Recensione di Dracula “L’amore perduto”

Non avevo nessuna aspettativa riguardo a questo film, ma le poche note che lo accusavano di essere più romantico che horror hanno stimolato la mia curiosità.
L’incipit della storia è noto e, sebbene scontato, risulta tutto sommato accettabile (fatta eccezione per il conte, che viene trasportato a forza in giro dal suo staff).
L’evolversi della trama, però, pare allucinato: un incubo a metà tra il comico e il grottesco.
In questa pellicola Dracula vive in un castello domotico che sembra uscito da La Bella e la Bestia, dotato dei poteri di un Jedi e circondato, chissà perché, dai gargoyle animati del Gobbo di Notre Dame. Il personaggio che nel celebre film di Coppola fu interpretato da Keanu Reeves è qui affidato al sosia di uno dei Soliti idioti.
Il cacciatore-prete-detective, invece, sembra uscito direttamente da una parodia de Il nome della rosa, e prende il posto del personaggio che fu di Anthony Hopkins.
Dracula — che, va detto, non recita nemmeno così male — si diletta in tentativi di suicidio goffi e in soluzioni davvero discutibili per ritrovare la reincarnazione della sua amata.
L’unico personaggio forse riuscito, anche se un po’ sopra le righe, è quello di Maria, interpretata da Matilda De Angelis. Gli spostamenti da un luogo all’altro sono improbabili, plausibili solo se si prendessero in prestito le magie di Harry Potter. Ma già che ci siamo, in questo Frankenstein cinematografico tutto fa brodo, comprese le scene di lotta a metà tra John Wick, Prince of Persia e Il corvo. L’epilogo è uno dei più insensati e, sinceramente, amareggianti: più che una scelta d’amore, sembra una scelta di vendetta.
Per me è decisamente un no.

Recensione La vita intima di Niccolò Ammaniti

La vita intima è il primo romanzo di Ammaniti che leggo. Mentirei se dicessi che non mi ha preso poiché l’ho letto a una velocità supersonica, ma l’epilogo mi ha lasciato decisamente perplessa: c’è stato un taglio netto e impensabile dopo il castello che era stato costruito per il lettore, che può spiazzare e deludere, benché a caldo possa essere la chiave di lettura del romanzo. L’autore è sarcastico e ironico, qualità che rendono la lettura leggera ma non superficiale. La trama di per sé è molto semplice e, benché il personaggio di Maria Cristina sia a tratti un po’ troppo naïf, è comunque abbastanza credibile. Inizialmente ero convinta che l’obiettivo di Ammaniti fosse prevalentemente quello di parlare del disagio che anche i ricchi soffrono, ma in realtà non fa solo questo. L’autore gioca molto sui tranelli della psiche e su come spesso le prigioni più invalicabili siamo noi stessi a costruirle, più o meno dorate che siano.Un romanzo anticonvenzionale e profondamente introspettivo che mostra come, con paranoie e dubbi, si possa davvero scrivere un libro.

Recensione La libreria dei gatti neri

“La libreria dei gatti neri” è un romanzo di Piergiorgio Pulixi, scrittore sardo noto soprattutto per la stesura di numerose saghe noir. Nel panorama letterario contemporaneo, più che in passato, per restare sulla cresta dell’onda e vivere di scrittura, bisogna pubblicare molto e spesso. In questo meccanismo produttivo, può capitare che la fantasia vacilli e che i testi perdano in sostanza e profondità. Questo è il secondo libro che leggo di Pulixi, e mi è parso evidente che, prima ancora di essere autore, sia un grande lettore. Una qualità che gli ha reso facile ideare il personaggio di Marzio, burbero eroe dal cuore tenero, una sorta di cioccolatino tosto con un ripieno morbido e succulento che pochissimi riescono ad assaporare davvero. Ho colto anche una sottile vena di arroganza – forse involontaria – tipica di certa cultura autocompiaciuta: un atteggiamento comune a molti autori del genere, che a parole sembrano appartenere a un’élite, ma poi nei fatti cadono in errori banali e grossolani. Il romanzo parte in modo aggressivo: il primo capitolo ti scaraventa subito davanti a un dilemma crudele, un “gioco delle torri” che nessuno vorrebbe affrontare. Ma col lo scorrere del testo , la storia perde di plausibilità. Per quanto lo stile sia scorrevole, la narrazione scivola via come una valanga di banalità e incongruenze. L’unica speranza, a questo punto, è che nella realtà le indagini non vengano mai svolte come in questo romanzo, altrimenti si spiegherebbero le miriadi di errori giudiziari. I colpi di scena sono deboli, e il finale corre troppo in fretta. Non posso ovviamente soffermarmi troppo sui dettagli, per evitare spoiler, ma nel complesso non l’ho trovato né zuppa né pan bagnato: o sei un thriller, o non lo sei. Una partita a Cluedo, forse, avrebbe avuto maggiore coerenza. Detto questo, ci sono anche aspetti che ho apprezzato: lo spazio dato al romanticismo, e la caratterizzazione di alcuni personaggi.

