono e hanno vissuto questa situazione drammatica, in un’età fragile e vulnerabile, a soli sei anni. La scuola diventa difatti sin da subito un nemico, un incubo.  Stelle sulla terra esprime questo concetto in maniera sublime, divertente e cristallina. Avere una deviazione dalla tanto esaltata normalità non deve essere percepito necessariamente come una cosa negativa. Anzi sono le nostre caratteristiche peculiari, la nostra storia e le nostre scelte a renderci come siamo. Un bambino ha in primo luogo bisogno di qualcuno che creda in lui, che lo ami per com’è e non per come lo vuole la società o i suoi genitori.
Sarebbe bello che questo film fosse tramesso nelle scuole al pari di pellicole più famose. Oggi viene fatto un corso per tutto, ma non per fare il lavoro più importante: IL GENITORE. Ruolo addirittura svalutato e banalizzato nel nostro tempo per cui
 non è richiesta nessuna formazione. Se c’è una causa del dilagante disagio sociale per me è questa. Un dramma epocale. Viviamo una società in cui avere dei figli è più un problema che una soluzione e dove ad esempio u
na donna che lascia il lavoro per seguirli, come capita a Maya Awasthi, madre di Ishaan interpretata molto bene dall’attrice indiana Tisca Chopra, passa per quella che va a fare la a mantenuta. Ma in sostanza nella maggioranza dei casi, è una donna quasi sempre sola, che si dà il suo bel da fare sette giorni su sette, 365 giorni all’anno, senza pause e priva della ben che minima gratificazione, se non vedere felici e realizzati i membri della famiglia a discapito della sua di felicità. Ovviamente con questo non dico che ogni donna dovrebbe fare ciò ma bisognerebbe valutare ogni situazione caso per caso e tenere sempre conto dei fattori ambientali, socio economici nonché la presenza di valide figure di supporto e riferimento, come i nonni che a mio avviso oggi sono spesso assenti. Il problema in molti casi non è l’assenza d’amore, ma la mancanza del tempo e dell’apertura mentale per far fronte al problema nella maniera più lenta, ma nel lungo termine migliore. Come dice il Maestro Nikumbh nel film una cattiva educazione avvelena l’anima e genera solo sofferenza, cattiveria e disagio. Il concetto di per sé vale in concreto per tutti ovviamente, non solo per i bambini DSA o i bambini speciali. Le categorizzazioni, che possono essere utili per la comprensione della realtà non dovrebbero poi essere usate per ghettizzare o emarginate le persone. Come i colori, importanti nel film e nella vita di ogni giorno. Nessuno chiederebbe al rosso di diventare azzurro, entrambi esistono e possono essere usati in contesti differenti, persino essere accostati. 

Voglio dire grazie ad Aamir Khan che ha realizzato questo film che ha finalmente portato questo tema sotto i riflettori della settima arte e tutto il suo cast. il Maestro Nikumbh, interpretato dallo stesso Khan, uomo per altro molto affascinante anche nell’aspetto, dovrebbe essere un modello d’ispirazione per tutti, non per diventare i migliori in assoluto ma semplicemente una versione migliore di sé stessi.

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Aladdin (film 2019) un film di Guy Ritchie

