Recensione di Orion e il Buio

Orion e il buio è un film d’animazione distribuito dalla piattaforma Netflix. Racconta la storia del piccolo Orion che convive quotidianamente con una lunga serie di paure che lo paralizzano e gli impediscono di godersi la vita e di fare nuove esperienze. La vita di Orion tuttavia cambierà grazie a un amico impensabile: il Buio. Non mi aspettavo un granché da questo cartone ma devo dire che l’ho trovato veramente originale. La paura del buio è una delle più comuni soprattutto nei bambini e dargli una voce è stato esilarante, come simpatici sono stati gli altri personaggi. Inoltre anche l’evoluzione della trama non è stata scontata. Nel complesso è un cartone godibile e che consiglio, anche perché come dice Ipazia i piccoli non richiedono particolari giri pindarici o significativi per amare una storia. Per fare l’avvocato del diavolo però trovo che benché il conflitto tra luce e buio sia plausibile alcuni degli altri personaggi seppure buffi non hanno utilità, in particolare Insonnia e Rumori notturni. Il ruolo di Dolci sogni è un po’ mal gestito visto che non sempre i sogni sono piacevoli e non è stato prevista un’entità dell’incubo. La trama inoltre non prevede un vero e proprio cattivo se non la paura stessa e l’introduzione dell’ultimo personaggio Tycho è fatta una un po’ frettolosamente e fà un pò l’effetto deus ex machina.

Recensione La caduta della casa degli Usher

“Una delle cose che preferisco degli umani: carestie, povertà, malattie, potreste risolvere tutto quanto. Solo con il denaro. E non lo fate. Insomma, se sottraeste un briciolo di tempo ai vostri futili viaggi, alle crociere di piacere, alla milionaria corsa allo spazio. Diamine, se smetteste di fare film e TV per un anno e spendeste i soldi per ciò che è necessario, potreste risolvere tutto e ve ne avanzerebbero.“ Monologo Verna episodio 8

La caduta della casa degli Usher è una mini serie tv del regista Mike Flanagan. Ogni episodio s’ispira a un racconto o a una poesia di Edgar Allan Poe, avendo tuttavia una trama complessiva che si costruisce episodio dopo episodio. Il protagonista della storia è Roderick Usher il capostipite di una delle famiglie più ricche d’America grazie alla commercializzazione del Ligodone, un controverso farmaco prodotto dalla casa farmaceuatica che amministra insieme alla sorella Madeline Usher. Roderick ha sei figli, spesso il frutto di storielle occasionali, di cui si fà carico ma che in un modo o nell’altro cerca di mettere in competizione sul piano a lui più caro, quello del business. I primi due episodi sono il più grande deterrente della serie. Vengono messe sul fuoco troppe cose tutte insieme: flashback frammentati, troppi personaggi sconosciuti e una chiave di lettura che in parte è realistica e in parte no, creando molta confusione e in certi casi perfino la sospensione della visione. A questo giro tuttavia sono felice di aver tenuto botta poichè penso sia una serie horror davvero ben fatta. La caduta della casa degli Usher non parla difatti dei mostri classici, ma di quelli che abitano ognuno di noi, salvando poche e rare eccezioni. Benchè la serie ricalchi alcuni fatti tristemente reali come l’epidemia Usa da abuso di oppioidi non vuole essere un documentario come Painkiller, ma l’espediente per dare un volto al lato oscuro del capitalismo, in questa costante guerra tra sopravissuti, nella maggior parte dei casi privi di empatia, morale e umanità e il resto del mondo. La serie però non condanna tutta l’umanità, quà e là trova anime redenti (Juno Usher e Morelle Usher) o eroi veri come Auguste Dupin che a dispetto della scalata impossibile verso la giustizia non perdono la speranza, percepita dagli Usher come una debolezza ma probabilmente la forza più resiliente a disposizone di chi vuole credere che un mondo migliore sia possibile.

