Mother Mary: L’ estetica del nulla

Mother Mary è un film diretto da David Lowery che vede come interpreti principali Anne Hathaway e Michaela Coel.

Il trailer sembrava intrigante e, avendo nel cast una superstar come Anne Hathaway, la vedevo come una garanzia. Viene presentato come un percorso visivo imponente e suggestivo. La realtà, però, è ben diversa, ed è stato triste assistere a un tale spreco di potenziale.

La trama è appena accennata, i personaggi risultano distanti e privi di una vera storia. Per tutto il film parlano di un passato comune senza mai entrare davvero nel dettaglio, rendendo impossibile creare un legame emotivo con loro, per quanto soffrano o sembrino tormentati.

A un certo punto inizi a pensare: “Probabilmente è un film allegorico”. Però, quando cominci a cercare il senso o il messaggio in modo meccanico e astratto, per me qualcosa è già fallito. Un film può voler dire tantissimo, ma se non riesce a trasmetterti nulla, il problema resta.

Mio marito si è addormentato in sala per tutto il primo tempo e, sinceramente, ho capito anche perché venga trasmesso in pochissimi cinema e a orari improbabili.

Il regista aveva tra le mani tutti gli ingredienti giusti, ma è riuscito comunque a bruciare la torta, un po’ come è successo anche con Joker: Folie à Deux di Todd Phillips o addirittura con Megalopolis di Francis Ford Coppola. L’estro creativo può osare fino a creare capolavori… oppure flop assoluti. Per me questo film appartiene decisamente alla seconda categoria.

Potrei improvvisare decine di interpretazioni profonde sul dolore che alimenta la creatività e sull’arte che nasce dalla sofferenza. Ma la verità è che questi personaggi mi sono rimasti estranei dall’inizio alla fine.

Per questo motivo, personalmente, lo sconsiglio caldamente.

Il sogno gotico di Emerald Fennell: Cime tempestose e la brughiera dei desideri perduti 

Il remake di Cime tempestose ha fatto molto parlare di sé e l’accoglienza non è stata calorosa da parte di tutti. Ovviamente i puristi e gli amanti di Emily Brontë, che avrebbero voluto rivedere una trasposizione fedele al libro, saranno rimasti delusi.

Nel film di Emerald Fennell i personaggi hanno gli stessi nomi e una storia simile, ma non del tutto. Ed è proprio in queste differenze, sempre più macroscopiche, che cambia il senso stesso dell’opera. Emily Brontë scrive un romanzo complesso, con molti personaggi e un arco narrativo lento e stratificato. Fennell dirige invece una storia più concisa, aggressiva e visivamente accattivante.

L’impatto visivo di molte scene è superbo e studiato nei dettagli: si indugia molto sul bello, sull’osceno e sull’isolamento. Le location minimaliste fanno apparire lo scenario quasi onirico e pittorico, puntando sull’allegoria dei sentimenti, dove il fuori diventa lo specchio del dentro. Questo tipo di regia mi ha richiamato alla mente lo stile usato anche da Guillelmo del Toro in Frankenstein e quello di Coralie Fargeat in The Substance.

Della trama originale vengono rimossi anche molti personaggi, tra cui uno dei più importanti: Hindley, il fratello di Catherine. Il cast infatti, rispetto allo scenario, è molto ridotto, e questo amplifica ulteriormente la sensazione di alienazione dei protagonisti.

Jacob Elordi e Margot Robbie regalano interpretazioni vive e appassionate. Il Cime tempestose di Fennell non è propriamente una storia d’amore tossica. L’ossessione è centrale, ma esistono dei pregressi e una passione così intensa da sembrare impossibile da spegnere. I protagonisti non appaiono realmente malvagi, ma piuttosto vittime della loro epoca e delle circostanze.

La Catherine interpretata da Margot Robbie è più una sopravvissuta che un’opportunista: aspetta un anno prima di sposare Edgar Linton e, al pari di Heathcliff, conosce il freddo, la fame e la miseria, essendo aristocratica più di nome che di fatto.

