Recensione la Passione Turca

“La passione turca” è una serie spagnola diretta da Iñaki Peñafiel e scritta da Antonio Gala, Esther Morales e Irene Rodríguez. Nel cast troviamo Maggie Civantos nel ruolo di Olivia e Ilker Kaleli nel ruolo di Yaman. Olivia è il tipico esempio della donna emancipata che ama la sua solitudine e rifugge le relazioni, dedicando tutta se stessa al lavoro. La sua vita tuttavia sta per cambiare radicalmente quando, durante un soggiorno in Turchia, conosce Yaman, un intrigante e seducente commerciante. Olivia perde la testa per quest’uomo, che ha più di un lato oscuro e misterioso. Lascia Madrid, la sua città natale, e il suo lavoro pur di stare con Yaman. Inizialmente tutto è estasi e meraviglia, ma le cose presto precipiteranno e Olivia sarà costretta a scegliere se salvare se stessa o l’uomo che ama. Può sembrare una storia banale e scontata, ma gli interpreti sono molto bravi e rendono l’emozione della passione travolgente e bruciante che sconvolge i protagonisti.

Recensione Briganti

“Briganti” è una serie storica italiana ambientata nel tumultuoso periodo post-unificazione italiana. Costumi e ambientazioni sono convincenti, ma non altrettanto si può dire della narrazione. Ci sono troppi interpreti, esteticamente simili, e non vi è un approfondimento su nessuno di essi; sono figure monodimensionali senza un passato con cui è difficile empatizzare. Per la natura della trama, i protagonisti sono sempre in fuga, il che a tratti se non altro riesce a far mantenere un certo ritmo alla serie. L’unica cosa un po’ intrigante per me è la relazione tra Filomena e Lo Sparviero. Devo ammettere, inoltre, che il finale di stagione è ben congegnato. Nel complesso, poteva emergere una serie molto bella poiché il tema di fondo è interessante, ma così com’è stata organizzata risulta confusa e limitata. In un contesto che parla di ideali è doveroso indagare i motivi che spingono i personaggi ad agire in determinati modi. Mantenere quasi tutta la narrazione sul presente senza sviluppare antefatti ai quali si fanno solo vaghi accenni è un grosso errore e sminuisce la profondità della storia. Per quanto riguarda il cast, Marlon Joubert, anche se aiutato dalla sua presenza scenica, mi ha colpito nel ruolo dello Sparviero. In maniera minore e non da subito ho apprezzato anche la scelta di Matilda Lutz nel ruolo di Michelina, che grazie alla sua bellezza quasi divina era perfetta come eroina della profezia diffusa proprio al fine di favorire i briganti nella loro lotta contro i despoti del nord Italia.

Recensione il problema dei tre corpi

Il problema dei tre corpi (3 Body Problem) è una serie televisiva statunitense del 2024, creata da David Benioff, D.B. Weiss e Alexander Woo, tratta dal romanzo omonimo scritto da Liu Cixin. La serie ha beneficiato di una spettacolare sponsorizzazione, soprattutto nelle grandi città, suscitando la curiosità di molti. Racconta la storia di Ye Wenjie, figlia di un fisico cinese, studiosa a sua volta, che durante un periodo di grande agitazione politica ha visto uccidere il padre, sotto il benestare della madre, finendo successivamente in un campo di lavoro. La giovane, però, grazie al suo grande potenziale logico e fisico, verrà sfruttata dal regime in modo diverso e spostata in uno strano laboratorio in cui vengono fatti esperimenti sulla comunicazione extraplanetaria. Nel presente, Ye Wenjie ha una figlia, di grande intelletto lei stessa, professoressa e ricercatrice al Cern. Improvvisamente, però, la strumentazione tecnica impiegata per la ricerca inizia a dare risposte paradossali e in contrasto con tutto ciò che è stato scoperto fino ad oggi, creando grande agitazione. Alcuni fisici iniziano inspiegabilmente a togliersi la vita, tra cui proprio Vera, la figlia di Ye Wenjie, e alla giovane e bellissima Auggie Salazar inizia a comparire un conto alla rovescia visibile solo a lei, che la sta facendo impazzire. In questa storia scorgo dell’originalità e del potenziale, ma a costo di essere impopolare credo venga mal gestito. Vi sono un numero elevato di errori e incongruenze che non posso rivelare nel dettaglio, ma i conti per me non tornano nemmeno all’inizio. Scrivere o girare storie di fantascienza non autorizza a fare tutto, poiché tanto non è reale; ci vuole una coerenza interna, soprattutto dove si tenta di rendere plausibile qualcosa d’impossibile. L’impostazione su cui si regge la trama è stridente e, difatti, finisce per crollare e scadere nel ridicolo nell’ultimo episodio. Vi è un barlume di speranza dopo la spiegazione a metà della storia, che sembra dare un po’ di spessore alla trama, per poi precipitare nuovamente nel baratro. L’unico elemento positivo è che, benché la serie sia lenta, incuriosisce, anche solo per capire dove si voglia andare a parare, regalando comunque un epilogo deludende e inconcludente.