Recensione di One Piece

One Piece è una serie televisiva nippo-statunitense del 2023 creata da Matt Owens e Steven Maeda ispirata dalla serie manga di Eiichirō Oda. Quando ho realizzato che ne avrebbero fatto un live action ho pensato che il rischio di assistere a uno scempio fosse altissimo. I registi sono stati invece bravissimi e hanno selezionato il cast perfetto e investito in effetti speciali ben fatti. I personaggi sono molto somiglianti a quelli dei fumetti e vi è stata un’attenzione particolare ai trucchi e ai costumi. Monkey D. Luffy (Iñaki Godoy Jass), il protagonista della storia, è un eterno Peter Pan, un bambino grande che vive del suo sogno assurdo di diventare il re dei pirati e trovare il famigerato tesoro di Gold Roger, il One Piece. Questa condizione lo salva dalle brutture della realtà e gli fa mantenere positività nei confronti della vita. In questa prima serie Luffy recluterà i componenti della sua ciurma risvegliando in oguno di loro il bambino interiore sopito. Oltre ai compagni di avventura di Luffy, ne ho apprezzato molto anche gli antagonisti in particolare, Bagy il Clown e il capitano Arlong. In questa serie si assiste alla vera magia del live action, un cartoon che prende vita. Pur non essendo mai stata una grande fan della serie animata, devo dire che questo telefilm a dispetto della trama un pò semplicistica, strampalata e priva di una vera coerenza interna, mi è piaciuto moltissimo e sono dispiaciuta che la seconda stagione sia ancora in fase di lavorazione.

Recensione di L’estate in cui imparammo a volare

L’estate in cui imparammo a volare è una serie tv statunitense che trae la sua ispirazione dalle saga omonima dei romanzi di Kristin Hannah. Racconta la storia della straordinaria amicizia tra due ragazze molto diverse, Tully e Kate. La prima con una storia familiare disfunzionale e complicata, la seconda proveniente dalla classica famiglia bene degli anni ’80. Particolare l’attenzione allo sviluppo del ruolo delle donne nella società. Tully, a dispetto delle sue origini svantaggiate riesce con determinazione a perseguire il tanto decantato sogno americano divenendo una star televisiva e la perfetta incarnazione del volere e potere. Kate invece rinuncia alla sua carriera professionale in nome della famiglia. In entrambi i casi però possiamo scoprire luci e ombre delle rispettive scelte e di come secondo l’autrice la via dell’amore e dell’amicizia alla fin fine è l’unica che porta alla vera felicità. Kate infatti, che professionalmente si è arenata vivendo all’ombra di Tully, diviene la vera star, amata dai pochi giusti che rendono la sua vita memorabile. Una storia dove l’ordinario diventa straordinario in cui la narrazione di un amicizia epica, possibile a mio avviso solo in libri e film, diventa il centro di vite vissute pienmente tra alti e bassi. Ho apprezzato molto questa serie, benchè talvolta mi infastidivano i troppi salti temporali e in certi momenti tendeva a diventare un pò noiosa. Il cast è semplicemente perfetto (forse anche troppo), amo in particolare Alissa Skovbye che interpetra Tully d’adolescente e anche Roan Curtis nel ruolo di Kate. Molto brave anche Katherine Heigl (Tully da adulta) e Sarah Chalke (Kate da adulta). Il finale è considerato da molti struggente e non posso negarlo, tuttavia nel complesso la serie celebra più la vita e i sentimenti che lo strazio della perdita. Per me una serie bene fatta.

Recensione La legge di Lidia Poët Recensione

La legge di Lidia Poët è una serie Netflix italiana, che racconta in maniera fortemente rivisitata la vita della prima donna avvocato in Italia. Notevole l’investimento nei costumi, più bravi del consueto gli attori sebbene la sceneggiatura sia fin troppo anacronistica. Matilda De Angelis nel complesso è credibile nel personaggio, tuttavia spesso ha un modo di recitare bisbigliato che un pò urta. La trama ricorda le vicende dei film della saga di Enola Holmes, poichè più che un avvocato Lidia sembra una detective. Chi cerca la verità storica sul personaggio protagonsita qui non la troverà ma se si vuole godere di qualcosa di leggero e di puro intrattenimento la serie ha un suo perchè. Il fatto stesso che anche l’Italia riesca ad approdare su Neftlix dando l’opportunità ai nostri artisti di essere aprezzati anche all’estero è già una bella soddisfazione.