Recensione di Gypsy

Gypsy è una serie televisiva statunitense creata da Lisa Rubin per Netflix. Racconta la storia della psicologa Jean Holloway, interpretata dalla brava e sensuale Naomi Watts. Ho trovato affascinante questa serie tv, benché in alcuni episodi sia un po’ lenta. La professione dello psicologo oggi sta trovando sempre più risalto pertanto è interessante vedere cosa si potrebbe nascondere dietro l’apparente velo di perfezione e sicurezza di questi professionisti. Jean è una donna di successo, il tipico modello femminile dell’epoca moderna: equilibrata, elegante, gentile, raffinata e indipendente, sposata con un rampante avvocato e madre di una bimba di nove anni. Come in qualunque famiglia vi sono delle difficoltà, il marito sembra essere molto dedito alla carriera, mentre la figlia Dolly soffre di deficit d’attenzione. Jean sembra comunque padrona di tutta la situazione e pare solo seccata dagli scarsi progressi dei suoi pazienti, che mediante il classico percorso d’analisi non riescono ad avere miglioramenti significativi. Motivata forse da questa frustrazione decide di adottare una seconda identità e incontrare in segreto i presunti responsabili del malessere dei suoi assistiti. L’incontro con la giovane e accattivante Sydney Pierce sarà la scintilla di una serie di eventi e l’espediente che manderà in frantumi la maschera di perfezione e controllo che Jean ha abilmente costruito. Lo consiglio, mi dispiace soltanto che sia stata prodotta una sola stagione.

Recensione Peaky Blinders

Peaky Blinders è una serie televisiva britannica, creata da Steven Knight e ambientata a Birmingham dopo la prima guerra mondiale. Viene posta al centro delle vicende una gang criminale realmente esistita ma che non ha poi avuto l’espansione che viene qui raccontata. Reduci dalla prima guerra mondiale i fratelli Shelby si fanno strada nella vita tramite coercizione, violenza e scommesse illegali. Thomas, secondogenito della famiglia, ha piani sempre più ambiziosi e non senza difficoltà condurrà la sua famiglia verso denaro e successo. Le ricostruzioni e i costumi sono molti ben fatti, il cast è abbastanza convincente ma devo dire che tutta la serie è nei fatti Cillian Murphy nel ruolo di Thomas, lui ha il fascino e il carisma che rende tutto godibile e accettabile. Non sto parlando tuttavia dei suoi occhi azzurri o del bel faccino, ma di un’abilità recitativa magnetica. Il resto del cast fa solo da cornice e se c’è qualcun altro che brilla va ricercato tra i personaggi secondari, primo tra tutti l’imprevedibile Alfie Solomons interpretato da un brillante Tom Hardy. La serie è composta attualmente da 5 stagioni, ognuna delle quali ha il difetto di partire un po’ a rilento omettendo collegamenti fondamentali con le precedenti e di ripetere a loop lo schema Thomas contro il “boss” di turno stile videogioco. Devo dire che nel complesso è una serie godibile e che sono contenta sia stata rinnovata per una sesta stagione.

Recensione Mindhunter

Mindhunter è una serie televisiva statunitense del 2017, basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas. Una telefilm molto ben fatto, che parla di personaggi reali e dei passi iniziali che sono stati fatti per creare l’attuale sistema di classificazione dei Serial Killer, sviluppando così tecniche per anticipare e fermare gli assassini seriali. Non è una serie adrenalinica, per alcuni potrebbe risultare addirittura noiosa, io tuttavia l’ho trovata affascinate. Gli attori sono molto bravi, soprattutto alcuni secondari come Cameron Britton nei panni del killer delle studentesse, Edmund Kemper. Trovo molto interessante anche l’impatto che il tipo di lavoro ha sui protagonisti diventando soprattutto per Ford e Tench un ossessione che stravolgerà le loro vite prendendo il sopravento su tutto.

Recensione di Lupin

Lupin è una serie di stampo francese, in cui il protagonista, il giovane Assan Diop si ritrova presto orfano in un paese straniero a causa di un infamante è falsa accusa mossa dai ricchi datori di lavoro del padre. Assan conoscendo il buon cuore del padre è sicuro che l’uomo sia stato incastrato e ucciso e vota la sua vita per riabilitare la sua immagine e smascherare i veri colpevoli. Per trovare i mezzi necessari al suo progetto s’ispira all’eroe dei suoi romanzi preferiti, Lupin, il ladro gentiluomo. Ritroviamo anche qui come in Bridgeton lo sforzo di dare risalto alla causa antirazzista dando spazio a un moderno Lupin di colore, inserito in un contesto multietnico. Benché Omar Sy sia un bravo attore la trama della storia è sviluppata in maniera assurda e zoppicante, non c’è una logica o plausibilità in quasi tutte le vicende per come vengono sviluppate, diventando episodio dopo episodio sempre più ridicola e grottesca. Una serie proprio brutta, che per me non vale la pena seguire.

Recensione di Bridgerton

Il regista Chris Van Dusen ispirandosi alla serie di romanzi dell’autrice Julia Quinn racconta le vicende di un’utopica alta società londinese durante la Regency Era. I protagonisti principali sono i membri della numerosa famiglia Bridgerton e il bel Duca di Hastingst. Infischiandosene della plausibilità storica a favore di un’improbabile cast multi etnico, Bridgerton è a mio avviso una rivisitazione in costume di Gossip Girls. Le vicende sono raccontate in parte da una voce narrante fuori campo, la pettegola e tagliente Lady Whistledown, misteriosa autrice che con le sue pubblicazioni crea scompiglio e diletto nei salotti dell’annoiata classe aristocratica. Nel complesso parliamo di una serie che fa parlare di sé da un lato per l’avvenenza di alcuni personaggi e dall’altro per l’assenza di attinenza con la realtà storica sposando però la causa antirazziale, che oggi va tanto di moda. Del resto l’originalità è tutta qui, ovvero se sia giusto sacrificare la verità fattuale degli eventi del passato in nome di questa idea moderna di antirazzismo. Il successo della serie, conferma che questo compromesso è più che accettabile, inoltre c’è d’aggiungere l’asso nella manica: la tormentata (ma non troppo) storia d’amore tra l’avvenente Simon Basset interpretato da Regé-Jean Page e la dolce e raffinata Daphne Bridgerton interpretata da Phoebe Dynevor. Del resto il bello e maledetto ha sempre un grande ascendente e l’attivazione della dimensione favolistica, del sogno del principe azzurro, qui coadiuvato da magnifici abiti e scenografie, si presta sempre bene alla popolarità di un opera o uno sceneggiato.

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