GIRLS POWER 

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In linea generale non amo tantissimo i remake di storie già viste e già ben realizzate in pellicole precedenti. La moda di riadattare i cartoni della Disney in film non mi fa impazzire. Credo che dare spazio a nuove storie, nuove autori e talenti sia un dovere per i grandi registi, gli unici che hanno i mezzi e possono permettersi di osare invece che giocare in zona comfort. Al di là di ciò trovo che Ritchie abbia fatto un lavoro splendido con questo film. Bellissimi i costumi, le scenografie, gli effetti speciali, le nuove canzoni e il cast. In particolare amo la rivisitazione di alcuni personaggi, primo tra tutti quello di Jasmine, che Naomi Scott interpreta molto bene. In questo film non si parla solo dell’amore romantico (oggi quasi del tutto morto) ma anche del ruolo marginale della donna nella società. A una principessa paradossalmente, veniva chiesto solo di stare zitta e di ambire al massimo a essere bella e contrarre un buon matrimonio, costringendola così di fatto in una prigione dorata, priva di alcun potere decisionale persino sulla sua stessa vita. Nel cartone su questo non viene data risonanza, Jasmine è più la tipica principessa viziata e un pò annoiata, a cui interessa principalmente la sua libertà più che la serenità del suo popolo. Qui invece viene rimarcato molto bene come Jasmine ambisca a essere la luce nelle tenebre per un regno sull’orlo della rovina. Il tema del femminismo è molto importante, poiché se in Europa può sembrare raggiunta l’emancipazione femminile nei fatti non lo è poiché la svolta femminista ha preso una piega un pò ambigua. Alcune donne, per competere alla pari con gli uomini, sono arrivate a pensare che sia auspicabile rinunciare all’empatia, alla dolcezza, alla compassione, alla gentilezza e alla collaborazione, diventando persino peggio di quelli che avrebbero potuto essere i loro “carnefici”. La forza delle donne invece trovo sia proprio in queste virtù, esse sono il nostro valore aggiunto. Farsi la guerra tra donne e mettersi in competizione, per essere la più bella, la più brava, la più intelligente o la più desiderata favorisce solo il maschilismo. Usare invece le risorse che si hanno per perseguire nobili ideali, come un regno più giusto, privo di guerre e sofferenza inutile è chiaramente una cosa sana, giusta e meravigliosa. Jafar per contro è il peggio del peggio, l’esempio di come la competizione senza esclusione di colpi per essere i primi porti solo all’infelicità e all’autodistruzione. Il genio interpretato dal formidabile Will Smith è straordinario. Interessante anche la rivisitazione degli animali guida, in particolare il pappagallo Iago, qui perde molto del positivo che aveva nel cartone diventando crudele e spietato tanto quanto il suo padrone. Interessante l’idea della doppia storia d’amore, che rende il personaggio del genio più amabile, meno permaloso e più saggio. In questo film più che nel cartone viene premiata la mortalità e l’umanità, viste come cose belle e desiderabili. 

Sicuramente da vedere!!!!

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Zodiac un film di David Fincher

ATTENTI AI MITI 

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Film cult nel suo genere, Zodiac è l’ennesima pellicola ben realizzata da uno dei miei registi prediletti. Guardando Fincher si gioca comunque in casa ed è probabile che la visione sia piacevole, coinvolgente e interessante. Detto questo Zodiac non è lontanamente sublime come lo fu Seven o originale come Il curioso caso di Benjamin Button. Il film basa la trama sui romanzi di Robert Graysmith che traggono a loro volta ispirazione da una storia reale, pertanto ciò che non stupisce in colpi di scena lo fa in realtà amara, cosa a mio avviso molto peggiore di qualsiasi finzione. La paura che si prova qui è vera, non parliamo di “fantascienza” come in Giustizia Privata, ma di malattia mentale e problemi fin troppo plausibili che il nostro sistema fa fatica ad arginare e gestire. Il serial killer protagonista è nei fatti un mitomane, che crea paura per ricevere attenzioni, un uomo schifoso, meschino e mediocre. Trovo difatti discutibile ritenerlo degno di fama. Se sei un mostro e non hai intenzione di farti aiutare meriti di restare solo e di soffrire nell’oblio. Detta una cosa ovvia, si può dire che l’efferatezza degli omicidi si sarebbe potuta inasprire al cospetto del muro dei media. Possibile. Nei fatti tuttavia sull’onda del mito di Zodiac sono certamente nati nuovi e perversi mostri minori. Dire ora cosa sarebbe stato peggio non è né facile né utile.

