Frontiera una serie di Rob Blackie e Peter Blackie

OH MY GOD

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Visto il mio amore per l’arte del grande e piccolo schermo ci tenevo molto a fare questa recensione.  Non posso esimermi dall’essere davvero spietata, poiché  dopo la tortura a cui sono stata sottoposta seguendo questa serie che di buono ha forse solo Jason Mamoa ( e dico forse perché qui fa schifo pure lui come attore) mi devo davvero sfogare. Il parto dei fratelli Blackie deve essere il frutto di un amore incestuoso tra fratelli, peggio che i frutti dei figli dei personaggi di Martin nel Trono di Spade. A confronto ogni altra serie che possa non essere piaciuta tipo Shannara diventa un capolavoro di rara bellezza. La trama è inutile che ve la racconto perché non c’è, o se c’è manco Pa di OA riuscirebbe a trovarla. Gli attori sono terribili, non se ne salva nemmeno uno. Gli episodi sembrano montati alla cavolo, come quando sei di fretta e prendi ciò che capita dall’armadio. In questa serie troviamo personaggi principali che spariscono , come Evan Jonigkeit nel ruolo del Capitano Chesterfield, che conquista tutta la mia ammirazione visto che si sarà reso conto che la sua carriera sarebbe crollata a picco  presenziando oltre tempo a questa parodia,  decidendo  letteralmente di sparire dalla terza stagione come un abile  David Copperfield. Di questa sparizione i due registi non si sono dati pace e quindi hanno semplicemente smesso per un pò di parlarne, poi in fase avanzata hanno accettato l’abbandono e ne hanno decretato la morte, non si sa bene in quali circostanze. Lo avrà ucciso Mamoa per pietà? O semplicemente il personaggio si è buttato dalla scogliera? Non ci è dato saperlo e dovremmo accettare questo status quo. Il finale di serie poi, tocca l’aulico dell’assurdo. Non vorrei svelarlo per non fare spoiler, ma in questo caso dovreste pregarmi di farlo per una volta spoiler perché voi questa serie non la dovrete vedere a meno che non dobbiate scontare qualche penitenza o siate in vena di ironia collaterale. 

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“Perché perché ho accettato questo ruolo? Che avevo per la testa? Non cercatemi mai più? Chiaro!”

The OA una serie di Zal Batmanglij

AMORE INTRADIMENSIONALE

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The Oa è una serie di fantascienza statunitense realizzata da Zal Batmanglij  e distribuita sulla piattaforma Netflix. Racconta la storia di Prairie Johnson una ragazza dall’infanzia difficile, vittima in tenera di un incidente automobilistico sul pulmino della scuola dove vive un esperienza di pre morte che la priverà della vista. Le sfortune della povera Nina (nome di battesimo originale) tuttavia  sono solo all’inizio, perde prematuramente anche il ricco padre e si ritrova a vivere nel bordello della zia, dove verrà poi adottata da una famiglia americana. In questo breve sunto è inevitabile fare un minimo di spoiler, poiché la trama è talmente intricata e non lineare da diventa difficile persino fare il punto della situazione. Questi elementi, tuttavia non sono negativi, ma estremamente innovativi. The Oa è una delle serie più belle viste negli ultimi anni. Per chi è appassionato di fantascienza  e misticismo sarà un ottima visione. Il cast  è formato da attori  davvero molto bravi . Mi hanno colpito: la protagonista Brit Marling, Jason Isaacs nel ruolo di Hap e Patrick Gibson nel ruolo di Steve. La storia per quanto allucinate fila senza smentirsi mai, ci rivedo infatti  il qualcosa di geniale che mi aveva fatto amare il film Mad Max diretto da George Miller. Struggente e passionale la storia d’amore, tra Prairie e Homar, di quelle che oggi non sembrano più possibili a causa dei social, della rete e del consumismo sessuale. In Oa emerge chiaramente che non è  il sesso a creare un legame ma qualcosa di molto più profondo e mistico. L’unico appunto che mi sento di fare è che l’attrice e ideatrice della serie,  Brit Marling crede effettivamente che non esista una vita dopo la morte in termini di paradiso o inferno, ma qualcosa di molto diverso. Una idea così spacciata per vera mi spaventa, poiché nella serie si parla con leggerezza di esperienze premorte e suicidi, come la via per sfuggire dalle sofferenze del presente. Pertanto suggerisco a chi leggerà la mia recensione di non prendere per vero quella che è una storia, benché stiate attraversando un momento nero può essere risolto in questa dimensione senza commettere gesti estremi, nessuno sa per certo cosa c’è dopo la morte, attualmente la sola condizione irreversibile che io conosca. 

