Recensione The Sandman

The Sandman trae la sua ispirazione da un fumetto DC Comics, pertanto fatta eccezione per i primi episodi che hanno un filo conduttore e una missione ben chiara e definita, ritroviamo anche micro storie scollegate e indipendenti all’interno di una singola stagione. Il pilot mi ha affascinata moltissimo, tuttavia sono rimasta un po’ attonita nel proseguimento della serie e alcuni passaggi li ho trovati noiosi e inutilmente raccapriccianti. La serie appare come un colossale spettaccolo pirotecnico che a un tratto s’interrompe lasciando un pò amareggiati e delusi. Tom Sturridge è convincente nei panni di Morfeo, tuttavia alla lunga ricorda un Severus Piton giovane e finisce per perdere sex appeal. Sicuramente c’è fantasia e originalità nell’inserire personaggi della mitologia greca in un armonico parallelismo tra politeismo e monoteismo, tuttavia in un contesto simile, con un cast così abile, effetti speciali così ben fatti e un ampio margine di manovra nella gestione della trama, credo si sarebbe potuto fare decisamente di meglio. Non conoscendo la serie a fumetti non saprei dire se i registi abbiano cercato di riprodurre fedelmente la storia originale, il dato di fatto è che moltissimi aspetti non sono chiari e manca a mio avviso una storia d’amore importante e trainante. Tra tutti gli episodi ho apprezzato senza dubbio quello bonus che racconta le vicissitudini di uno scrittore e della sua musa, volendo i registi avrebbero potuto gestire le storie precedenti in maniera similare alleggerendo di molto la visione. Si tratta nel complesso di una serie strana e a tratti molto macabra che immagino possa non sposare i gusti di tutti.

Recensione di Intervista col vampiro

Intervista col vampiro è il primo romanzo della saga Le Cronache dei Vampiri scritto da Anne Rice negli anni ’90. Nel 1994 Neil Jordan ha realizzato un film tratto dal testo, sfruttando un cast a dir poco stellare. Il libro racconta la storia di Louis proprietario di una vasta piantagione, Pointe du Lac. Il giovane ancora umano, dilaniato dal senso di colpa a causa della morte prematura del fratello minore, cade in una sorta di depressione esistenziale. In questa fase incontra Lestat de Lioncourt, un vampiro, che per motivi d’interesse prevalentemente economico lo trasforma in una creatura della notte. I due non vanno molto d’accordo ma si sopportano a vicenda, Lestat tiene in pugno Louis millantando segreti sulla natura dei vampiri che il giovane ignora; quando le cose precipitano e Louis tenta di emanciparsi da Lestat entra in gioco un nuovo intrigante personaggio, la piccola Claudia. La scrittura dell’autrice è ricercata, a tratti pomposa e artificiosa, il che da un lato va a beneficio del realismo, essendo il protagonista nato in un epoca diversa, ma dall’altro spesso appesantisce il testo. La narrazione stile intervista dopo un pò diventa monotona e monodimensionale, mentre il personaggio di Louis lo trovo ipocrita, triste e deprimente, incapace di catturare la mia simpatia. In generale potrei dire che mi ha deluso come ne esce la figura del vampiro che nel mio immaginario si avvicina più ai vampiri creati nel 2001 da Charlaine Harris in True Blood. Per la Race il vampiro modello è praticamente asessuato, si parla di amore solo in maniera platonica, come se il sesso fosse più scabroso dell’omicidio. Non c’è passionalità, solo una vita apatica che porta inevitabilmente al tracollo e al desiderio di morte. Il mio ovviamente è solo un punto di vista e non ho intenzione di screditare il lavoro dell’autrice, buono sotto altri punti di vista, come quello della ricerca storica, non esageratamente minuziosa ma abbastanza realistica da rendere le vicende plausibili. Posso affermare di essere cresciuta con il mito di questa autrice, quindi l’aspettativa che avevo era forse eccessiva. Personalmente amo molto la letteratura gotica a tema vampiri e soprannaturale. In Italia questo come altri generi non sono presi seriamente poichè la narrativa fantastica viene considerata infantile. Scrivere un romanzo di questo tipo invece è complicato, poichè presuppone una conoscienza storica di usi e costumi di diverse epoche e un serio lavoro di studio e ricerca preliminare. La Race ha il pregio, come Bram Stoker, di aver scritto un testo solo sui vampiri senza fare un melting pot di esseri sopranaturali come hanno invece fatto altri autori.

