Il ritorno di Avatar: quando la saga ritrova la sua anima

Avatar: Fuoco e Cenere è il terzo capitolo della saga che vede come protagonisti i Na’vi, popolazione autoctona di Pandora. In questa maestosa epopea di fantascienza il punto di vista è ribaltato rispetto ai classici film, poiché gli alieni siamo noi: gli esseri umani. Il primo film è davvero un capolavoro, coinvolgente e intenso. Il secondo, a mio avviso, è stato un po’ debole e confuso. Nel terzo capitolo la saga si riprende e chiude gli archi narrativi ancora aperti in maniera spettacolare e avvincente. Cameron, con questa serie, denuncia un’umanità parassitaria e predatoria, che distrugge senza criterio e senza rimpianto. Non tutti, però, sono così: c’è qualcosa dell’umanità che merita di essere salvato e che nella famiglia e nell’amore trova il senso di tutto. Vi possono essere delle obiezioni su alcuni punti, ma vista la magnificenza del world building e la spettacolarità di questa odissea narrativa, si può essere tolleranti e sperare che il messaggio del regista arrivi. Per me questa saga non è soltanto un business per fare merchandising, ma nasce con uno scopo più profondo ed etico, usando come esempio una società che non colonizza un pianeta, ma lo abita in perfetta sinergia, senza essere un cancro da estirpare, come sembra essere spesso la società umana: avida, crudele e insaziabile. Una saga che consiglio assolutamente anche a chi non ama la fantascienza, perché i sentimenti e l’umanità sono una lingua universale.

Un film che aveva tutto, tranne il coraggio

Figli dell’intelligenza artificiale (The Pod Generation) è un film di fantascienza diretto da Sophie Barthes e con protagonisti Emilia Clarke e Chiwetel Ejiofor. In un futuro non troppo lontano, una potente società tecnologica promuove un servizio tanto controverso quanto rivoluzionario: la possibilità di avere figli tramite l’utilizzo di un utero artificiale. L’obiettivo dichiarato è sgravare le donne dalla gravidanza, considerata il primo e principale deterrente alla carriera lavorativa. Rachel, la protagonista, lavora per una società affiliata: un’azienda estremamente strutturata, ossessionata dalla performance, dai risultati e dall’ottimizzazione di ogni aspetto della vita. Il mondo che il film ci mostra appare elegante, luminoso e funzionale, ma tra le linee del suo design minimalista, gli alberi olografici e le postazioni per l’ossigeno, si percepisce una violenza sottile e profondamente disturbante. Il filone narrativo richiama chiaramente Black Mirror e la sua riflessione sui rischi di un’evoluzione tecnologica che, sotto la promessa di libertà e progresso, nasconde nuove forme di controllo. La regista costruisce inizialmente molto bene questo universo, seminando piccoli ma significativi indizi sul tipo di società che si sta sviluppando. Incredibilmente, però, il film manca di coraggio nel momento decisivo: non affonda la lama e devia verso una risoluzione sorprendentemente bonaria e poco plausibile. La trama appare così tronca, come se fosse il primo episodio di qualcosa di irrisolto, ma che, come film a sé stante, non funziona. Questo è il vero peccato poichè gli elementi per realizzare uno splendido film c’erano davvero tutti — un world building solido, temi forti, una violenza sistemica ben costruita — ma proprio sul punto più importante il racconto si interrompe, lasciando allo spettatore non tanto un finale aperto, quanto una sensazione di incoerenza narrativa.