In linea generale credo che questo genere di film sia pericoloso, benché li segua con scrupoloso interesse non li amo del tutto poiché potrebbero avere sempre effetti paradosso su menti instabili. Il nostro sistema che esalta e adora questo genere,  portando alla vetta del successo autori o registi che si impegnano nella realizzazione di queste storie ha invece una responsabilità reale. Dal canto mio non posso fare altro che accettarlo. Mi permetto di fare una considerazione così personale solo perché sono sicura che i Fincher&Co del mondo hanno già tutta la fama e la notorietà che si può volere e delle mie osservazioni giustamente se ne infischiano.

Detto questo è un buon film, che fa quello che deve senza fronzoli. In certe parti un po’ confuso, troppi nomi, date e salti temporali. Si perde diverse volte il filo della trama come del resto hanno fatto le indagini reali. Ma la cosa più grave è che viene meno anche il movente/scopo del protagonista principale, che a mio avviso merita il soprannome che la sua redazione ha voluto dargli, avendo permesso a un’ossessione insensata di rovinare la sua vita e il rapporto con sua moglie. 

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What/If una serie di Mike Kelley

AD OGNI COSTO, MA CON AMORE 

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What/If è una serie thriller statunitense nata dall’ingegno di Mike Kelley.  La protagonista femminile Lisa, interpretata dalla talentosa Jane Levy (che visivamente ricorda moltissimo la collega Emma Stone) giovane, dolce e brillante scienziata, scopre una formula rivoluzionaria per curare il cancro. Mossa da nobili ideali, investe tutta sé stessa in questo progetto. Il  sistema capitalistico  americano, manovrato dai poteri economici forti delle case farmaceutiche, non vede di buon occhio la scoperta di Lisa e cerca di affossarla sul nascere, sotto il falso movente dell’etica negando i fondi per il suo sviluppo. Quando tutto sembra perduto subentra nella vita della protagonista la nota e spietata imprenditrice Anne Montgomery (interpretata da Renée Zellweger) che fa alla ragazza un’offerta molto strana e ambigua, a fronte di un ingente investimento. Ribaltando e ampliando notevolmente l’idea già usata nel noto film anni ’90 Proposta indecente di Adrian Lyne, Kelley crea una trama molto ben strutturata dove nulla è causale. Vengono anche sviluppate delle story line secondarie e indipendenti all’interno della serie, in particolare quella tra Angela, il marito di lei e l’ ex amante di quest’ultima, quasi a creare un parallelismo tra il peggio del maschile e femminile, in cui basta una scelta sbagliata per attivare un circolo vizioso di grande sofferenza. Storie avvincenti sotto molti punti di vista, ottima analisi psicologica dei protagonisti. Capendo dove vuole andare a parere il regista, alcuni colpi di scena possono essere intuiti facilmente ma non per questo la serie perde d’interesse. Il cast è buono, ma per mio gusto personale troppo “patinato”, tutti troppo belli per essere veri. Le uniche che mi hanno davvero colpito sono state Jane Levy e Renée Zellweger. Consigliato comunque agli appassionati dei thriller psicologici. 

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Baby una serie di Andrea De sica

