Marina è un romanzo pubblicato da Carlos Ruiz Zafón nel 1999. Il testo racconta le vicende dello studente Oscar Drai e della sua amica Marina. I due verrano coinvolti a loro malgrado in una vicenda pericolosa, strana e misteriosa. Durante la lettura sono stata molto presa della storia tuttavia al termine ne sono rimasta delusa. Troppo non viene spiegato e tutto è perennemente ammantato dall’ombra del vero e non vero, scelta azzardata essendo il romanzo al limite del credibile. Un’altra nota negativa è che sin dal principio s’intuisce quale sarà l’epilogo della storia. Il romanzo può essere considerato una trasposizone moderna di Frankenstein di Mary Shelley e del suo concetto cardine, ossia la non accetazione della mortedelle persone care. Il tentativo dell’essere umano di sostituirsi alla voltà divina, porterà solo più dolore, sofferenza e follia. Benchè non consideri il testo un capolavoro non sono pentita di averlo letto poichè regala tra le pieghe delle fantasia, spunti di riflessione su come siano effimere la natura della vita, della belezza e della felicità. Un altro grande merito di Zafón è quello di rendere merito a Barcellona, trasformando i suoi testi in una vera e propria lettera d’amore per la sua città.
Questo testo è considerato da molti una sorta di “Vangelo” dello scrittore. Mi aspettavo il solito manuale noioso e tignoso invece in certi passaggi il testo è persino divertente malgrado non risparmi dettagli scoraggianti. King ammette in modo trasparente che distinguersi nel mestiere è senza ombra di dubbio una montagna da scalare, per taluni irrimediabilmente fuori portata, ma per altri possibile grazie a grandissima dedizione, tempo, pazienza e impegno. King aggiunge inoltre che il supporto sia pratico che morale di sua madre e di sua moglie sono stati determinanti per la sua ascesa verso il successo. Lui stesso in questo romanzo diventa un personaggio amabile, vulnerabile, ironico e vincente a dispetto delle difficoltà e delle molteplici dipendenze, l’esempio vivente del sogno americano che si realizza. Appassionato alla scrittura sin dall’infanzia, proveniente da una famiglia alla soglia dell’indigenza, riesce con il duro lavoro è una ferrea routine dettata dall’alternanza tra lettura e scrittura a raggiungere il suo obbiettivo. A dispetto di tutto ricorda peròche “La vita non dev’essere di sostegno all’arte, ma viceversa” e che il segreto è trovare gioia nel mestiere al di là del successo e dei soldi, emozionando e emozionandoti in prima persona. Ho trovato tutto troppo bello e nobile per essere vero e non ho mai amato molto il mito della meritrocazia all’americana, tuttavia sono emersi ottimi suggerimenti che spero di essere in grado di applicare e credo anch’io che ogni aspirante autore debba leggere questo testo più prima che poi.
Lasciami entrare è un romanzo gotico horror scritto dall’autore svedese John Ajvide Lindqvist in maniera delicata e brilante, in cui realtà e finzione convivono in perfetta sinergia. Il vampiro è uno dei mostri più interessanti e affascinanti che esista tuttavia è stato così usato da diventare spesso banale. A dispetto di ciò Lindqvist riesce a ridare carisma a questo mostro e a rendere interessante l’ordinario. I personaggi sono così ben descritti e veri in maniera brutale da creare nella mente una vera e propria visione della storia. In primo piano ci sono spesso le debolezze e le nefandezze dell’animo, difatti qui non vi è nessun eroe, nessun paladino del bene superiore, ma solo piccoli e grandi umani talvolta senza sogni, completamente alla deriva. Il contrasto più bello che ravviso in questo testo è rappresentato dal modo in cui le parole descrivono l’orrore puro in maniera poetica, un gioco tra sublime e osceno. Uno dei personaggi principali ne è difatti l’emblema: una bambina, ossuta e cenciosa, che nasconde un’oscura natura. Lindqvist non risparmia dettagli macabri e benchè la lettura sia stata veloce, ritengo che per i più sensibili Lasciami entrare sia davvero troppo. Confesso che vi sono anche degli elementi della storia che non ho apprezzato e che avrei voluto fossero diversi. L’epilogo su tutti mi ha deluso moltissimo poichè mi è parso che l’autore facesse il classico errore del principiante di show-don’t tell in cui racconta frettolsamente la scena più importante invece di mostrarcela come ha fatto per tutto il resto della storia. Non capisco questa scelta che un pò macchia un’opera che per me è diventata la migliore mai letta del suo genere.
