Funerali, ricchi vedovi e segreti di famiglia

La signora dei funerali è un romanzo di Madeleine Wickham, meglio nota con lo pseudonimo di Sophie Kinsella, con cui ha raggiunto il successo soprattutto grazie alla saga di I Love Shopping, da cui è stato tratto anche il film con Isla Fisher. Nel 2025 l’autrice è venuta a mancare lascinadoci però in eredità i suoi scritti e le sua visione acuta e ironica sul mondo.

La protagonista è Fleur, una bellissima donna che ha deciso di dedicarsi a un’attività piuttosto alternativa: oggi verrebbe definita una gold digger. Il suo modo di agire mi ha ricordato il celebre film Heartbreakers – Vizio di famiglia, con Sigourney Weaver e Jennifer Love Hewitt. La storia è scritta molto bene e invoglia a proseguire la lettura.

Ho trovato, però, talvolta un po’ destabilizzante il continuo passaggio da un punto di vista all’altro, persino all’interno dello stesso capitolo. Questa narrazione corale permette al lettore di avere una prospettiva a 360 gradi sulla vicenda, ma rende il romanzo, a tratti, meno intimista. I personaggi sono caratterizzati molto bene. Quella che ho preferito è Philippa, ma ho apprezzato anche Zara e Antony. Lambert, invece, è dipinto come il cattivo fatto e finito e, nel contesto della storia, ci sta. L’unico vero appunto riguarda il finale: mi sarebbe piaciuto che la storia proseguisse, perché ho avuto la sensazione che tutto si interrompesse proprio sul più bello. Nel complesso è una lettura piacevole, che racconta con ironia le fragilità e le ipocrisie dell’upper class britannica. Non eccezionale, ma decisamente godibile.

Re di spade e sangue: luci e ombre di un successo BookTok

Ho letto Re di spade e sangue, fantasy romance dell’autrice Scarlett St. Clair, scrittrice statunitense appartenente alla Muscogee Nation, diventata celebre a livello internazionale grazie al successo delle sue opere su BookTok.

Purtroppo il romanzo non mi ha convinta quanto speravo. Il suo limite principale, a mio avviso, è l’incipit. Credo che le prime pagine siano fondamentali per conquistare il lettore e, in questo caso, ho avuto più volte la tentazione di interrompere la lettura. I primi capitoli soffrono sia di info dumping sia di overwriting: l’autrice concentra una quantità enorme di informazioni sul mondo narrativo e tende a spiegare e ribadire concetti che il lettore ha già assimilato. Inoltre prevale il telling sul showing: invece di lasciare emergere personaggi e ambientazione attraverso azioni e dialoghi, il romanzo preferisce raccontarci continuamente chi siano i protagonisti e come dovremmo percepirli.

La storia comincia davvero a ingranare soltanto quando Isolde lascia il suo regno e raggiunge la nuova dimora. L’ingresso di nuovi personaggi rende il ritmo più vivace e la narrazione finalmente dinamica, ma ho avuto la sensazione che questo cambiamento arrivi troppo tardi.

Devo poi ammettere che la protagonista mi è risultata decisamente antipatica. Il problema, però, non è tanto il suo carattere, quanto il modo in cui viene costruita. Il romanzo insiste nel dirci che Isolde è una donna forte, altruista e pronta al sacrificio, ma le sue azioni mi hanno spesso trasmesso l’impressione opposta. Ho percepito una distanza evidente tra ciò che il testo afferma sul personaggio e ciò che il personaggio dimostra realmente. Parla continuamente del proprio sacrificio, ma, nei fatti, questo consiste nel ritrovarsi accanto a un re vampiro che, nonostante la terribile fama che lo precede, con lei si dimostra fin da subito sorprendentemente gentile, paziente e protettivo.

Anche il modo in cui la cosiddetta golden couple amministra la giustizia mi ha lasciata perplessa. Le loro decisioni sembrano dipendere soprattutto da ciò che conviene ai protagonisti e questo, ai miei occhi, finisce per renderli poco diversi dai tiranni che dichiarano di voler combattere.

Non ho trovato nemmeno un vero triangolo amoroso, perché Killian non suscita mai un autentico interesse nella protagonista e il suo ruolo rimane piuttosto marginale sotto questo aspetto.

Anche il worldbuilding mi ha lasciato qualche perplessità. Oltre ai vampiri vengono introdotte numerose creature, ma le loro caratteristiche rimangono poco chiare. Lo stesso vale per il funzionamento della Bruma Rossa, che non sono mai riuscita a comprendere fino in fondo.

Ci sono però anche aspetti che ho apprezzato. Scarlett St. Clair dimostra una notevole capacità descrittiva: le scene passionali, le battaglie, gli ambienti e gli abiti risultano vividi e facili da immaginare. Inoltre il finale mi ha piacevolmente sorpresa. Ho trovato alcune analogie con il mio romanzo Oltre la magia, soprattutto nella direzione presa dagli eventi conclusivi e in alcune dinamiche narrative, e questo mi ha colpita. L’epilogo è ben costruito, chiude il primo volume in modo soddisfacente e lascia aperti gli sviluppi successivi senza dare l’impressione di essere stato forzato.

Per il momento, però, non credo che proseguirò la saga. Per quanto il finale sia riuscito, non sono mai riuscita ad affezionarmi alla protagonista e, per me, questo è un elemento troppo importante per desiderare di continuare la lettura.