VERI TALENTI ITALIANI

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Baby è una mini serie per adolescenti Italiana, con al timone il regista Andrea De Sica. La storia narra le vicende di alcuni ragazzi di una scuola privata della Roma abbiente. Le protagoniste principali sono Chiara e Ludovica, ragazze molto belle, dai diversi temperamenti, provenienti da diversi contesti familiari: la prima proviene dalla tipica famiglia borghese tradizionale, maniaca delle apparenze; l’altra vive con la madre, in lite perenne con l’ex marito, affetta da una marcata sindrome di Peter Pan. Costrette a subire i turbamenti psichici delle famiglie d’origine le due affrontano un’adolescenza difficile. Chiara emula la vita d’apparenza come da modello familiare, mentre Ludovica eccede nella trasgressione e nell’erotismo, frequentando soggetti discutibili come Saverio e Fiore. Entrambe sull’orlo di una crisi esistenziale, si ritrovano a diventare delle baby escort senza colpo ferire e senza dubbi morali. La serie prende libera ispirazione dal famoso scandalo romano delle baby prostitute. Il pubblico a cui è rivolta è verosimilmente quello di Élite. Baby tuttavia non tocca i livelli di drammaticità, suspense e colpi di scena come fa la serie spagnola tratta un tema molto caldo e discusso al giorno d’oggi, quello della perdita dei valori, del concetto di amore e del cinismo già diffuso tra i giovanissimi. In merito mi sento di dire che il nostro periodo storico è molto complesso, lo sviluppo tecnologico e i social hanno nei fatti rivoluzionato i rapporti sociali. Oggi siamo da un certo punto di vista tutti delle “Star” o per lo meno fortissima può essere questa illusione, soprattutto tra i più giovani. Quasi nulla resta celato della vita delle persone, in un mondo frenetico, consumistico e sempre più insensibile e indifferente al disagio ma quanto mai magnanimo all’ipocrisia, all’ostentata sicurezza in sé stessi. Un mondo in cui l’omertà è leader indiscussa e si fa i buonisti per cose superficiali ma niente di concreto per le cose davvero importanti. Un sistema dove vengono richieste capacità sempre più complesse senza tuttavia avere un riscontro reale in termini di lavoro, creando un perenne senso di inadeguatezza e instabilità. Nei fatti chi più chi meno ci si ritrova a essere una sorta di Dorian Gray moderno. Il perché deriva tuttavia dal fatto che non siamo così originali, soprattutto chi legge o ha letto i grandi classici, scoprirà che tutto questo è sempre esistito. L’oscurità, la depravazione e la voglia di trasgressione è insita nel genere umano. Il problema sta nell’eccesso, nel non avere un limite tra giusto e sbagliato, in un confine morale sempre più labile e tollerante. L’epoca moderna ha esasperato tutti i nostri sensi, reso da un lato più semplici i contatti che diventando accessibili con poco sforzo tendendo al consumismo sessuale, al non affezionamento pur di non soffrire e a diventare vuoti e indifferenti. Da qui credo che arrivi la perdita di valore dell’amore, visto sempre più come una debolezza. De Sica esprime molto bene questi concetti. Ho amato moltissimo il suo lavoro. Il cast è magnifico quasi tutti gli attori sono molto bravi. Raramente ho visto serie di questo livello nel panorama Italiano. Il mio personaggio preferito è sicuramente Ludovica, interpretata dalla giovanissima e sublime Alice Pagani e il suo partner maledetto Fiore interpretato da Giuseppe Maggio. I ragazzi incarnano perfettamente i ruoli a loro assegnati. Bravissima anche Benedetta Porcaroli, tuttavia è il personaggio in sé a colpirmi di meno, non l’interpretazione dell’attrice. Paolo Calabresi molto credibile nel ruolo del viscido pappone manipolatore Saverio. Il resto del cast, che vede interpreti anche noti come Isabella Ferrrai, Claudia Pandolfi e Tommaso Ragno tiene botta egregiamente. L’unico personaggio che proprio non mi è piaciuto è Damiano Yones, interpretato dall’attore Riccardo Mandolini. Ovviamente non ho nulla contro la persona, ma trovo che le sue battute spesso siano incomprensibili, scandite male al di là dell’accento romano che crea il giusto folclore. Fiore, con un ruolo speculare, non ha mai questo problema, la sua interpretazione non vacilla. Consiglio vivamente la visione di questa serie, che ha la delicatezza di censurare ciò che merita censura. Sono molto felice che il nostro paese abbia attori e un regista di questo spessore e di aver puntato su Netflix, piattaforma nuova e meravigliosa che sta dando a tantissimi l’opportunità di emergere. Spero che la serie abbia un seguito. In sostanza il messaggio finale vuole essere positivo, il regista non crede infatti nella perdita dei valori di questa generazione, vede il buono oltre il velo, l’amore che cerca di emergere, a dispetto del controllo e di ogni avversità.