Recensione Vampyria: La Corte delle Tenebre

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Il romanzo Vampyria: La Corte delle Tenebre è un romanzo fantasy per ragazzi scritto da Victor Dixen. Racconta la storia di una giovane del popolo che vive in una realtà alternativa alla nostra, in cui la monarchia francese non è mai caduta e il Re Sole, grazie a pratiche mediche occulte, è riuscito a diventare immortale. Questa condizione, però, ha un prezzo: il vampirismo. La corte di Francia e anche gli altri paesi, esclusa l’America, vivono sotto il giogo infernale di questo tiranno che si fa chiamare l’Immutabile. Il popolo, i cui membri sono noti come “servi del sangue”, di cui Jeanne fa parte, è costretto a sottostare a regole assurde: oltre al loro lavoro, ogni cittadino deve versare ogni mese la sua decima in sangue, non può lasciare il proprio villaggio e deve rispettare il coprifuoco notturno. In caso contrario, la pena è sempre la morte. Jeanne ha una vita relativamente tranquilla a Rovo dei Ratti, una terra desolata lontana da Versailles. Improvvisamente, però, l’idillio si infrange con l’arrivo degli inquisitori del re, che uccidono brutalmente la sua famiglia. In questo frangente, la ragazza scopre che i suoi genitori erano dei ribelli facenti parte di un’organizzazione chiamata La Fronda, che in segreto ordisce piani per sovvertire il regime dell’Immutabile. Il romanzo di Victor Dixen mi ha molto colpito. La trama, nel complesso, è ben articolata e originale. La protagonista non mi sta particolarmente simpatica, ma del resto incarna la perfetta adolescente. Il mondo in cui si muove è terrificante, ma per certi aspetti affascinante e intrigante. Ho trovato elementi senza una spiegazione coerente, come ad esempio gli uomini violino o le spade vampiriche. Posso concepire la trasmutazione su esseri viventi, piante o animali, ma su oggetti inanimati non mi suona benissimo. Ho apprezzato molto l’epilogo e i diversi colpi di scena della storia. Benché non sia un mistero che si tratti di una saga, almeno le vicende del primo romanzo sono auto-conclusive. L’unico dispiacere è che i successivi capitoli non sono ancora stati tradotti in italiano.

Recensione La periferica

Il libro “La periferica” è un romanzo di fantascienza scritto da William Gibson, pubblicato nel 2014. Mi sono approcciata a questa lettura affascinata dalla serie TV, ma devo ammettere con rammarico di essere rimasta molto delusa, poiché trovo il testo del tutto incomprensibile. Ho cercato di resistere fino a pagina 80, ma alla fine ho deciso di rinunciare. L’autore alterna presente e futuro, cosa che si capisce solo avendo già visto la serie, e già così è difficile da seguire. Soprattutto la parte del futuro è del tutto allucinata e incomprensibile. Il tutto mi lascia un po’ sgomenta e perplessa perché non capisco come un testo del genere possa avere avuto risalto mediatico, una serie TV, pubblicazioni in diverse lingue. Gibson avrà una certa fantasia, poiché la serie tv è molto carina, però nel testo le cose non sono descritte bene. Va bene osare con la fantascienza e descrivere mondi alternativi, però talvolta, a mio avviso, è meglio una storia più semplice che questo vortice confusionario di informazioni. Mi chiedo cosa ne pensino altri lettori del genere o se è solo una mia impressione.

Recensione Quello che tu non vedi

Quello che tu non vedi è un romanzo scritto da Julia Walton che racconta la storia di Adam, un adolescente affetto da schizofrenia. Il romanzo è strutturato come un diario medico, utilizzato da Adam per comunicare con il suo psicologo durante una sperimentazione di un nuovo farmaco volto a curare la sua malattia. Il merito della Walton è quello di parlare di una patologia psichiatrica, una condizione che ancora oggi suscita reazioni di diffidenza, paura e incomprensione. Il romanzo è ben scritto, ma soprattutto incarna molto bene il profilo di un adolescente medio, sarcastico e saccente. La condizione clinica di Adam tuttavia rende il ragazzo diverso dagli altri, e molte delle osservazioni che fa durante la sua narrazione sono realistiche e rivelano una grande verità su chi è affetto da patologie psichiatriche. Adam parla di come solo le condizioni mediche terminali ed evidenti suscitino compassione da parte delle persone, mentre patologie come la sua diventano quasi una colpa del malato e motivo di scherno e isolamento. Adam tuttavia, nella sua sfortuna, riesce a cavarsela. Sua madre è una figura quasi mitologica: dolce, comprensiva e forte, pronta a lottare per la serenità di suo figlio. Il romanzo mi ha ricordato il racconto Fiori per Algernon, pur virando verso la fiaba moderna. Ho delle perplessità sulla lucidità di Adam nel parlare della sua condizione, ma nel complesso credo che sia giusto alle volte che la speranza superi la verità, poiché i grandi ideali e i buoni sentimenti possano sopravvivere almeno nei romanzi.

