Persone normali, quando la normalità è solo apparenza

Persone normali è un romanzo contemporaneo scritto da Sally Rooney. Ha avuto grande successo e, come capita in questi casi, la vasta platea di lettori si divide tra chi lo odia e chi lo ama. L’autrice ha uno stile molto personale. Ha imposto una scrittura senza punteggiatura nei dialoghi che, se da un lato è una peculiarità, dall’altro non è una scelta che ho apprezzato molto. La scelta della terza persona narrante, con tuttavia una profonda focalizzazione interna e i repentini cambi di punto di vista e temporali, può creare un po’ di confusione e disorientare.

Tra l’altro, questo approccio dà la percezione che il tempo trascorso sia molto lungo, mentre in realtà le vicende si articolano in un arco temporale abbastanza ristretto, tra le superiori e l’università dei protagonisti. Pertanto, non è che ci si possa aspettare chissà quali grandiose evoluzioni.

Ho trovato i protagonisti interessanti, così come le tematiche trattate trasversalmente. Marianne e Connell vivono fasi di vita speculari, sperimentando la popolarità e l’esclusione. Inizialmente Connell attiva una relazione ingiusta con Marianne, temendo che il germe dell’impopolarità contagi anche lui. Nel tempo, però, le dinamiche esterne si trasformano, lasciando tuttavia invariate le percezioni interiori.

La normalità evocata dal titolo è, per quasi tutti, solo apparenza, perché – chi più, chi meno – deve convivere con grandi e piccoli traumi, insicurezze e frustrazioni.

L’autrice descrive bene le sensazioni profonde della depressione e dell’ansia.

“Stava manifestando più emozione di quanto avesse mai fatto in vita sua e al tempo stesso ne provava di meno, non ne provava affatto.”

C’è da dire, infatti, che anche se oggi sono tematiche sempre più discusse, lo stigma che le circonda non è nemmeno lontanamente superato.
Prima di scrivere questa recensione ho avuto modo di confrontarmi con altri lettori, e la percezione di alcuni è che nel libro non ci siano evoluzioni. In realtà, io non condivido questa visione: anzi, a confronto con altri romanzi in cui i personaggi non riescono a cambiare, qui le cose vanno diversamente, e ho apprezzato l’epilogo.

Nel complesso non credo che il romanzo sia eccezionale, però resta un ottimo lavoro e una lettura che consiglio.

Dai libri al grande schermo: il mondo di Dragon Trainer rivive in live action

Dragon Trainer è il live action tratto dall’omonimo film d’animazione. L’idea di base nasce dai libri di Cressida Cowell, ma sia i film animati che il live action sviluppano trame indipendenti rispetto ai romanzi.
Avevo visto il primo film della serie animata molto tempo fa, ma devo dire che riscoprire questo universo attraverso il nuovo adattamento mi è piaciuto molto.

I draghi sono stati realizzati davvero bene e l’ambientazione risulta credibile e suggestiva. Il cast è stato scelto con cura, in particolare gli interpreti di Hiccup, Stoick e Skaracchio. Forse per le ragazze si sarebbe potuto puntare su attrici più somiglianti ai personaggi animati.

È un film avvincente e visivamente affascinante: la magia dei draghi, secondo me, riesce sempre a conquistare sia grandi e piccini.

Libere o colpevoli? In Sirens nessuna donna sfugge al giudizio

Sirens è una miniserie americana distribuita da Netflix, creata da Molly Smith Metzler. Racconta la storia di due sorelle, Devon e Simone. La prima è in grande difficoltà: al padre è stata diagnosticata una forma precoce di demenza, e Devon cerca disperatamente il supporto della sorella. Simone, però, reagisce con apparente superficialità e distacco, limitandosi a inviarle un cesto di frutta edibile.

Furiosa e delusa, Devon scopre tramite una foto su Instagram dove si trova Simone e decide di raggiungerla. Qui scopre che la sorella lavora come assistente personale di Michaela, seconda moglie di un magnate. Devon, che non è abituata al lusso e all’ambiente dell’alta società, avverte da subito qualcosa di stonato, quasi pericoloso, in quella villa perfettamente curata. E vorrebbe riportare Simone a New York con sé.

