Frankenstein di Guillermo del Toro – Quando l’estetica supera la sostanza

(Contiene spoiler)

Titolo originale: Frankenstein
Regia: Guillermo del Toro
Cast: Jacob Elordi, Mia Goth, Oscar Isaac, Ralph Fiennes
Anno: 2025
Durata: 126 min

Ho visto in questi giorni Frankenstein di Guillermo del Toro. Come è noto il regista è maestro della forma, e devo dire che la fama è meritata: del Toro riesce a creare bellezza nel contrasto tra l’osceno e il sublime. C’è un’eleganza visiva che attraversa ogni inquadratura — i costumi, le luci, la fotografia — e tutto questo contribuisce a rendere il film un’esperienza estetica notevole.Tra i personaggi, spicca soprattutto Elisabeth, interpretata da Mia Goth, che ho trovato magnetica. Il suo personaggio, tuttavia, viene depotenziato e quasi annullato nella seconda parte del film. Tutto diventa frettoloso e incoerente. Sarebbe stato molto più interessante se fosse stata Elisabeth – e non il vecchio cieco – a “educare” la creatura, costruendo un legame che evolvesse con lentezza, rispetto e curiosità reciproca.
Il tema della bellezza dietro l’apparenza dovrebbe essere il cuore del film, e invece resta in superficie, solo suggerito. La narrazione affidata a Jacob Elordi perde d’intensità e di familiarità. Trasformare la creatura in una sorta di incrocio tra Biancaneve e il Fantasma dell’Opera buono che veglia su una famiglia sconosciuta mi è sembrato uno sviluppo narrativo superfluo e superficiale. Anche la creatura, più che mostruosa, risulta incongruente, quasi aliena: una specie di Silver Surfer terrestre che, nonostante i suoi “poteri”, si rigenera solo fino a un certo punto
, di rado mangia e non ha bisogni fisiologici. Il film parte con l’ambizione di darsi un taglio scientifico, ma poi introduce l’immortalità come un effetto collaterale, rompendo del tutto la sospensione di credibilità.
L’unica lettura plausibile sarebbe simbolica: una creatura senza anima, non accettata da Dio, condannata a vagare per sempre.
Ma manca il misticismo necessario per sostenere questa visione: il risultato è che il personaggio sembra più un vampiro che Frankenstein.
E qui sta il vizio finale, e fatale: la mancanza di un senso ultimo.
La creatura, pur non avendo colpa di essere nata e pur essendo di indole buona, è l’unica a essere punita. Il suo creatore può morire e liberarsi della colpa, mentre lei è costretta a vivere per sempre, senza identità, senza appartenenza, senza amore. La morte diventa liberazione, la vita una condanna.
Ma il film non offre una vera morale, né una possibilità di riscatto o di significato.
Il finale, malinconico e sospeso, lascia la creatura sola in mezzo ai ghiacci: un essere senza identità e senza scopo.
Sarebbe bastato poco — un gesto, un incontro, persino un nuovo inizio accanto al capitano che li trova alla fine — per dare un senso alla sua esistenza e alla morale del film, ossia la belezza oltre all’estetica invece no, poichè è la vita senza significato a essere la vera maledizione.
Perfino il personaggio di Victor, che all’inizio prometteva profondità, finisce per apparire svuotato, demotivato e ostile verso la sua stessa creazione, che pure rappresenta il suo successo più grande.
È una contraddizione che lo rende superficiale e sgradevole.
C’è il tentativo di costruire qualcosa di sublime — visivamente e moralmente — ma questa visione si dissolve, come un sogno che si spegne prima di trovare un senso.
E forse è proprio questo che irrita di più: non l’assenza di potenziale, ma il suo spreco
.

Recensione di Dracula “L’amore perduto”

Non avevo nessuna aspettativa riguardo a questo film, ma le poche note che lo accusavano di essere più romantico che horror hanno stimolato la mia curiosità.
L’incipit della storia è noto e, sebbene scontato, risulta tutto sommato accettabile (fatta eccezione per il conte, che viene trasportato a forza in giro dal suo staff).
L’evolversi della trama, però, pare allucinato: un incubo a metà tra il comico e il grottesco.
In questa pellicola Dracula vive in un castello domotico che sembra uscito da La Bella e la Bestia, dotato dei poteri di un Jedi e circondato, chissà perché, dai gargoyle animati del Gobbo di Notre Dame. Il personaggio che nel celebre film di Coppola fu interpretato da Keanu Reeves è qui affidato al sosia di uno dei Soliti idioti.
Il cacciatore-prete-detective, invece, sembra uscito direttamente da una parodia de Il nome della rosa, e prende il posto del personaggio che fu di Anthony Hopkins.
Dracula — che, va detto, non recita nemmeno così male — si diletta in tentativi di suicidio goffi e in soluzioni davvero discutibili per ritrovare la reincarnazione della sua amata.
L’unico personaggio forse riuscito, anche se un po’ sopra le righe, è quello di Maria, interpretata da Matilda De Angelis. Gli spostamenti da un luogo all’altro sono improbabili, plausibili solo se si prendessero in prestito le magie di Harry Potter. Ma già che ci siamo, in questo Frankenstein cinematografico tutto fa brodo, comprese le scene di lotta a metà tra John Wick, Prince of Persia e Il corvo. L’epilogo è uno dei più insensati e, sinceramente, amareggianti: più che una scelta d’amore, sembra una scelta di vendetta.
Per me è decisamente un no.