Recensione Ci vediamo un giorno di questi

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo scritto da Federica Bosco che racconta la profonda amicizia tra Ludovica e Cate. La storia, narrata in prima persona, inizia con alcuni punti contraddittori che sono sfuggiti all’editing di Garzanti, al di là di questo però il testo è scorrevole e lo stile di scrittura della Bosco risulta frizzante e piacevolmente sarcastico. Sebbene la storia sembri inizialmente orientata su temi femministi, evidenziando la possibilità di essere felici al di fuori di una famiglia “tradizionale”, si trasforma successivamente in una fiaba romantica. L’inserire la malattia oncologica inizialmente mi ha impressionato, tuttavia essendo stata trattata con tatto e distacco, con l’aiuto del risvolto romantico ha tinto di rosa anche ciò che a priori sarebbe stato impensabile. Detto questo non ho apprezzato molto i personaggi, trovando Ludovica troppo succube di Cate e quest’ultima troppo perfetta a dispetto delle sue azioni. Il clima di pace e amore che si crea sembra più un’utopia che una realtà; sarebbe bello vedere famiglie così aperte anche dove non ci sono legami di sangue e l’ epilogo del romanzo sembra una fiaba moderna. Federica Bosco mi ha comunque colpito positivamente e sono curiosa di leggere altri suoi romanzi, poiché, sebbene la realtà sia molto più cruda di quanto descritto qui, è bello poter sognare.

Recensione Serie Blackwater

La serie Blackwater è stata scritta da Michael McDowell nel 1983 e pubblicata in Italia nel 2023 da Neri Pozza in sei accattivanti volumi pocket. Il primo romanzo, intitolato La Piena, introduce il lettore in questa realtà familiare in un’epoca immediatamente successiva alla prima guerra mondiale. Sin dalle prime pagine, però, l’autore vuole farci sapere che c’è qualcosa di soprannaturale grazie al personaggio della bellissima e misteriosa Elinor. A dispetto però dei primi capitoli, la storia poi vira su una trama piatta e tutt’altro che mistica, concentrando l’attenzione sulla rivalità che nasce tra Mary Love, matriarca della facoltosa famiglia dei Caskey, e la giovane Elinor, che ambisce a farne parte benché spiantata e con un passato enigmatico. La lettura è scorrevole, ma avendo McDowell giocato la carta dell’horror, riportare tutto a una banale guerra fredda familiare, fatta di piccoli dispetti, occhiate malevole e ricatti silenti, è un po’ come aspettarsi uno spettacolo pirotecnico e vedere esplodere un petardo. Nel primo libro, difatti, non succede granché, lasciando da un lato insoddisfazione e dall’altro la curiosità di dove l’autore voglia andare a parare. Nel secondo romanzo, La Diga, la solfa però non cambia e la trama evolve in maniera ordinaria, una vera e propria House of Caskey, in cui a tratti ti dimentichi che stai leggendo un horror, fino a quando succede qualcosa d’insolito che ti riscuote per farti ricadere subito dopo nella placida vita ordinata e ordinaria delle campagne del sud. Non dico che sia una serie pessima, McDowell scrive bene ed è abile nella caratterizzazione dei personaggi, tuttavia per quelli che sono i contenuti della storia risulta a lungo andare prolissa, ridondante e ripetitiva; molti eventi potevano essere risolti prima senza sforzo, pertanto a metà del quinto libro ho abbandonato la lettura. Non so se in futuro la riprenderò, ma per il momento non mi ha appassionato abbastanza.