La serie è intrigante, visivamente curata, con un tono sospeso tra introspezione e disagio. Le dinamiche tra le tre donne — Michaela, Simone e Devon — si sviluppano in un contesto ovattato ma profondamente disturbante, dove le relazioni sembrano autentiche solo fino a un certo punto.

Pur essendo coinvolgente, la serie presenta alcune forzature narrative poco credibili (che non dettaglio per evitare spoiler). Tuttavia, le tematiche affrontate sono rare e coraggiose, in particolare l’analisi silenziosa del potere: quello dato dal denaro, dalle reti sociali, dal privilegio. Sirens racconta come chi detiene il potere possa disporre della vita altrui con sorprendente leggerezza, senza mai subirne davvero le conseguenze.

Interessante anche il modo in cui la serie decostruisce l’idea di “bontà femminile”: pare che alle donne venga sempre richiesto di sacrificarsi, di curare, di essere disponibili — anche quando l’altro non lo merita. In questo contesto, la scelta di Simone, che può apparire fredda ed egoistica, diventa in realtà un gesto di lucidità: il rifiuto di annullarsi per un padre disfunzionale e nocivo.

Nel complesso, la sua scelta può essere letta come una colpa. Perché, in fondo, una donna che non si sacrifica è ancora vista come “sbagliata”. Dall’altro lato, il sacrificio di Devon appare inutile, e il prezzo da pagare per essere prima una brava sorella e poi una buona figlia è altissimo.

In entrambi i casi, però, nessuna delle due è veramente libera: ognuna è in scacco dell’uomo che ha scelto — o si è sentita obbligata — ad assecondare. Paradossalmente, l’unica che sembra davvero libera è Michaela. Ma anche la libertà, in questa storia, fa paura. Perché per le donne è ancora così rara da sembrare pericolosa.

Dal libro alla serie: Tell Me Lies racconta il narcisismo con due voci diverse

Tell Me Lies è un romanzo scritto da Carola Lovering e racconta la relazione tormentata tra Lucy e Stephen durante il periodo del college e negli anni immediatamente successivi. Dal libro è stata tratta anche una serie TV, disponibile su Disney Plus, sviluppata da Meaghan Oppenheimer. Il romanzo è molto ben scritto e scorrevole. L’autrice è stata molto brava nell’evidenziare la personalità narcisistica di Stephen e le varie ossessioni di Lucy, affrontando il tema dell’anoressia e della depressione in maniera delicata e rispettosa. Un altro aspetto che mi ha colpito è l’analisi quasi antropologica della realtà universitaria, con la denuncia di quella che sembra essere una bolla tossica, in cui il divertimento coincide con l’abuso di alcol, droghe, farmaci e sesso. Nel complesso, però, tutte le vicende si risolvono in un fluire abbastanza armonioso, quasi fosse un percorso obbligato. Credo invece che non sempre vada così: anzi, ci possono essere conseguenze molto gravi, e certi tipi di condotta, da sempre considerati cool, andrebbero decisamente rivisti. Nel testo, paradossalmente, l’unico personaggio che muore è uno dei pochi che non fa uso né di alcol né di droghe. Il cuore del romanzo, però, è l’analisi della personalità narcisistica maschile, incarnata molto bene da Stephen, che alterna la narrazione con Lucy. Facendo un raffronto tra i due, è evidente come lui sia, nei fatti, una persona estremamente egoista, inconsapevole dei suoi problemi e destinato a non evolvere mai dal punto di vista emotivo e relazionale, nemmeno dopo il college, riproponendo gli stessi schemi manipolatori all’infinito, senza alcuna intenzione di cambiare, in una sorta di consumismo relazionale. Lucy, invece, ha un’evoluzione importante: riesce, a suo modo, a venire a patti con i suoi demoni e a uscire da questo percorso più forte e matura. Questo finale, benché ottimistico e denso di speranza, è un po’ troppo naive per i miei gusti — e evidentemente non solo per me, visto che il regista della serie ha modificato molte cose, in primo luogo proprio il finale, che invece di chiudere la storia apre a un possibile continuo, cosa che il romanzo non fa, chiudendo in maniera abbastanza netta. Nel libro viene citato un fatto molto grave che coinvolge Stephen, con la funzione di dimostrare fino a che punto il ragazzo sia privo di una vera coscienza morale. Tuttavia, questo espediente viene gestito piuttosto male nel romanzo, mentre nella serie viene messo al centro in un contesto più credibile. Un altro elemeno ben evidenziato nella serie TV ma meno nel romanzo, è il modo in cui chi ha a che fare con un narcisista possa progressivamente cambiare in peggio, diventando a sua volta più crudele, insensibile o manipolatorio. Questo nella serie si vede chiaramente: Lucy compie atti cattivi anche nei confronti delle sue amiche, fino a diventare, in alcune situazioni, quasi carnefice. Nel libro, invece, pur avendo anche lei dei comportamenti discutibil, il focus rimane sulla sua evoluzione personale. Nella serie, invece, questa crescita viene meno: non c’è una vera evoluzione, nemmeno da parte di Lucy, che da vittima finisce per perpetuare a sua volta dinamiche tossiche, alimentando così un circolo vizioso. Questo è, di fatto, uno dei pochi casi in cui, pur avendo nel complesso apprezzato la lettura, ho trovato più avvincente la serie TV.