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Io un film di Jonathan Helpert

La grande noia

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Promosso con vivido clamore dalla piattaforma Netflix come pellicola di fantascienza distopica, “Io” si è rivelato una colossale delusione per lentezza e contenuti.
In una spiccia introduzione si apprende che la terra è ormai ridotta a una landa radioattiva, desolata e disabitata, abitata da pochi e temerari superstiti. La protagonista, una giovane scienziata che vive sola in aperta campagna, si arrovella per trovare la chiave di volta e ripristinare la vivibilità sul pianeta.
L’umanità ha quasi completato l’esodo verso la base orbitante Io, che benché dia il titolo al film nessuno vedrà mai. L’unico contatto sarà un cordiale ed educato rapporto epistolare virtuale tra la scienziata e un ingegnere della nave, entrambi determinati a non lasciare le proprie posizioni. Benché non succeda praticamente nulla, il regista riesce a piazzare decine di incongruenze che rendono il film sempre meno realistico. Le riprese, fatta eccezione per le due o tre scene nella classica metropoli abbandonata, sono in un ampio spazio rurale dove la scienziata vive tranquilla, senza respiratore e con tanto di ortaggi freschi a portata di mano, cosa che rende incomprensibile la fuga dei terrestri. L’arrivo di un misterioso professore su un pallone aerostatico aggiungerà una serie di sterili e noiosi dialoghi tutti incentrati sull’urgenza di lasciare la terra con l’ultima nave per Io, in un clima che tuttavia suggerisce tutt’altro che urgenza o pericolo.
Il finale, che ambisce a dare il tanto atteso colpo di scena, resta nebbioso come l’ultima sequenza della pellicola stessa. Benché ci siano solo due personaggi, il film è talmente lento che sfuggono alla memoria persino i loro nomi.

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Anon un film di Andrew Niccol

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In una realtà più agée di quella attuale gli esseri umani sono muniti di un chip di backup di ogni azione, pensiero e ricordo. Un tale sistema sembra garantire finalmente ordine e sicurezza, ma sfortunatamente qualcuno riuscirà a bypassarlo. Il detective Friesland si troverà così a indagare su una serie di delitti in cui le vittime vedono letteralmente con gli occhi dell’assassino, impedendo così il riconoscimento del reale killer. Il baco generatosi si rivelerà una grave minaccia,  poiché metterebbe in ginocchio una società che in nome della sicurezza ha di fatto negato ogni tipo di privacy ai suoi cittadini. La ricerca di Friesland non sarà priva d’insidie e la sensuale e misteriosa Anon (interpretata da Amanda Seyfried) darà il suo bel da fare al rampante detective. Andrew Niccol, già esperto regista di film di fantascienza che ho amato come GattacaIn Time, non riesce a bissare in originalità e carisma i lavori precedenti ma mette comunque in scena un film interessante che si lascia guardare senza problemi. 

“You” una serie ideata da Greg Berlanti & Sera Gamble

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You è una nuovissima serie tv statunitense in esclusiva Netflix. La trama, ispirata al romanzo omonimo scritto da Caroline Keynes, è un’istantanea della vita moderna.  I protagonisti, attori in un mondo fatto sempre più di apparenze, bombardati dall’uso smodato dei social, vittime della perdita di stabilità e sicurezza in tutti gli ambiti della vita, sia umani che economici, diventano facili prede di ossessioni.     Jo, in particolare, apparentemente il bravo ragazzo delle porta accanto: attento lettore, gestore di una libreria, per nulla ambizioso, addirittura gentile, premuroso e romantico, si rivelerà un ragazzo fortemente squilibrato, che si serve con grande facilità dei nuovi strumenti tecnologici, per sfogare le sue insane manie di controllo e realizzare il suo impossibile sogno d’amore. Una serie coinvolgente, benché moltissimi siano gli elementi surreali che la caratterizzano, poiché portatrice di qualcosa di familiare e di angosciosamente plausibile. Accattivante la narrazione dal punto di vista di Jo, che non vede nulla di sbagliato nelle sue azioni, tanto da far passare omicidi per atti dovuti e salvifici,  parte integrante di una normale routine, che tuttavia sembra stare stretta a tutti per quanto agognata. Interessante inoltre l’ambiguità dei personaggi, in cui il “mostro” non è semplicemente crudele e detestabile, ma il complesso costrutto di traumi e di ambivalenti slanci di altruismo e generosità. Mentre la vittima, la giovane scrittrice Beck, oggetto dell’ossessione  di Jo, non è la classica damigella in pericolo bensì una ragazza emancipata, ambiziosa, a tratti volubile e superficiale, in parte artefice del suo stesso destino. Serie ricca di colpi di scena e inaspettati risvolti, in un mondo sempre più malato e solitario dove il prezzo per l’amore e la felicità sembra dover essere estremo a tutti i costi. Interessante il cast, in particolare Penn Badgley nel ruolo di Jo e promettente la prospettiva di una seconda stagione. 

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