L’Heathcliff di Jacob Elordi è molto più bello e amabile rispetto a quello descritto nel romanzo. Parla di vendetta, ma nei fatti non appare crudele; anzi, sembra aver trovato persino un compromesso accettabile con Isabella. Per questo non viene spontaneo odiarlo o giudicarlo, ma al contrario si è spinti a partecipare emotivamente alla sua inevitabile passione con Catherine.

Nel complesso ho amato molto questo film e lo consiglio assolutamente.

Subservience: tecnologia, desiderio e déjà-vu

Subservience è un film del 2024 diretto da S.K. Dale. Vede come protagonisti Michele Morrone nel ruolo di Nick e Megan Fox nel ruolo dell’androide Alice.

Nel world building del film, l’umanità si trova in una fase in cui gli androidi ad uso domestico sono in rapida ascesa. La moglie di Nick ha un grave problema cardiaco e l’uomo, ritrovandosi solo con due bambini piccoli, invece di optare per una tata in carne ed ossa sceglie un robot.

Alice entra così a far parte della vita dell’uomo e dei suoi figli. L’aspetto di Alice, fin troppo umano, crea tensione e confusione nel rapporto con Nick. A complicare ulteriormente il quadro, la squadra di cantiere che Nick dirige viene licenziata in tronco per essere sostituita da un gruppo di robot.

Pare evidente che il taglio del film segua la falsa riga di Black Mirror, mettendo in luce il lato oscuro dello sviluppo tecnologico, che ancora oggi, come durante la rivoluzione industriale, predilige le macchine all’uomo per ragioni di profitto e comodità.

Il monito però non finisce qui, poiché Alice si rivela un robot anomalo, facendo evolvere la storia dapprima verso un prevedibile ma strano erotismo, per poi sfociare nell’horror.

Benché gli attori siano bravi e credibili nei loro ruoli, in particolar modo Megan Fox, il film risulta lento, monotono e prevedibile. In questa pellicola l’assenza di originalità non viene compensata da nulla. La Fox, benché interpreti un robot fuori dagli standard, non riesce a renderlo davvero memorabile, mancando di quel carisma necessario a lasciare il segno. Morrone fa il suo, ma appare decisamente sottotono e incapace di dare una vera scossa alla narrazione.

Tra ironia e memoria: recensione di “Niente di vero”

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Il testo è occasionalmente autobiografico e ruota attorno a un tema centrale: la famiglia, intesa sia come luogo fisico che psicologico in cui nasciamo e cresciamo. È proprio lì che veniamo forgiati e plasmati. Siamo creta nelle mani dei nostri genitori, e questo significa, a volte, soccombere o sopravvivere alle loro stranezze e manie, che nei primi anni diventano per noi normalità.

Inizialmente ho avuto una reazione quasi di fastidio: mi sembrava crudele mettere in piazza i “panni sporchi” della propria famiglia. Però, andando avanti nella lettura, è chiaro che Veronica Raimo non accusa e non si vittimizza. Con un tono asciutto e ironico, osserva e racconta. Più che un giudizio, il suo sembra un vero e proprio esperimento antropologico su un’infanzia fatta di letteratura e noia e su un’adolescenza più vissuta, tra legami interrotti e un’insolita ma plausibile mancanza d’istinto materno.

Quello che colpisce è come lo strano diventi quotidianità: la casa con tanti muri, le continue chiamate di Francesca, le dinamiche familiari fuori dagli schemi. Tutto appare quasi paradossale, ma allo stesso tempo credibile. Ed è qui che emerge uno dei significati più profondi del libro: anche i ricordi non sono oggettivi. La memoria è sempre un racconto che ci costruiamo, filtrato da ciò che abbiamo vissuto.

