La legge di Lidia Poët è una serie Netflix italiana, che racconta in maniera fortemente rivisitata la vita della prima donna avvocato in Italia. Notevole l’investimento nei costumi, più bravi del consueto gli attori sebbene la sceneggiatura sia fin troppo anacronistica. Matilda De Angelis nel complesso è credibile nel personaggio, tuttavia spesso ha un modo di recitare bisbigliato che un pò urta. La trama ricorda le vicende dei film della saga di Enola Holmes, poichè più che un avvocato Lidia sembra una detective. Chi cerca la verità storica sul personaggio protagonsita qui non la troverà ma se si vuole godere di qualcosa di leggero e di puro intrattenimento la serie ha un suo perchè. Il fatto stesso che anche l’Italia riesca ad approdare su Neftlix dando l’opportunità ai nostri artisti di essere aprezzati anche all’estero è già una bella soddisfazione.
La famiglia Addams torna alla ribalta sul piccolo schermo, incentrando l’attenzione su uno dei personaggi più accativanti, ossia la giovane e gotica Mercoledì, focalizzandosi sulla sua adolescenza. A causa del suo carattere vendicativo e protettivo verso il fratellino Pugsley viene espulsa da una scuola “normale” e viene iscritta alla Nevermore Academy, un istituto riservato ai “reietti” cioè ragazzi con facoltà o caratteristiche paranormali. Per la prima volta vienespiegato che gli Addams sono creature sopranatturali, al pari di licantropi, gorgoni e sirene, in una realtà dove la loro esistenza è nota sebbene non apprezzata da tutti, cda cui ne scaturisce il messaggio della serie, la difficoltà nell’accettare chi è diverso. A Mercoledì viene assegnata una coloratissima compagna di stanza di nome Enid.Benchè in questa serie vi siano degli elementi postivi che lasciano un segno come i maestosi scenari, uno tra tutti l’evocativa vetrata della stanza di Mercoledì e Enid, nel complesso non l’ho trovata meritevole di tutta questa attenzione mediatica, in quanto la trama non è ben strutturata, temporeggia per poi sviluppare quasi tutta la vicenda rilevante nell’ultima puntata, in modo raffazzonato e frettoloso. Trovo inoltre che l’interpretazione della Ortega sia poco fluida, più robotica che goticae anche il ruolo asseganto a Cristina Ricci è stato abbastanza deludente, per non parlare degli altri membri della famiglia, l’unica a salvarsi è solo Mano.La trovo in linea con altre teen serie, ciò che mi urta tuttavia è la viralità e il rendere iconico qualcosa solo vivendo di rendida un pò come stanno facendo con Star Wars, senza impegnarsi più di tanto. Invisibile, se c’è stata, l’impronta di Tim Burton.
L’imperatrice è una mini serie austriaca che mette al centro delle vicende l’appassionante ma anche complicata storia d’amore tra Francesco Giuseppe I d’Austria e la turbolenta Elisabetta di Wittelsbach, duchessa di Baviera. Film o serie su di loro ce ne sono state tante tuttavia non mi stupisce che spesso vengano riproposti poichè essi incarnano in maniera unica un romaticismo antico e potente. Trovo inanzitutto che il cast della serie sia stato ben scelto poichè i personaggi arrivano e danno la magica illusione dell’autenticità, tenedo sempre viva l’attenzione e la curiostà dello spettaore a dispetto di una storia in parte già nota. Ovviamente le scenografie e i maestosi abiti hanno un ruolo di primo piano nel rendere magico il sogno agro dolce della principessa Sissi e del suo imperatore. Il personaggio che mi ha colpita maggiormente tuttavia è l’apparentemente intransigente Sofia di Baviera, interpretata dalla bellissima e affascinante Melika Foroutan. Per come vengono narrate le vicende la serie mostra bene come vivano su livelli diversi i ricchi e i poveri, costretti in orride prigioni fatte di pregiudizi, vincoli, limiti e divieti. Vite tossiche, da un lato a causa dell’estrema povertà e dell’altro dall’angoscia e della paura di perdere i privilegi acquisti. Una serie che consiglio e di cui aspetto con ansia l’uscita della seconda stagione.