Recensione Chiamatemi Anna

Chiamatemi Anna” è una serie TV canadese distribuita dalla piattaforma Netflix, ispirata al romanzo di Lucy Maud Montgomery “Anna dai capelli rossi”, sotto la regia di Moira Walley-Beckett. Attualmente sono disponibili tre stagioni che raccontano la storia di Anna, orfanella singolare, con una fervida immaginazione e molto chiacchierona. Nel pilot, Anna è finalmente in viaggio verso una famiglia che la vorrebbe prendere con sé, ma le cose iniziano nel peggiore dei modi. I suoi nuovi genitori, i fratelli Matthew e Marilla Cuthbert, avevano fatto richiesta per un maschio. La spumeggiante Anna, però, con i suoi modi drammatici e plateali, è una ventata di novità nella realtà dei Cuthbert e, a suo modo, conquista dapprima Matthew e poi Marilla. Nella serie vengono trattate in maniera delicata ma convincente tantissime tematiche: la questione del bullismo e della discriminazione che colpisce orfani, poveri, donne nubili, persone di etnie e culture diverse. Benché la storia di per sé sia molto edulcorata, le tematiche sono ben discusse e i personaggi ben delineati. Magistrale è la ricostruzione dei luoghi e dei costumi. Guardando questa serie si può immaginare un mondo più buono, dove la speranza ha ancora un senso e benché parecchie cose siano irrealistiche, va bene così poiché ogni tanto è bello lasciarsi andare all’immaginazione, come direbbe anche Anna.

Recensione Un professore

“Un professore” è una serie TV italiana diretta nella prima stagione da Alessandro D’Alatri e nella seconda da Alessandro Casale. Racconta la storia di Dante, un professore di filosofia. Dante è un professore anticonformista e prende molto a cuore la sorte dei suoi studenti, soprattutto di quelli più in difficoltà che solitamente vengono abbandonati dal sistema scolastico. Dante è interpretato da Alessandro Gassmann, che porta con sé il suo grande talento di attore e la sua bella presenza. Le partner femminili sono diverse, poiché il personaggio è un abile seduttore, restio ai legami stabili. Tuttavia, la serie vuole indirizzare Dante sulla retta via e la sua comprimaria principale è interpretata da Claudia Pandolfi nel ruolo di Anita. In questo ruolo, la Pandolfi mi è piaciuta molto e credo che i due abbiano un’ottima sinergia. Il cast preso singolarmente è ben scelto, inclusi Nicolas Maupas e Domenico Cuomo, già noti per la serie “Mare Fuori”. La storia, tuttavia, benché tratti temi anche molto pesanti, è leggera e alla fine è come una fiaba moderna dove ogni cosa finisce per il meglio. Sarebbe fantastico nella vita essere tutti così belli e buoni e soprattutto non scontare mai le conseguenze delle proprie azioni come capita prima o dopo a tutti i personaggi. Nel complesso, la serie si fa guardare e va bene per staccare dalla bruttura della realtà.