Carrie: il vero orrore non ha bisogno di superpoteri

«Non voglio far parte di un mondo in cui essere gentili è considerato una debolezza.»

Cit. Keanu Reeves

Carrie è una miniserie statunitense ideata da Mike Flanagan, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Stephen King.

La storia di base è di per sé molto popolare e ha già avuto diversi adattamenti. Mike Flanagan, però, nella sua serie, pur mantenendo i momenti iconici del racconto, attribuisce ai personaggi una caratterizzazione psicologica più approfondita. In particolare, la madre di Carrie, Margaret White, assume una complessità importante. Non rimane soltanto la fanatica religiosa estremista e crudele del romanzo, ma acquista sfumature che, con l’evolversi della storia, non le fanno certo meritare il premio di madre dell’anno, ma nemmeno la rendono necessariamente la figura genitoriale più mostruosa e nociva. Flanagan conferisce a Margaret una grande complessità, fatta di luci e ombre, nella quale, seppure in maniera distorta, emerge l’amore per la figlia e per il marito che, in questa versione, pur essendo anche lui un uomo con grosse problematiche, è stato presente nella vita familiare fino alla prematura morte che dà inizio alle vicende della serie.

Anche la Carrie di Flanagan è differente dalle precedenti rappresentazioni, qui è una ragazza solare, ingenua e curiosa anche se ha vissuto per tutta la vita isolata dal mondo, con la sola compagnia dei genitori.

Il vero mostro, per il regista è il sistema sociale stesso e il modo in cui certe persone scelgono di agire. Gli esempi più lampanti sono Chris e suo padre. Personaggi apparentemente vincenti, privilegiati e persino da ammirare, che nascondono invece odio, rancore, attaccamenti disfunzionali e una profonda incapacità di imparare dai propri errori.

La serie riesce a mostrare come la crudeltà non nasca necessariamente dalla forza, ma possa essere il risultato di profonde insicurezze, della paura di perdere ciò che si possiede e dell’incapacità di accettare che gli altri siano liberi di compiere scelte differenti dalle nostre.

Carrie, viene emarginata prima ancora che qualcuno scopra i suoi poteri. Non rappresenta una minaccia, non ha fatto nulla per meritare il trattamento che riceve. È semplicemente diversa, ingenua e gentile. E questo sembra bastare per trasformarla in un bersaglio.

Interessante anche il focus sui docenti, rappresentati non come esseri infallibili, ma semplicemente come persone che cercano di svolgere il proprio lavoro e si trovano a fronteggiare una generazione nella quale la crudeltà può essere amplificato attraverso i social network.

La serie affronta così il rapporto tra famiglie, figli e insegnanti, mostrando quanto possa diventare difficile distinguere la protezione dei propri figli dalla giustificazione dei loro comportamenti.

Per questo motivo ho trovato Carrie particolarmente interessante nel descrivere le dinamiche adolescenziali, familiari e scolastiche, molto più della tanto acclamata Adolescence, che personalmente ho trovato sostanzialmente confusa e lontana dal rappresentare in maniera convincente la complessità della realtà adolescenziale e scolastica.

Il cast scelto da Flanagan è davvero ben assortito. In particolare, ho apprezzato Alison Thornton nel ruolo di Chris, capace di rendere credibile un personaggio profondamente sgradevole, ma non privo di fragilità. Eccellenti anche Summer H. Howell nei panni di Carrie e Samantha Sloyan in quelli di Margaret White.

Oltre alle interpretazioni, ho apprezzato l’eterogeneità del cast, che contribuisce a restituire la fotografia di una scuola autentica, popolata da ragazzi differenti per aspetto, personalità ed esperienze.

L’unico grande difetto che, a mio parere, presenta la serie riguarda le digressioni su altri personaggi dotati di poteri speciali, che finiscono per disperdere la forza narrativa e creare una certa confusione.

I poteri di Carrie hanno un senso preciso all’interno della storia: rappresentano uno strumento attraverso il quale una ragazza considerata debole può finalmente ribaltare i rapporti di forza. L’introduzione di altri personaggi soprannaturali, invece, sposta progressivamente l’attenzione verso una narrazione differente, che ricorda maggiormente le storie incentrate sulla paura di individui dotati di capacità straordinarie.