The Crown è una serie britannica che racconta la storia della regina Elisbetta II a partire dalla sua ascesa al trono sino ai giorni nostri. Il fil rouge di base è quello comune a molte storie biografiche, in cui anche i ricchi e potenti soffrono e non è oro tutto ciò che luccica. Tuttavia anche nello stagno dorato c’è chi se la cava meglio di altri e chi è costretto a malicurore a rinunciare ad amori od ambizioni personali, poichè la Corona, istituzione sacra e secolare, va preservata e tutelata a qualunque costo. Claire Foy e Olivia Colman, le attrici a cui è stato affidato il ruolo di Elisabetta da giovane e da donna di mezza età, sono state favolose, come del resto anche gli attori che hanno intepretato il principe Filippo, Matt Smith e Tobias Menzies. Nelle quattro stagioni già distribuite vi sono altri personaggi che mi hanno colpito moltissimo, come ad esempio John Lithgow nel ruolo di Winston Churchill, Gillian Anderson nel ruolo di Margaret Thatcher e Erin Doherty nel ruolo della principessa Anna. Il quadro che emerge dalla serie è quello di una famigliadi donne e uomini molto coriacea, tempra necessaria per sopravivere al meglio in un ambiente ultra formale, fatto di regole, disciplina e impegni istutuzionali. Nella serie infatti vengono snocciolate anche verità scomode e le difficoltà di chi questa tempra non c’è l’ha come Margaret, Carlo e la giovane Diana. Nel complesso The Crown regala un quadro positivo di Elisabetta come regnante e ben poco lusinghiero del principe Carlo, che pare arrogante, viziato e spesso crudele con la sua consorte, a discapito di una non particolarmente brillante Camilla. Al di là dei personaggi ho anche aprezzato la ricostruzione di molti eventi storici, come l’avvento delle nube nera durante la fine del governo Churchill, la disgrazia della scuola travolta dai liquami delle fabbriche di carbone, i flashback inerenti all’infanzia di Filippo e il moto altalenante delle svariate crisi di governo a cui nonostante tutto la monarchia elisabettiana è riuscita a sopravvivere, mantenendo in un mondo in repentino mutamento una sorta di equilibrio permanente di memoria, benessere e stabilità.
Ho letto molte recensioni negative in merito a questo film, ciò nonostante ho voluto vedere con i miei occhi di cosa stavamo parlando. Andrew Dominik difende il suo lavoro e a chi lo accusa di aver fatto un film maschilista risponde che è esattamente l’opposto. In certa misura credo di aver capito cosa volesse dire Dominik, non è difatti il film ad essere maschilista e brutale ma il sistema, visto direttamente dagli occhi di una donna molto fragile a dispetto della sua fama scintillante. Ciò detto non trovo però che sia un bel film. In prima analisi è noioso, lento e montato da un Morfeo impazzito, che traspone in immagini un gigantesco incubo che mostra solo il peggio della vita di una persona. Per chi come me non conosce bene la storia di questa diva, vedendo questo film resterà interdetto poiché i personaggi si susseguono senza filo di continuità, anonimi, difficile capire chi sono, con dialoghi artificiosi e ridondanti. Tutti i protagonisti maschili fanno una figura meschina e la povera Norma, sembra solo una squinternata senza né arte né parte. Per capire la “trama”, mi sono dovuta documentare e credo fermamente che il film non rispecchi minimamente ciò che fù Norma in vita. Benché sofferente parliamo di una donna che è stata capace d’imporsi in uno star system complicato e competitivo diventando dal basso una delle icone mondiali del cinema americano. Per far questo non basta solo la bellezza o “i facili costumi“, ci vuole tenacia, carisma e carattere. Una donna devastata da un’infanzia traumatica e disfunzionale come viene mostrata qui non avrebbe fatto tanta strada e benché alcuni episodi mostrino realtà fattuali, sono distorte in maniera odiosa. Le scene di sesso che hanno fatto così scalpore sono a mio avviso una provocazione mediatica per far parlare di un film che altrimenti non avrebbe veri argomenti e sarebbe uscito in sordina. Inoltre ho trovato abusato il nudo della diva, che vorrebbe forse mostrare l’essenza ma a mio avviso descrive solo in modo grottesco e svilente la figura femminile. Se l’intento del regista era mostrare la vera Norma, ossessionata dalla voglia di maternità e bisognosa d’amore c’è da dire che mancano moltissimi pezzi. Non viene spiegato che la diva soffriva di endometriosi per esempio o che gli aborti solo con Miller furono tre, il che è dura da sopportare per chiunque desideri ardentemente una maternità. Ana de Armas non assomiglia alla diva nemmeno esteticamente e benché sia molto calata nella parte, l’immagine che ne esce è delirante e superficiale. Un film così non celebra Marilyn Monroe, che a conti fatti non si vede affatto a causa di questa dissociazione così netta che fa il regista tra Norma e Marilyn. A chi dice che il film non può essere visto in chiave biografica dico che un personggio ispirato a una persona reale ha già la sua storia, raccontarla così la stravolge e basta. In ognuno di noi c’è l’oscurità e la luce, in questa pellicola c’è solo la prima, dando un’immagine solo negativa di alcuni personaggi come ad esempio Joe Di Maggio, che benchè si sia reso protagonista di una scena terribile è un uomo che anche dopo il divorzio è stato vicino all’attrice in momenti difficili, per contro Miller, che sembra quello che ne è uscito meglio, in realtà ebbe la peggio prendendo molto male il divorzio con l’attrice.