Intervista col vampiro: quando il confronto non fa paura

L’idea di realizzare una serie su Intervista col vampiro mi è sembrata, in prima battuta, quasi un peccato di superbia, poiché per gli appassionati il confronto con il capolavoro di Neil Jordan è inevitabile. Anne Rice ha il merito di aver reso il vampiro non solo un mostro, ma una creatura crepuscolare complessa, condannata a uccidere ma anche a soffrire, fragile e più umana di quanto vorrebbe. Non è infatti nella dicotomia tra bene e male che li identifichiamo, ma negli spazi vuoti, negli errori, nei traumi e nella fragilità. Rolin Jones lo ha capito bene e ha saputo dare nuova linfa a questa storia immortale. La scelta più riuscita è senza dubbio il cast, in particolare quella di Sam Reid come interprete di Lestat. Non era impresa facile superare la performance di Tom Cruise, ma Reid non solo riesce nell’intento, a mio avviso lo eclissa, donando al personaggio una profondità nuova e un magnetismo straordinario. Jacob Anderson è credibile e più attuale rispetto al Louis di Brad Pitt e, in parte, lo preferisco. Uno dei personaggi che ha sofferto maggiormente è quello di Claudia, resa adolescente. In quell’epoca, a quell’età si era già considerati adulti: si lavorava e alcuni venivano persino mandati al fronte. Questa Claudia, infatti, per un periodo vive persino da sola. Sebbene l’interpretazione di Bailey Bass nella prima stagione mi abbia convinta, dopo il cambio con Delainey Hayles (che non appare affatto una ragazzina, né nell’aspetto né nei modi) ho provato nostalgia per l’interpretazione di Kirsten Dunst. Un’altra grande delusione è stata Assad Zaman nel ruolo di Armand. Antonio Banderas, pur avendo avuto uno spazio narrativo molto breve, resta impresso; Zaman, che invece ha a disposizione un arco molto più ampio, risulta piuttosto spento e non riesce a dare pieno lustro al personaggio. Daniel Molloy, che nel romanzo e nel film era soprattutto un pretesto narrativo, qui diventa centrale e parte integrante della trama, acquisendo uno spazio forse eccessivo e non del tutto necessario. Degno di nota è invece Ben Daniels nel ruolo di Santiago: potente, crudele e affascinante, anche se più maturo rispetto al resto del cast, secondo solo a Sam Reid. La serie, però, non è solo una questione di cast. La riscrittura della trama ha un peso importante e arricchisce la storia affrontando temi di grande attualità come l’amore tossico, il razzismo e l’omosessualità, ovvero la diversità declinata in molteplici forme. Intervista col vampiro riesce nell’impresa più difficile: rispettare un mito senza rimanerne prigioniera. Non sostituisce il film di Neil Jordan, né potrebbe farlo, ma lo affianca con intelligenza e coraggio, trovando una propria voce. Nel farlo dimostra che alcune storie, se raccontate con consapevolezza e rispetto, possono davvero essere immortali.

Le Streghe Mayfair: un’occasione solo in parte riuscita

Recentemente Netflix ha inserito nel suo catalogo molte serie ispirate alle opere o all’universo narrativo di Anne Rice. La prima che ho visto è stata Le Streghe Mayfair. Una storia che non conoscevo e che inizialmente mi aveva conquistata, ma che, a causa di una trama già di base molto complessa, ricca di personaggi ed eventi difficili da descrivere, mi ha lasciata un po’ delusa e sconcertata (come mi era accaduto con True Blood). Il primo problema, per me, è stato il cast: non perché gli attori non siano bravi, ma perché alcuni li ho trovati poco calzanti nei rispettivi ruoli. Il caso più evidente è Ciprien Grieve (interpretato da Tongayi Chirisa), un personaggio piatto, poco passionale e per nulla un antagonista amoroso credibile rispetto a Lasher. Sono stati tagliati troppi momenti intimi che avrebbero dato spessore alla storia, al punto che perfino la gelosia di Lasher risulta quasi ingiustificata. La Rowan della serie, più che dividersi tra due amori, lotta essenzialmente per la propria indipendenza, per il potere e per la conoscenza. Una scelta coerente con la tendenza delle eroine contemporanee, che però toglie centralità all’elemento romantico.
Anche Lasher, che avrebbe dovuto essere il personaggio più magnetico, capace di dominare la scena, è un appesantito quarantenne adesso capisco il desiderio di evitare l’attore stereotipato e troppo perfetto, ma se la protagonista è Alexandra Daddario, è necessario affiancarle un partner di pari impatto estetico o almeno dotato di un carisma equivalente. Jack Huston è un bravo attore, ma, secondo me, sarebbe stato più adatto ad altri ruoli.
I personaggi secondari sono numerosi e a tratti confusi. La zia Milly è forse la figura che mi ha lasciata più perplessa, ma anche l’intera storyline di Deirdre e della rigida Carlotta.
Le Streghe Mayfair nasce come una storia intricata, e immagino non sia semplice renderla telegenica. La mia delusione, infatti, non deriva tanto dalle modifiche alla trama originale — inevitabili negli adattamenti — quanto dagli elementi che ho citato sopra: scelte di casting poco efficaci e una carenza di tensione emotiva nell’intreccio principale. In conclusione, Le Streghe Mayfair è una serie ambiziosa che parte da un materiale narrativo ricchissimo, ma fatica a rendere pienamente giustizia alla complessità delle opere di Anne Rice. Rimane un prodotto interessante, visivamente curato e con qualche intuizione riuscita, ma nel complesso mi ha lasciata con la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata.