Ed è un peccato, perché la forza di questa Carrie sta proprio nell’aver mostrato come una persona possa essere considerata un mostro ancora prima di diventare, agli occhi degli altri, qualcosa di realmente spaventoso.

Flanagan ha lasciato intendere che questi elementi potrebbero trovare un significato più chiaro in un progetto narrativo più ampio, legato anche ad altri personaggi e universi di Stephen King. Non resta quindi che aspettare gli eventuali sviluppi.

Per il momento, consiglio assolutamente Carrie, anche a chi non ama particolarmente il genere horror o la fantascienza. Gli elementi soprannaturali ci sono, naturalmente, ma non sono il vero motore della storia.

A rendere questa serie interessante sono soprattutto le persone, le loro fragilità, le loro contraddizioni e la capacità, talvolta spaventosa, di ferire gli altri.

Perché, in fondo, per diventare mostri non servono necessariamente poteri soprannaturali.

Recensione Chiamatemi Anna

“Chiamatemi Anna” è una serie TV canadese distribuita dalla piattaforma Netflix, ispirata al romanzo di Lucy Maud Montgomery “Anna dai capelli rossi”, sotto la regia di Moira Walley-Beckett. Attualmente sono disponibili tre stagioni che raccontano la storia di Anna, orfanella singolare, con una fervida immaginazione e molto chiacchierona. Nel pilot, Anna è finalmente in viaggio verso una famiglia che la vorrebbe prendere con sé, ma le cose iniziano nel peggiore dei modi. I suoi nuovi genitori, i fratelli Matthew e Marilla Cuthbert, avevano fatto richiesta per un maschio. La spumeggiante Anna, però, con i suoi modi drammatici e plateali, è una ventata di novità nella realtà dei Cuthbert e, a suo modo, conquista dapprima Matthew e poi Marilla. Nella serie vengono trattate in maniera delicata ma convincente tantissime tematiche: la questione del bullismo e della discriminazione che colpisce orfani, poveri, donne nubili, persone di etnie e culture diverse. Benché la storia di per sé sia molto edulcorata, le tematiche sono ben discusse e i personaggi ben delineati. Magistrale è la ricostruzione dei luoghi e dei costumi. Guardando questa serie si può immaginare un mondo più buono, dove la speranza ha ancora un senso e benché parecchie cose siano irrealistiche, va bene così poiché ogni tanto è bello lasciarsi andare all’immaginazione, come direbbe anche Anna.

Recensione di Lasciami entrare

Lasciami entrare è un romanzo gotico horror scritto dall’autore svedese John Ajvide Lindqvist in maniera delicata e brilante, in cui realtà e finzione convivono in perfetta sinergia. Il vampiro è uno dei mostri più interessanti e affascinanti che esista tuttavia è stato così usato da diventare spesso banale. A dispetto di ciò Lindqvist riesce a ridare carisma a questo mostro e a rendere interessante l’ordinario. I personaggi sono così ben descritti e veri in maniera brutale da creare nella mente una vera e propria visione della storia. In primo piano ci sono spesso le debolezze e le nefandezze dell’animo, difatti qui non vi è nessun eroe, nessun paladino del bene superiore, ma solo piccoli e grandi umani talvolta senza sogni, completamente alla deriva. Il contrasto più bello che ravviso in questo testo è rappresentato dal modo in cui le parole descrivono l’orrore puro in maniera poetica, un gioco tra sublime e osceno. Uno dei personaggi principali ne è difatti l’emblema: una bambina, ossuta e cenciosa, che nasconde un’oscura natura. Lindqvist non risparmia dettagli macabri e benchè la lettura sia stata veloce, ritengo che per i più sensibili Lasciami entrare sia davvero troppo. Confesso che vi sono anche degli elementi della storia che non ho apprezzato e che avrei voluto fossero diversi. L’epilogo su tutti mi ha deluso moltissimo poichè mi è parso che l’autore facesse il classico errore del principiante di show-don’t tell in cui racconta frettolsamente la scena più importante invece di mostrarcela come ha fatto per tutto il resto della storia. Non capisco questa scelta che un pò macchia un’opera che per me è diventata la migliore mai letta del suo genere.