Recensione di Oggi sarò tempesta

Oggi sarò tempesta è un romanzo di Silvia Ciompi, e racconta la storia di Greta, Lidia e Simon.
Personaggi diversi tra loro, ma che condividono una cosa: il dolore di sentirsi soli tra gli ultimi.
La cornice narrativa, diventa essa stessa un personaggio: la fabbrica. Una sorta di inferno meccanico ma anche l’unica via per raggiungere il sostentamento economico per molti. La Ciompi descrive con spietata precisione e realismo il lavoro degli operai, e ci porta dentro la realtà dei poveri contemporanei: studenti universitari, immigrati di diverse etnie e italiani rimasti fuori da qualsiasi altro sistema. In questo contesto, non sono solo i ritmi e le mansioni disumane a colpire, ma anche la guerra tra miserabili: fatta di pettegolezzi, giudizi, maldicenze e alienazione. Le tematiche trattate sono tante: dai rapporti disfunzionali con i genitori, al razzismo, all’omofobia, fino alla violenza latente che nasce dove regnano l’odio e la frustrazione .La cosa bella, però, è che amicizia e amore possono nascere nei luoghi più impensabili. Una lettura che consiglio: una sorta di fiaba contemporanea che fa bene al cuore.

Persone normali, quando la normalità è solo apparenza

Persone normali è un romanzo contemporaneo scritto da Sally Rooney. Ha avuto grande successo e, come capita in questi casi, la vasta platea di lettori si divide tra chi lo odia e chi lo ama. L’autrice ha uno stile molto personale. Ha imposto una scrittura senza punteggiatura nei dialoghi che, se da un lato è una peculiarità, dall’altro non è una scelta che ho apprezzato molto. La scelta della terza persona narrante, con tuttavia una profonda focalizzazione interna e i repentini cambi di punto di vista e temporali, può creare un po’ di confusione e disorientare.

Tra l’altro, questo approccio dà la percezione che il tempo trascorso sia molto lungo, mentre in realtà le vicende si articolano in un arco temporale abbastanza ristretto, tra le superiori e l’università dei protagonisti. Pertanto, non è che ci si possa aspettare chissà quali grandiose evoluzioni.

Ho trovato i protagonisti interessanti, così come le tematiche trattate trasversalmente. Marianne e Connell vivono fasi di vita speculari, sperimentando la popolarità e l’esclusione. Inizialmente Connell attiva una relazione ingiusta con Marianne, temendo che il germe dell’impopolarità contagi anche lui. Nel tempo, però, le dinamiche esterne si trasformano, lasciando tuttavia invariate le percezioni interiori.

La normalità evocata dal titolo è, per quasi tutti, solo apparenza, perché – chi più, chi meno – deve convivere con grandi e piccoli traumi, insicurezze e frustrazioni.

L’autrice descrive bene le sensazioni profonde della depressione e dell’ansia.

“Stava manifestando più emozione di quanto avesse mai fatto in vita sua e al tempo stesso ne provava di meno, non ne provava affatto.”

C’è da dire, infatti, che anche se oggi sono tematiche sempre più discusse, lo stigma che le circonda non è nemmeno lontanamente superato.
Prima di scrivere questa recensione ho avuto modo di confrontarmi con altri lettori, e la percezione di alcuni è che nel libro non ci siano evoluzioni. In realtà, io non condivido questa visione: anzi, a confronto con altri romanzi in cui i personaggi non riescono a cambiare, qui le cose vanno diversamente, e ho apprezzato l’epilogo.

Nel complesso non credo che il romanzo sia eccezionale, però resta un ottimo lavoro e una lettura che consiglio.