Frankenstein di Guillermo del Toro – Quando l’estetica supera la sostanza

(Contiene spoiler)

Titolo originale: Frankenstein
Regia: Guillermo del Toro
Cast: Jacob Elordi, Mia Goth, Oscar Isaac, Ralph Fiennes
Anno: 2025
Durata: 126 min

Ho visto in questi giorni Frankenstein di Guillermo del Toro. Come è noto il regista è maestro della forma, e devo dire che la fama è meritata: del Toro riesce a creare bellezza nel contrasto tra l’osceno e il sublime. C’è un’eleganza visiva che attraversa ogni inquadratura — i costumi, le luci, la fotografia — e tutto questo contribuisce a rendere il film un’esperienza estetica notevole.Tra i personaggi, spicca soprattutto Elisabeth, interpretata da Mia Goth, che ho trovato magnetica. Il suo personaggio, tuttavia, viene depotenziato e quasi annullato nella seconda parte del film. Tutto diventa frettoloso e incoerente. Sarebbe stato molto più interessante se fosse stata Elisabeth – e non il vecchio cieco – a “educare” la creatura, costruendo un legame che evolvesse con lentezza, rispetto e curiosità reciproca.
Il tema della bellezza dietro l’apparenza dovrebbe essere il cuore del film, e invece resta in superficie, solo suggerito. La narrazione affidata a Jacob Elordi perde d’intensità e di familiarità. Trasformare la creatura in una sorta di incrocio tra Biancaneve e il Fantasma dell’Opera buono che veglia su una famiglia sconosciuta mi è sembrato uno sviluppo narrativo superfluo e superficiale. Anche la creatura, più che mostruosa, risulta incongruente, quasi aliena: una specie di Silver Surfer terrestre che, nonostante i suoi “poteri”, si rigenera solo fino a un certo punto
, di rado mangia e non ha bisogni fisiologici. Il film parte con l’ambizione di darsi un taglio scientifico, ma poi introduce l’immortalità come un effetto collaterale, rompendo del tutto la sospensione di credibilità.
L’unica lettura plausibile sarebbe simbolica: una creatura senza anima, non accettata da Dio, condannata a vagare per sempre.
Ma manca il misticismo necessario per sostenere questa visione: il risultato è che il personaggio sembra più un vampiro che Frankenstein.
E qui sta il vizio finale, e fatale: la mancanza di un senso ultimo.
La creatura, pur non avendo colpa di essere nata e pur essendo di indole buona, è l’unica a essere punita. Il suo creatore può morire e liberarsi della colpa, mentre lei è costretta a vivere per sempre, senza identità, senza appartenenza, senza amore. La morte diventa liberazione, la vita una condanna.
Ma il film non offre una vera morale, né una possibilità di riscatto o di significato.
Il finale, malinconico e sospeso, lascia la creatura sola in mezzo ai ghiacci: un essere senza identità e senza scopo.
Sarebbe bastato poco — un gesto, un incontro, persino un nuovo inizio accanto al capitano che li trova alla fine — per dare un senso alla sua esistenza e alla morale del film, ossia la belezza oltre all’estetica invece no, poichè è la vita senza significato a essere la vera maledizione.
Perfino il personaggio di Victor, che all’inizio prometteva profondità, finisce per apparire svuotato, demotivato e ostile verso la sua stessa creazione, che pure rappresenta il suo successo più grande.
È una contraddizione che lo rende superficiale e sgradevole.
C’è il tentativo di costruire qualcosa di sublime — visivamente e moralmente — ma questa visione si dissolve, come un sogno che si spegne prima di trovare un senso.
E forse è proprio questo che irrita di più: non l’assenza di potenziale, ma il suo spreco
.