Recensione La vita intima di Niccolò Ammaniti

La vita intima è il primo romanzo di Ammaniti che leggo. Mentirei se dicessi che non mi ha preso poiché l’ho letto a una velocità supersonica, ma l’epilogo mi ha lasciato decisamente perplessa: c’è stato un taglio netto e impensabile dopo il castello che era stato costruito per il lettore, che può spiazzare e deludere, benché a caldo possa essere la chiave di lettura del romanzo. L’autore è sarcastico e ironico, qualità che rendono la lettura leggera ma non superficiale. La trama di per sé è molto semplice e, benché il personaggio di Maria Cristina sia a tratti un po’ troppo naïf, è comunque abbastanza credibile. Inizialmente ero convinta che l’obiettivo di Ammaniti fosse prevalentemente quello di parlare del disagio che anche i ricchi soffrono, ma in realtà non fa solo questo. L’autore gioca molto sui tranelli della psiche e su come spesso le prigioni più invalicabili siamo noi stessi a costruirle, più o meno dorate che siano.Un romanzo anticonvenzionale e profondamente introspettivo che mostra come, con paranoie e dubbi, si possa davvero scrivere un libro.

Recensione La libreria dei gatti neri

“La libreria dei gatti neri” è un romanzo di Piergiorgio Pulixi, scrittore sardo noto soprattutto per la stesura di numerose saghe noir. Nel panorama letterario contemporaneo, più che in passato, per restare sulla cresta dell’onda e vivere di scrittura, bisogna pubblicare molto e spesso. In questo meccanismo produttivo, può capitare che la fantasia vacilli e che i testi perdano in sostanza e profondità. Questo è il secondo libro che leggo di Pulixi, e mi è parso evidente che, prima ancora di essere autore, sia un grande lettore. Una qualità che gli ha reso facile ideare il personaggio di Marzio, burbero eroe dal cuore tenero, una sorta di cioccolatino tosto con un ripieno morbido e succulento che pochissimi riescono ad assaporare davvero. Ho colto anche una sottile vena di arroganza – forse involontaria – tipica di certa cultura autocompiaciuta: un atteggiamento comune a molti autori del genere, che a parole sembrano appartenere a un’élite, ma poi nei fatti cadono in errori banali e grossolani. Il romanzo parte in modo aggressivo: il primo capitolo ti scaraventa subito davanti a un dilemma crudele, un “gioco delle torri” che nessuno vorrebbe affrontare. Ma col lo scorrere del testo , la storia perde di plausibilità. Per quanto lo stile sia scorrevole, la narrazione scivola via come una valanga di banalità e incongruenze. L’unica speranza, a questo punto, è che nella realtà le indagini non vengano mai svolte come in questo romanzo, altrimenti si spiegherebbero le miriadi di errori giudiziari. I colpi di scena sono deboli, e il finale corre troppo in fretta. Non posso ovviamente soffermarmi troppo sui dettagli, per evitare spoiler, ma nel complesso non l’ho trovato né zuppa né pan bagnato: o sei un thriller, o non lo sei. Una partita a Cluedo, forse, avrebbe avuto maggiore coerenza. Detto questo, ci sono anche aspetti che ho apprezzato: lo spazio dato al romanticismo, e la caratterizzazione di alcuni personaggi.

Recensione di Oggi sarò tempesta

Oggi sarò tempesta è un romanzo di Silvia Ciompi, e racconta la storia di Greta, Lidia e Simon.
Personaggi diversi tra loro, ma che condividono una cosa: il dolore di sentirsi soli tra gli ultimi.
La cornice narrativa, diventa essa stessa un personaggio: la fabbrica. Una sorta di inferno meccanico ma anche l’unica via per raggiungere il sostentamento economico per molti. La Ciompi descrive con spietata precisione e realismo il lavoro degli operai, e ci porta dentro la realtà dei poveri contemporanei: studenti universitari, immigrati di diverse etnie e italiani rimasti fuori da qualsiasi altro sistema. In questo contesto, non sono solo i ritmi e le mansioni disumane a colpire, ma anche la guerra tra miserabili: fatta di pettegolezzi, giudizi, maldicenze e alienazione. Le tematiche trattate sono tante: dai rapporti disfunzionali con i genitori, al razzismo, all’omofobia, fino alla violenza latente che nasce dove regnano l’odio e la frustrazione .La cosa bella, però, è che amicizia e amore possono nascere nei luoghi più impensabili. Una lettura che consiglio: una sorta di fiaba contemporanea che fa bene al cuore.