Babylon è un film diretto dal giovane e talentuoso regista Damien Chazelle, che racconta in una pellicola dinamica e avvincente la storia del cinema degli anni’ 20 nel periodo in cui le proiezioni passarono dal muto al sonoro. La storia di per sè non ricalca personaggi autentici, tuttavia il personaggio interpretato da Brad Pitt, Jack Conrad è un mix tra John Gilbert e Rodolfo Valentino. Margot Robbiesi inspira alle attrici più brave dell’epoca ma in particolare a Clara Bow. Chazelle racconta un’epoca folle, in cui droga e alcol scorrono a fiumi tra perversioni indicibili e giochi di potere spietati, in una realtà crudele in cui ogni cosa è effimera e volubile. I protagonisti cercano a loro modo di farsi strada in questo caotico mondo ma per ogni brillante ascesa è sempre in agguato una rovinosa caduta, la dipendenza dalla fama sibila come un malevolo serpente bramosa di un’altra dose. Un film che mi ha colpito molto e che consiglio.
A distanza di 13 anni dal primo capitolo finalmente il nuovo film di James Cameron prende vita sul grande schermo. Sinceramente non ho mai pensato ad Avatar come ad un film con un plausibile o interessante seguito, per me è stato un film eccezionale che non necessitava di ulteriori aggiunte, tuttavia comprendo le ovvie ragioni nel puntare su qualcosa che ha già funzionato. Nel primo film assistiamo alla struggente e impossibile storia d’amore tra Jake Sully e Neytiri, mentre nel secondo capitolo manca ciò che solitamente si vede nelle fiabe e cioè cosa accade dopo il vissero per sempre felici e contenti. Centrale e quasi asfissiante il tema della genitorialità, Cameron vuole rimarcare il concetto che diventare genitori ti cambia la vita. La famiglia Sully gioca in difesa lasciando al passato atti di eroismi e gloria, vedendo nella pace la vera via. Gli sviluppi avrebbero potuto essere molteplici e nonostante ritenga il film lontano dal poter essere definito brutto credo che in tredici anni si potesse sviluppare una trama decisamente migliore, il ritorno di Quaritch in versione clone Na’vi ne è un palese esempio che mi lascia perplessa. Spunti più validi e ragionevoli ce ne sarebbero stati molti, dopotutto se l’umanità è in pericolo di estinzione e su Pandora esiste una sostanza in grado di far ringiovanire chi investirebbe risorse sulla vendetta di uno psicopatico guerrafondaio? Cameron decide di farlo e questo a mio avviso crea una trama poco originale e mina un po’ la sospensione di credulità dello spettatore. L’introduzione del clan del mare è suggestiva e riavvicina il regista a un elemento a lui caro, in cui Titanic e Avatar si fondono in sequenze adrenaliniche e suggestive. Trovo esagerata la durata del film e come vengano poco sviluppate le relazioni tra le nuove generazioni Na’vi, se l’amore è uno dei fili conduttori, io avrei osato un po’ di più nel sentimento che nelle scene di lotta. Graficamente è tutto molto spettacolare ma trovo che ci sia stato poco impegno nella differenziazione dei Na’vi maschi che sembrano tutti uguali ed è difficile talvolta riconoscerli. Vincente benché inaspettato il personaggio di Spider. Nel complesso un film godibile ma trattandosi di un film di Cameron mi aspettavo qualcosa di più romantico. Deludente il finale aperto che vuol dire tutto o nulla.
La famiglia Addams torna alla ribalta sul piccolo schermo, incentrando l’attenzione su uno dei personaggi più accativanti, ossia la giovane e gotica Mercoledì, focalizzandosi sulla sua adolescenza. A causa del suo carattere vendicativo e protettivo verso il fratellino Pugsley viene espulsa da una scuola “normale” e viene iscritta alla Nevermore Academy, un istituto riservato ai “reietti” cioè ragazzi con facoltà o caratteristiche paranormali. Per la prima volta vienespiegato che gli Addams sono creature sopranatturali, al pari di licantropi, gorgoni e sirene, in una realtà dove la loro esistenza è nota sebbene non apprezzata da tutti, cda cui ne scaturisce il messaggio della serie, la difficoltà nell’accettare chi è diverso. A Mercoledì viene assegnata una coloratissima compagna di stanza di nome Enid.Benchè in questa serie vi siano degli elementi postivi che lasciano un segno come i maestosi scenari, uno tra tutti l’evocativa vetrata della stanza di Mercoledì e Enid, nel complesso non l’ho trovata meritevole di tutta questa attenzione mediatica, in quanto la trama non è ben strutturata, temporeggia per poi sviluppare quasi tutta la vicenda rilevante nell’ultima puntata, in modo raffazzonato e frettoloso. Trovo inoltre che l’interpretazione della Ortega sia poco fluida, più robotica che goticae anche il ruolo asseganto a Cristina Ricci è stato abbastanza deludente, per non parlare degli altri membri della famiglia, l’unica a salvarsi è solo Mano.La trovo in linea con altre teen serie, ciò che mi urta tuttavia è la viralità e il rendere iconico qualcosa solo vivendo di rendida un pò come stanno facendo con Star Wars, senza impegnarsi più di tanto. Invisibile, se c’è stata, l’impronta di Tim Burton.