Avvicinare i ragazzi alla lettura non è sempre facile, soprattutto in un epoca come la nostra in cui le alternative sono più accattivanti. Nel tesoro di Pompei, ben tenendo conto della modernità e della psicologia adolescenziale vediamo prendere vita a un avventura, dall’aria antica e misteriosa. Una storia semplice che tuttavia tocca il sentire realistico dei ragazzi e trasporta indietro nel tempo, in cui ogni cosa è possibile e i battiti del cuore sono unici e irripetibili. Notevole anche l’omaggio ai nostri territori, culla di innumerevoli ricchezze culturali, spesso dimenticate. Degna di nota la passione con cui l’autore vuole trasmettere il suo amore per l’arte e le materie umanistiche, talvolta ostiche ma con un fascino nascosto per chi le sa amare.
Intervista col vampiro è il primo romanzo della saga Le Cronache dei Vampiri scritto da Anne Rice negli anni ’90. Nel 1994 Neil Jordan ha realizzato un film trattodal testo, sfruttando un cast a dir poco stellare. Il libro racconta la storia di Louis proprietario di una vasta piantagione, Pointe du Lac. Il giovane ancora umano, dilaniato dal senso di colpa a causa della morte prematura del fratello minore, cade in una sorta di depressione esistenziale. In questa fase incontra Lestat de Lioncourt, un vampiro, che per motivi d’interesse prevalentemente economico lo trasforma in una creatura della notte. I due non vanno molto d’accordo ma si sopportano a vicenda, Lestat tiene in pugno Louis millantando segreti sulla natura dei vampiri che il giovane ignora; quando le cose precipitano e Louis tenta di emanciparsi da Lestat entra in gioco un nuovo intrigante personaggio, la piccola Claudia.La scrittura dell’autrice è ricercata, a tratti pomposa e artificiosa, il che da un lato va a beneficio del realismo, essendo il protagonista nato in un epoca diversa, ma dall’altro spesso appesantisce il testo. La narrazione stile intervista dopo un pò diventa monotonae monodimensionale, mentre il personaggio di Louis lo trovo ipocrita, triste e deprimente, incapace di catturare la mia simpatia. In generale potrei dire che mi ha deluso come ne esce la figura del vampiro che nel mio immaginario si avvicina più ai vampiri creati nel 2001 da Charlaine Harris in True Blood. Per la Race il vampiro modello è praticamente asessuato, si parla di amore solo in maniera platonica, come se il sesso fosse più scabroso dell’omicidio. Non c’è passionalità, solo una vita apatica che porta inevitabilmente al tracollo e al desiderio di morte. Il mio ovviamente è solo un punto di vista e non ho intenzione di screditare il lavoro dell’autrice, buono sotto altri punti di vista, come quello della ricerca storica, non esageratamente minuziosa ma abbastanza realistica da rendere le vicende plausibili. Posso affermare di essere cresciuta con il mito di questa autrice, quindi l’aspettativa che avevo era forse eccessiva. Personalmente amo molto la letteratura gotica a tema vampiri e soprannaturale. In Italia questo come altri generi non sono presi seriamente poichè la narrativa fantastica viene considerata infantile. Scrivere un romanzo di questo tipo invece è complicato, poichè presuppone una conoscienza storica di usi e costumi di diverse epoche e un serio lavoro di studio e ricerca preliminare. La Race ha il pregio, come Bram Stoker, di aver scritto un testo solo sui vampiri senza fare un melting pot di esseri sopranaturali come hanno invece fatto altri autori.