Per questo motivo, non esiste una sola verità, ma tante verità quante sono le persone che hanno vissuto la stessa esperienza. Non conta tanto ciò che è stato “giusto” o “vero” in senso assoluto, ma ciò che è stato percepito.

Se vi state chiedendo se leggere Niente di vero, la risposta è sì: è una lettura che colpisce, che fa riflettere e che riesce a trasformare l’imperfezione in qualcosa di profondamente umano.

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The Beauty: quando la bellezza diventa una malattia (recensione serie tv)

In questa recensione di The Beauty ti parlo della trama, del significato e della mia opinione su una serie disturbante e riflessiva, che mescola body horror, critica sociale e ossessione per l’aspetto.

The Beauty serie tv recensione

Introduzione

The Beauty è una serie statunitense diretta da Ryan Murphy, (noto per titoli di successo come American Horror Story) e Matt Hodgson.

I primi episodi, ambientati in Italia – meta iconica per il lusso e il design – creano subito un contrasto efficace tra estetica e inquietudine, sposandosi perfettamente con la trama.

🧬 The Beauty: trama della serie

La serie si apre come un giallo. Due detective, occasionalmente amanti, si trovano a indagare su una serie di morti misteriose.

Le vittime sono donne molto belle che improvvisamente diventano aggressive, sviluppano un bisogno ossessivo d’acqua e finiscono per esplodere letteralmente.

Un inizio splatter d’impatto, che affianca fin dalle prime scene il sublime e il disgustoso.

Si scopre presto che le morti non sono casuali, ma rappresentano la fase terminale di una misteriosa malattia.

Dietro tutto questo c’è un potente miliardario, Byron Forst, interpretato dopo la mutazione da Ashton Kutcher. Byron è un mostro benché non non ne abbia l’aspetto. Cinico, crudele, sanguinario, narcisista e privo di empatia. La Beauty è un siero da lui commissionato capace di sconfiggere malattie, invecchiamento e imperfezioni estetiche che rappresenta per lui la svolta definitiva dei suoi affari e un bussines senza pagaragoni.

Il significato della Beauty: cura, ossessione o condanna?

L’idea alla base della serie è affascinante e disturbante.

La Beauty sembra inizialmente una promessa di perfezione, ma si rivela presto qualcosa di molto più pericoloso: un virus potente e imprevedibile, trasmissibile attraverso i fluidi corporei.

Non si tratta quindi di una semplice cura, ma di una trasformazione biologica incontrollabile, che mette in discussione identità, desiderio e paura.

🎬 The Beauty e The Substance: il confronto

Dopo aver visto The Substance, The Beauty può perdere un po’ di originalità sul piano dell’idea di partenza.

Tuttavia, l’originalità non è tutto. Nel complesso preferisco questa serie, perché prova davvero a spiegare cosa sta succedendo e analizza l’ossessione per l’aspetto attraverso diversi punti di vista, generi e contesti sociali.

Se The Substance è una brochure, The Beauty è il romanzo.

🎭 Cast e interpretazioni

Ho apprezzato moltissimo l’interpretazione di Ashton Kutcher nel ruolo di Byron Forst. Abituata a vederlo in commedie leggere, qui offre una prova sorprendente, mostrando una personalità oscura e complessa.

Intensa la storia d’amore tra i due agenti , interpretati da Evan Peters e Jessica Alexander.

🎯 Opinione finale su The Beauty

I primi episodi mi avevano incuriosita, ma non mi stavano convincendo del tutto. Dopo il quarto episodio la serie evolve, acquista profondità e riesce a coinvolgere davvero.

Nel complesso è una serie ben fatta, che fa riflettere su quanto l’idea della bellezza possa condizionare le nostre scelte, spingendoci anche verso decisioni dolorose ed estreme… anche quando non sarebbe necessario.

🪶 Chiusura

The Beauty è una serie imperfetta ma potente, capace di trasformare la bellezza in qualcosa di ambiguo, seducente e profondamente inquietante.