L’imperatrice è una mini serie austriaca che mette al centro delle vicende l’appassionante ma anche complicata storia d’amore tra Francesco Giuseppe I d’Austria e la turbolenta Elisabetta di Wittelsbach, duchessa di Baviera. Film o serie su di loro ce ne sono state tante tuttavia non mi stupisce che spesso vengano riproposti poichè essi incarnano in maniera unica un romaticismo antico e potente. Trovo inanzitutto che il cast della serie sia stato ben scelto poichè i personaggi arrivano e danno la magica illusione dell’autenticità, tenedo sempre viva l’attenzione e la curiostà dello spettaore a dispetto di una storia in parte già nota. Ovviamente le scenografie e i maestosi abiti hanno un ruolo di primo piano nel rendere magico il sogno agro dolce della principessa Sissi e del suo imperatore. Il personaggio che mi ha colpita maggiormente tuttavia è l’apparentemente intransigente Sofia di Baviera, interpretata dalla bellissima e affascinante Melika Foroutan. Per come vengono narrate le vicende la serie mostra bene come vivano su livelli diversi i ricchi e i poveri, costretti in orride prigioni fatte di pregiudizi, vincoli, limiti e divieti. Vite tossiche, da un lato a causa dell’estrema povertà e dell’altro dall’angoscia e della paura di perdere i privilegi acquisti. Una serie che consiglio e di cui aspetto con ansia l’uscita della seconda stagione.
House of the Dragon è una serie Tv statunitense, tratta dai testi di George Martin. Gli appassionati del genere hanno atteso con ansia questa serie, poichè ormai orfani di Game of Thrones smaniavano per un ritorno nei sette regni. House of the Dragon è ambientato duecento anni prima rispetto la nascita di Daenerys Targaryen. In quest’epoca la casata dei Targaryen ha tra le sue mani il controllo di Westerosgrazie ai suoi draghi. Re Viserys I siede sul trono e si mostra come un sovrano pacifico ed equilibrato ma anche debole e malato. Viserys ha una figlia, Rhaenyra, spinto tuttavia da un sogno premonitore è alla disperata ricerca di un erede maschio per succedergli una volta venuto a mancare e garantire stabilità al regno e alla sua casata. Le cose però non vanno come sperato e l’amata moglie del re muore di parto. Viserys, una volta vedovo e pentito di aver cercato l’erede maschio a tutti i costi, nomina la sua unica figlia Rhaenyra come sua erede, una rarità in un reame a stampo marcatamente patriarcale. L’ambizioso primo consigliere del re, Otto Hightower, ha tuttavia altri piani per il prestigio della sua casata e induce il re a risposarsi con sua figlia, la giovane e bella Alicent, coetanea e amica di Rhaenyra. La prinicipessa tuttavia non prende bene questa novità, si sente tradita dalla sua amica che è andata a prendere il posto di sua madre e che con i suoi figli rischia di minare la sua pretesa al trono. House of the Dragon ha il merito di far riassaporare le atmosfere di Game of Thrones tra spettacolari scenari, maestosi draghi e formidabili costumi. Sin dal principio ho trovato strana la scelta di concentrarsi sulla vita di Rhaenyra avendo a disposizione tutto un mondo, che lascia ancora dubbi e disappunto nei fan, come ad esempio l’origine degli estranei. Tuttavia avendo scelto questo stralcio della storia, di molto semplificata e scarna rispetto a Game of Thrones, mi aspettavo una realizzazione di caratura nettamente superiore. In soli dieci episodi viene fatto un inutile quanto spiazzante salto temporale in cui parte rilevante della storia viene ranzata via senza troppe spiegazioni e viene adotatto un cambio di cast discutibile poichè ad invecchiare sembrano essere solo Rhaenyra, Alicent e i fratelli Velaryon mentre personaggi come Daemon e Criston sembrano addiritura ringiovanire ne corso degli episodi. Vi sono poi le stelle cadenti, ossia personaggi come la prima moglie di Deamon o l’amante di Rhaenyra che non lasciano quasi il tempo allo spettatore di capire il senso della loro esistenza nella storia. La presenza di tutti questi bachi ed errori grossolani abbruttisce di molto la serie, che sembra confezionata giusto per dare qualcosa in pasto al pubblico senza metterci il giusto impegno. Molti episodi finiscono con un nulla di fatto lasciando una spiacevole sensazione d’irrisolto tanto da non sembrare nemmeno dei cliffhanger ma delle troncature insensate. Il cast tuttavia a dispetto di una regia discutibile è molto convincente, soprattuto il personaggio di Daemon, interpretato dal talentuoso Matt Smith. Rhaenyra mi ha convinta molto di più in prima battuta quando interpretata da Milly Alcock, Emma D’Arcy per quanto bellissima e calata nel ruolo, dà al personaggio un taglio molto diverso, più dolce ed emotivo, caratteristiche non proprie del personaggio iniziale.