Tra ironia e memoria: recensione di “Niente di vero”

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Il testo è occasionalmente autobiografico e ruota attorno a un tema centrale: la famiglia, intesa sia come luogo fisico che psicologico in cui nasciamo e cresciamo. È proprio lì che veniamo forgiati e plasmati. Siamo creta nelle mani dei nostri genitori, e questo significa, a volte, soccombere o sopravvivere alle loro stranezze e manie, che nei primi anni diventano per noi normalità.

Inizialmente ho avuto una reazione quasi di fastidio: mi sembrava crudele mettere in piazza i “panni sporchi” della propria famiglia. Però, andando avanti nella lettura, è chiaro che Veronica Raimo non accusa e non si vittimizza. Con un tono asciutto e ironico, osserva e racconta. Più che un giudizio, il suo sembra un vero e proprio esperimento antropologico su un’infanzia fatta di letteratura e noia e su un’adolescenza più vissuta, tra legami interrotti e un’insolita ma plausibile mancanza d’istinto materno.

Quello che colpisce è come lo strano diventi quotidianità: la casa con tanti muri, le continue chiamate di Francesca, le dinamiche familiari fuori dagli schemi. Tutto appare quasi paradossale, ma allo stesso tempo credibile. Ed è qui che emerge uno dei significati più profondi del libro: anche i ricordi non sono oggettivi. La memoria è sempre un racconto che ci costruiamo, filtrato da ciò che abbiamo vissuto.

Per questo motivo, non esiste una sola verità, ma tante verità quante sono le persone che hanno vissuto la stessa esperienza. Non conta tanto ciò che è stato “giusto” o “vero” in senso assoluto, ma ciò che è stato percepito.

Se vi state chiedendo se leggere Niente di vero, la risposta è sì: è una lettura che colpisce, che fa riflettere e che riesce a trasformare l’imperfezione in qualcosa di profondamente umano.

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Recensione di ” Il bambino dimenticato” di Benny Fera

Titolo: Il bambino Dimenticato
Autore: Benny Fera
Casa Editrice: self-publishing
Genere: Autobiografia
Numero Pagine: 188 
Costo versione e-book: 6,99 euro
Costo versione cartacea:11,99 euro
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SINOSSI: Questo libro racconta la vera storia di un bambino che ha sofferto la scuola. Lui amava giocare all’aria aperta con i suoi animali e stare in classe per lui era una vera tortura. Brutti voti, rimproveri e castighi hanno trasformato la vita del protagonista in una trappola di dolore.La sua sofferenza è durata fino all’età adulta, quando ha scoperto di essere dislessico.Da quel momento la sua esistenza è cambiata grazie alla volontà di trasformare la sua vita in un percorso diretto verso la felicità. Il bambino dimenticato ci insegna che la sofferenza può essere una grande risorsa per costruire un futuro felice.

 

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RECENSIONE: NON CONFORMI

Una scrittura semplice, frammenti di passato che come un puzzle costruiscono il presente. “Il bambino dimenticato” è una sorta di diario, una finestra sul mondo interiore dell’autore. Una prova di coraggio, di un uomo che si è messo in gioco e ha reso pubblica la sua vita, con le conseguenze e i giudizi che questo comporta. Detto questo non è stato divertente per me leggere questo libro. Ho rivissuto ricordi dolorosi della mia infanzia, in cui mi sono sentita diversa, “strana”, “aliena”, “non conforme” e spesso capita anche ora che sono adulta. Comprendo appieno l’ostilità dell’autore nei confronti dell’istituzione scolastica, tuttavia mi dissocio dal concetto che la scuola sia il male. Sapere, conoscere, imparare è fondamentale. “Scuola” è solo un nome, ma di fatto ogni istituzione è fatta di persone. Il problema della scuola, in Italia ma anche in molti altri paesi è che non si è evoluta al passo con tutto il resto. La scuola di oggi è pressapoco come la scuola dei miei genitori in un mondo completamente diverso. Sicuramente l’utilità delle etichette è discutibile, i test, i voti e la spietata competitività frustranti. Tuttavia le regole sono fatte dalla maggioranza. Il fatto di non sapere le tabelline, faticare a riconoscere destra e sinistra, avere quella brutta grafia, scarsa memoria di nomi, vie… rende difficile convivere con la “normalità” della comunità.  Purtroppo non condivido la visione positiva dell’autore, io trovo che per un DSA tutto è un po’ più complicato. La società per creare un ordine ha sempre premiato il conformismo. Sebbene oggi giochiamo a fare i sensibili e da un lato si studia la psiche umana, lodando la diversità e la bellezza della libertà, dall’altro vengono proposti lavori standardizzati in cui le propensioni logico matematiche la fanno da padrone e la competitività e l’autoritarismo sono massimi. Nella realtà pratica, si parte in svantaggio. In quante situazioni il non saper rispondere a semplici domande di cultura generale, crea sensazioni e situazione spiacevoli? Cosa puoi dire? “No guarda io non sono stupido o ignorante. Non so quanto fa 3×8 perché sono un DSA.” Il più delle volte le persone ti guardano perplesse non sapendo di cosa stai parlando o come se avessi uno strano handicap. La propensione alla creatività e all’arte di rado hanno un’utilità pratica. È vero che molti DSA hanno fatto la differenza, ma i più sono convinta si siano persi nella loro eccessiva sensibilità, che vedo più come una maledizione che un dono.

“Cercavo di unire le mie scelte con quello che poteva essere meglio accettato dagli altri “ 

Trovo sia utopistico, in una società individualista come la nostra sperare nella comprensione. Per tutti la vita sarebbe tendere alla felicità, ma credo che come dice Totò

 “Vi sono momenti minuscoli di felicità e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità è fatta di attimi di dimenticanza” 

Trovo difficile che un non DSA legga o s’interessi di questa realtà o che la possa comprendere. Se da un lato sapere di non essere soli alleggerisce il cuore, dall’altro non annulla le difficoltà, sormontabili con una buona dose di impegno in più. In questo gioco della vita le regole sono dettate dal guadagno e del capitalismo, dove non c’è spazio per l’emotività, la sensibilità o la diversità. Un punto di vista il mio, più o meno condivisibile, nato dalle mie personali difficoltà nell’essere DSA (benché detesti l’idea di darne un’etichetta). Inoltre non condivido l’idea che un DSA possa essere “migliore” o “superiore”, ma semplicemente è diverso come del resto ognuno ha una sua unicità e peculiarità benché la società imponga un certa standardizzazione. Nel concreto vedo essere DSA una mano con carte non ottimali, in cui si deve comunque provare a giocare con meno risorse di quelle che servirebbero.

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