Boulevard: quando l’amore non basta

Ho visto Boulevard su Amazon Prime, film tratto dall’omonimo romanzo di Flor M. Salvador, fenomeno editoriale nato su Wattpad. La trama è quella tipica del romance adolescenziale: la protagonista, Hasley, appena arrivata in un paesino, si ritrova al centro di un triangolo amoroso. Ciò che si nota subito, però, è che qui di vere green flag non ce ne sono. Quello che sulla carta dovrebbe essere il buon partito non riesce mai a fare davvero presa né sullo spettatore né, tantomeno, sulla protagonista. Il vero malessere della storia è Luke. In lui troviamo un bad boy abbastanza convincente, segnato da un grave problema di dipendenza. Il rapporto tra lui e Hasley, però, è coinvolgente e, benché tifare per questo genere di storia d’amore sia pericoloso, non si riesce a fare altrimenti. L’epilogo però triste, improvviso e tragico, cancella ogni speranza di lieto fine, lasciando soltanto un profondo amaro in bocca. La scelta credo possa essere motivata dal fatto che l’unico modo per far funzionare davvero una relzione con un ragazzo come Luke è solo nella fantasia e nell’idealizzazione, perchè la speranza nel cambiamento può essere la vera condanna.

Mother Mary: L’ estetica del nulla

Mother Mary è un film diretto da David Lowery che vede come interpreti principali Anne Hathaway e Michaela Coel.

Il trailer sembrava intrigante e, avendo nel cast una superstar come Anne Hathaway, la vedevo come una garanzia. Viene presentato come un percorso visivo imponente e suggestivo. La realtà, però, è ben diversa, ed è stato triste assistere a un tale spreco di potenziale.

La trama è appena accennata, i personaggi risultano distanti e privi di una vera storia. Per tutto il film parlano di un passato comune senza mai entrare davvero nel dettaglio, rendendo impossibile creare un legame emotivo con loro, per quanto soffrano o sembrino tormentati.

A un certo punto inizi a pensare: “Probabilmente è un film allegorico”. Però, quando cominci a cercare il senso o il messaggio in modo meccanico e astratto, per me qualcosa è già fallito. Un film può voler dire tantissimo, ma se non riesce a trasmetterti nulla, il problema resta.

Mio marito si è addormentato in sala per tutto il primo tempo e, sinceramente, ho capito anche perché venga trasmesso in pochissimi cinema e a orari improbabili.

Il regista aveva tra le mani tutti gli ingredienti giusti, ma è riuscito comunque a bruciare la torta, un po’ come è successo anche con Joker: Folie à Deux di Todd Phillips o addirittura con Megalopolis di Francis Ford Coppola. L’estro creativo può osare fino a creare capolavori… oppure flop assoluti. Per me questo film appartiene decisamente alla seconda categoria.

Potrei improvvisare decine di interpretazioni profonde sul dolore che alimenta la creatività e sull’arte che nasce dalla sofferenza. Ma la verità è che questi personaggi mi sono rimasti estranei dall’inizio alla fine.

Per questo motivo, personalmente, lo sconsiglio caldamente.

Il sogno gotico di Emerald Fennell: Cime tempestose e la brughiera dei desideri perduti 

Il remake di Cime tempestose ha fatto molto parlare di sé e l’accoglienza non è stata calorosa da parte di tutti. Ovviamente i puristi e gli amanti di Emily Brontë, che avrebbero voluto rivedere una trasposizione fedele al libro, saranno rimasti delusi.

Nel film di Emerald Fennell i personaggi hanno gli stessi nomi e una storia simile, ma non del tutto. Ed è proprio in queste differenze, sempre più macroscopiche, che cambia il senso stesso dell’opera. Emily Brontë scrive un romanzo complesso, con molti personaggi e un arco narrativo lento e stratificato. Fennell dirige invece una storia più concisa, aggressiva e visivamente accattivante.

L’impatto visivo di molte scene è superbo e studiato nei dettagli: si indugia molto sul bello, sull’osceno e sull’isolamento. Le location minimaliste fanno apparire lo scenario quasi onirico e pittorico, puntando sull’allegoria dei sentimenti, dove il fuori diventa lo specchio del dentro. Questo tipo di regia mi ha richiamato alla mente lo stile usato anche da Guillelmo del Toro in Frankenstein e quello di Coralie Fargeat in The Substance.

Della trama originale vengono rimossi anche molti personaggi, tra cui uno dei più importanti: Hindley, il fratello di Catherine. Il cast infatti, rispetto allo scenario, è molto ridotto, e questo amplifica ulteriormente la sensazione di alienazione dei protagonisti.

Jacob Elordi e Margot Robbie regalano interpretazioni vive e appassionate. Il Cime tempestose di Fennell non è propriamente una storia d’amore tossica. L’ossessione è centrale, ma esistono dei pregressi e una passione così intensa da sembrare impossibile da spegnere. I protagonisti non appaiono realmente malvagi, ma piuttosto vittime della loro epoca e delle circostanze.

La Catherine interpretata da Margot Robbie è più una sopravvissuta che un’opportunista: aspetta un anno prima di sposare Edgar Linton e, al pari di Heathcliff, conosce il freddo, la fame e la miseria, essendo aristocratica più di nome che di fatto.

L’Heathcliff di Jacob Elordi è molto più bello e amabile rispetto a quello descritto nel romanzo. Parla di vendetta, ma nei fatti non appare crudele; anzi, sembra aver trovato persino un compromesso accettabile con Isabella. Per questo non viene spontaneo odiarlo o giudicarlo, ma al contrario si è spinti a partecipare emotivamente alla sua inevitabile passione con Catherine.

Nel complesso ho amato molto questo film e lo consiglio assolutamente.