Recensione di “Sembrava bellezza”

Nell’epoca moderna dell’ostentato e stucchevole buonismo, troviamo lei, Teresa Ciabatti, che se ne infischia delle belle parole, delle regole generali attraverso le quali lo scrittore dovrebbe far parlare i suoi personaggi. Un diario, un memoriale, un flusso di coscienza strano e instabile, talvolta poco scorrevole, con digressioni fuori luogo, talvolta incomprensibili. Tuttavia emerge un’opera geniale, un manifesto della generazione degli anni ‘70 e si intravedono le radici di questa moderna società edonistica, dove tutto dev’essere bello e buono. Teresa tuttavia, è solo invisibile parte del contorno, una figurante, che vorrebbe di più, senza ottenerlo. Risentimento, odio per tutti coloro che non le vedono, che non colgono la sua profondità, un disprezzo che corrode tutto come un acido, deturpando vite solo con le parole. Dietro la ragnatela di menzogne pubbliche troviamo qui la verità pura e crudele, priva del benché minimo tatto e di quel pudore che serve per proteggere i sentimenti altrui. Questo è “Sembrava Bellezza“, una denuncia a un sistema che fa ammalare, un urlo d’aiuto da chi vi si è adattato in maniera impeccabile, raggiungendo il successo senza però avere nessuno con cui condividerlo. Un incendio che divampa, uno spettacolo pirotecnico che lascia dietro di sé cenere, insoddisfazione, incomprensioni e tristezza. Quante le Terese del mondo, quante si sono difese così, per non sentire, per non soffrire, attaccando per prime, puntando alle stelle, al successo, così importante oggi forse anche più di ieri. Una lettura che tocca e scuote, che fa riflettere ma che un po’ spaventa.

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