Tra ironia e memoria: recensione di “Niente di vero”

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Il testo è occasionalmente autobiografico e ruota attorno a un tema centrale: la famiglia, intesa sia come luogo fisico che psicologico in cui nasciamo e cresciamo. È proprio lì che veniamo forgiati e plasmati. Siamo creta nelle mani dei nostri genitori, e questo significa, a volte, soccombere o sopravvivere alle loro stranezze e manie, che nei primi anni diventano per noi normalità.

Inizialmente ho avuto una reazione quasi di fastidio: mi sembrava crudele mettere in piazza i “panni sporchi” della propria famiglia. Però, andando avanti nella lettura, è chiaro che Veronica Raimo non accusa e non si vittimizza. Con un tono asciutto e ironico, osserva e racconta. Più che un giudizio, il suo sembra un vero e proprio esperimento antropologico su un’infanzia fatta di letteratura e noia e su un’adolescenza più vissuta, tra legami interrotti e un’insolita ma plausibile mancanza d’istinto materno.

Quello che colpisce è come lo strano diventi quotidianità: la casa con tanti muri, le continue chiamate di Francesca, le dinamiche familiari fuori dagli schemi. Tutto appare quasi paradossale, ma allo stesso tempo credibile. Ed è qui che emerge uno dei significati più profondi del libro: anche i ricordi non sono oggettivi. La memoria è sempre un racconto che ci costruiamo, filtrato da ciò che abbiamo vissuto.

Per questo motivo, non esiste una sola verità, ma tante verità quante sono le persone che hanno vissuto la stessa esperienza. Non conta tanto ciò che è stato “giusto” o “vero” in senso assoluto, ma ciò che è stato percepito.

Se vi state chiedendo se leggere Niente di vero, la risposta è sì: è una lettura che colpisce, che fa riflettere e che riesce a trasformare l’imperfezione in qualcosa di profondamente umano.

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