Recensione di Elvis

Elvis è un film del 2022 diretto dal regista Baz Luhrmann che racconta la storia del divo del rock Elvis Presley. La voce narrante è quella del Colonnello Tom Parker, il sedicente manager dell’artista. Viene dato risalto al viscerale rapporto di Elvis con sua madre e con la comunità afro americana. Le novità introdotta da Presley nel panorama musicale riprendono le sonorità, i colori e le movenze delle comunità di colore che all’epoca non avevano l’occasione di dare voce ai propri talenti al di fuori dei loro quartieri. Presley pagò a caro prezzo la sua ribellione contro la censura e la diffusa mentalità raziale. L’influenza del colonnello Parker, sebbene contribuì al successo del divo, lo fece cadere in una depressione esitenziale, lenita da droga, farmaci e sesso facile, per sostenere i ritmi folli del circo dorato creato introno alla sua persona. Sebbene sia un bel film, ho trovato che vi siano stati dei tagli eccessivi nella trama, non è chiaro come dopo il suo ritorno dal servizio militare obbligatorio Elvis abbia potuto fare quello che faceva prima, non è stato aprofondito più di tanto il rapporto con la moglie Priscilla e gli amici parassiti del divo restano per lo più sullo sfondo senza un nome né una tangibile contestualità. In Elvis viene mostrato ancora una volta il lato oscuro del successo, non è infatti chiaro come un uomo così carismatico capace di dividere l’opinione pubblica non sia riuscito a liberarsi dal suo infido manager. C’è molta amarezza nell’apprendere che per raggiungere l’immortalità artistica il prezzo da pagare sia una tremenda solitudine accompagnata da un alone do costante infelicità.

Recensione di Euphoria

Euphoria è una serie statunitense che vede come protagonista e voce narrante Rue Bennett interpretata da Zendaya. Sam Levinson, l’ideatore vuole probabilmente denunciare il declino della società moderna, che nell’estenuante lotta verso successo e rispetto sociale, plasma individui sociopatici e narcisisti incapaci di cooperare tra loro, che mente per sopportare un tale carico di aspettative, fa uso di droghe, alcolici, e psico farmaci già in tenera età. Il cast non è male tuttavia non mi unisco al plauso per il grande talento di Zendaya, la sua interpretazione mi è parsa anonima e monocorde, si scorgono a stento i periodi in cui la ragazza è drogata da quando è pulita. Il personaggio è quasi caricaturale e in questo modo banalizza sia la malattia psichiatrica che la tossicodipendenza. Spiccano altri personaggi, come Jules Vaughn (Hunter Schafer) che interpreta una ragazza transgender, capace di conquistare con il suo atteggiamento dolce, eccentrico ed impacciato, ma certamente non stiamo parlando dell’angelo di Rue, poichè anche il personaggio di Jules fa uso di alcolici, stupefacenti e ha uno strano rapporto con la sessualità. Nate Jacobs (Jacob Elordi) è probabilmente il personaggio più interessante, una sorta di teen American Psyco, che ovviamente non è da prendere a modello ma è centrale nello svolgersi delle vicende. L’unico personaggio con un minimo di equilibrio è quello di Lexi Howard, che pur restando nell’ombra è il germe della speranza per le nuove generazioni. Improbabile se non assurdo il duo di spacciatori, Fezco e Ash, dubito che si possa prendere un bambino da una mamma tossica e tenerselo come proprio a titolo di pagamento. Grandi assenti se non nocivi sono i genitori, che alleggiano sullo sfondo dando carta bianca completa ai loro figli. Non so se questo quadro possa essere davvero plausibile o credibile. Le due stagioni sono nel complesso davvero impegnative e non adatte al pubblico a cui dovrebbero essere destinate, trovo inoltre che la serie non aggiunga nulla a prodotti simili con sviluppi più costruttivi e interessanti.

Recensione Pam & Tommy

Anche i ricchi piangono sarebbe il riassunto perfetto in poche parole della mini serie Pam & Tommy. Il cast è molto ben congeniato, Lily James interpreta bene Pamela e il suo partner Sebastian Stan è molto credibile nei panni di Tommy Lee, gli altri membri del cast non sono da meno. Viene ancora una volta confermata la tesi che nè la fama nè la richezza hanno il potere di proteggere dai colpi bassi della vita, tuttavia in questo caso si hanno più opportunità di rialzarsi e ricominciare. Rode sempre parecchio vedere al vertice persone evidentemente problematiche come l’arrogante e prepotente Tommy, che testimonia come il karma agisca per vie davvero misteriose. La vera rivelazione è l’impotenza di una donna con mezzi e possibilità economiche al cospetto di uno star system diabolicamente maschilista, in cui se sei un attrice sexy e provocante nei fatti resti una prostituta di lusso senza diritto a tutelare la propria dignità.