Recensione Encanto

Encanto è un film d’animazione Disney diretto da Byron Howard e Jared Bush. Racconta la storia di Mirabel e della sua famiglia a cui il destino ha donato una casa magica e poteri straordinari. La Disney sta abbandonando il personaggio vetusto della principessa, per concentrarsi su figure sempre più indipendenti e resilienti, capaci malgrado le difficoltà non solo di salvarsi da sole ma di aiutare anche gli altri. In Encanto in particolare viene elogiata la straordinarietà dell’essere normali in una famiglia dove tutti sono un prodigio. Se il messaggio che vorrebbe portare con sè è meraviglioso e attuale, ho trovato mal organizzato l’assetto narrativo che prevede l’esposizione di punti cruciali della trama attraverso le canzoni. Solitamente le canzoni dei classici Disney sono un rafforzativo di qualcosa che si è già capito con chiarezza, procedendo in questo modo i personaggi secondari, troppi e privi d’introspezione, appaiono sfumati e marginali. Nel compesso quindi la trovo una fiaba carina, con interessanti e nuovi spunti di riflessione, ad esempio l’influenza negativa che può avere la famiglia d’origine o la necessità di essere utili al sistema per sentirsi in pace con se stessi, ma non posso dire che mi abbia appassionato o coinvolto come è capitato in pellicole come Coco od Oceania.

Recensione La Ruota del Tempo

La Ruota del Tempo è una serie tv statunitense creata da Rafe Judkins e basata sul romanzo fantasy omonimo scritto da Robert Jordan e Brandon Sanderson. In sintesi si può dire che in un regno magico è prevista la venuta di una sorta di messia, il Drago Rinato, la cui anima ritorna al mondo in un moto perpetuo. Questo fantomatico drago ha il compito di sconfiggere una potente forza del male, il Tenebroso, oppure unirsi a lui e distruggere il mondo. Un antico ordine di potenti maghe, le Aes Sedai, cerca di contrastare il Tenebroso impedendo così che trovi per primo il drago. L’impalcatura narrrativa è abbastanza articolata, ma nei fatti ci troviamo davanti la primordiale dicodomia fra bene e male. Il cast è giovane e poco magnetico, in particolare l’interpretazione di Rand al’Thor (Josha Stradowsk) non mi ha convinta per nulla. L’unico personaggio che a mio avviso cattura l’attenzione e tiene attaccati allo schermo è quello dell’Aes Sedai Moiraine Damodred (Rosamund Pike) e in parte anche quella di Daniel Henney nel ruolo di Al’Lan Mandragoran. Punto d’eccellenza le magnifiche location, i costumi e gli effetti speciali. A differenza di altre serie fantasy molto più zoppicanti (si veda ad esempio la recensione di Tenebre e Ossa) questa è capace di suscitare interesse e curiosità sulle stagioni successive e sui romanzi da cui è tratta.

Don’t Look Up

Don’t Look Up è arrivato come un uragano e con un cast super stellato da far accapponare la pelle. Non ho aprezzato per nulla il personaggio di Janie Orlean (interpretato da Meryl Streep) poichè non c’è mai stato un presidente degli Stati Uniti donna e presentarne uno di questo tipo non fa fare una bella figura al genere prima ancora di averne l’opportunità. Gli altri personaggi non sono di spessore, gli unici con buoni momenti sono solo il Dott. Randall Mindy (Leonardo di Caprio) e il dott. Clayton (Rob Morgan). La Lawrence è sempre abbastanza apatica e deludente tanto che Timothée Chalamet in un ruolo minore brilla al suo fianco. Alla luce di questo si poteva benissimo puntare su un cast di più basso profilo senza a mio avviso impattare sul risultato finale. Se si considera il film da un punto di vista estremamente caricaturale, si possono cogliere moniti e messaggi condivisibili: Adam McKay fa un’analisi spregevole e drammatica dell’umanità, invasata dalla tecnologia, dal potere e succube del denaro, talmente superficiale da risultare demente, brillante solo all’apparenza, incapace di ragionamenti profondi, priva di emotività, condizione che si aggrava se si considerano figure di alto rango sociale. Il mix di questi ingredienti fa sì che coloro ai cui spetta prendere le decisioni importanti siano talmente narcisisti e teocratici da non vedere null’altro che loro stessi in un egoismo rettiliano e involutivo. Ogni cosa tuttavia appare così accattivante e seducente da contagiare anche il più mite degli uomini lasciando impotenti e alienati coloro che resitono. Pertanto se ogni azione ha le sue conseguenze l’umanità si merita ciò che accade. Il vero dramma tuttavia è che i potenti non hanno nemmeno più l’acutezza di cogliere il pericolo di questo gioco a somma zero anestetizzati dalla loro stessa imbecillità.

The 100 (settima stagione)

La serie di Jason Rothenberg giunge al suo epilogo. Sono rimasta piacevolmente colpita da come il regista ha finalmente chiuso il cerchio, non era scontato e seppure permangono elementi surreali ho trovato la settima stagione interessante e avvincente. Il cast si è notevolmente sfoltito e alcuni personaggi hanno avuto un’evoluzione positiva. In questa stagione troveremo una realtà che richiama quella descritta da Orwell in 1984, dove i sentimenti e l’attaccamento vengono aborrati in nome di una fede cieca verso il pastrore, in un sistema in cui non esiste più la famiglia considerata covo d’amore egoistico. A dispetto dei personaggi troppo spesso eccessivamente brillanti da risulatare in alcuni momenti caricaturali (Clarke Griffin) sono stati sviluppati scenari interessanti che indagano la natura agressiva e parassitaria del genere umano, alla perenne ricerca del potere e di qualunque sistema, anche il più aberrante, per sopravivvere. Una serie che ho apprezzato e che sicuramente consiglio agli amanti del genere.

Recensioni di “Le notti di Salem”

Le notti di Salem è il secondo romanzo scritto da King nel 1975. Ispirandosi al Dracula di Bram Stoker, l’autore traspone l’arrivo di un temibile vampiro nel placido paese immaginario di Salem’s Lot. Un gruppo di increduli e improbabili cacciatori si ritrova a fronteggiare il terribile mostro. Devo ammettere che sono rimasta abbastanza delusa da questo testo, bechè molto colpita e affascinata dal livello di dettaglio che l’autore utilizza nel descrivere la vita dei suoi personaggi e le ambientazioni. Tuttavia una storia per poter appassionare deve essere accattivante, serve di più che qualche mostro stereotipato da quattro soldi, soprattutto se si parla di narrativa e non di cinema.
Il vampiro in particolare, si presta per essere un antagonista di spessore, crepuscolare e malvagio, ma anche pregno di passionalità. In questo testo ciò non succede poichè il signore oscuro di King è evanescente, un concentrato di puro male che lo colloca in un territorio apatico, monodimensionale. Inoltre la storia scorre lenta e risulta piatta e prevedibile, tanto da arrivare all’apice del climax annoiata, incapace di provare il minimo terrore a dispetto del susseguirsi di avvenimenti truculenti. In sintesi ho trovato il romanzo stilisticamente eccellente ma privo d’anima, il più classico dei prodotti commerciali.