Companion: cosa resta dell’umanità

“Companion” è un film del 2024 diretto da Drew Hancock e prodotto da Blumhouse. Racconta la storia d’amore (e di alienazione) di Iris, una ragazza estremamente dolce, romantica e remissiva, con un che di adolescenziale. Assieme al suo ragazzo Josh si reca in una villa isolata, proprietà di un’amica di lui. Iris appare fin da subito nervosa e insicura: teme di non fare una buona impressione e di essere fuori posto. La casa è effettivamente bellissima, moderna, con una vista spettacolare sul lago. Il padrone di casa, Sergey, amante dell’amica di Josh, è un tipo strano, arrogante e particolarmente viscido. Le cose sembrano procedere abbastanza bene, anche se si percepisce subito qualcosa di strano e forzato, in particolare nell’atteggiamento ostile e scostante della padrona di casa nei confronti di Iris. In questo scenario apparentemente perfetto ma stonato, accade a un certo punto un evento tanto inquietante quanto inatteso. Da qui in avanti, nella narrazione non si può procedere oltre senza rovinare la visione a chi ancora non l’ha visto. Il film ricorda a tratti Ex Machina, anche se qui la riflessione si sposta su un piano più esistenziale e morale. Non vengono spiegati dettagli tecnici, benché si intuisca che ci si trovi in una realtà leggermente più avanzata della nostra — quel tipo di futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana. A restare immutata, però, è l’essenza di certi esseri umani: spinti dall’avidità, disposti a sacrificare ogni cosa in nome del denaro. A fare da contraltare a questa freddezza c’è Iris, che combatte per qualcosa di più profondo: la libertà. Il dilemma morale che il film pone è proprio questo: Iris ha davvero il diritto di reclamare quella libertà, una volta resasi conto di esserne priva? E ancora: uccidere può essere giustificato in queste circostanze? La vita di Iris vale più di quella degli altri?Per quanto nobile sia il suo intento, alla fine il mezzo resta lo stesso di chi l’ha ferita. Non si spezza il ciclo di sofferenza, e si perde il valore della vita. Dopo la visione non posso dire di esserne rimasta delusa e, per fortuna, non mi ha lasciato lo stesso senso di angoscia che avevo provato con Ex Machina. La trama lascia volutamente zone d’ombra, non spiega tutto. Alcune scelte narrative, in particolare il piano di Josh, avrebbero potuto essere gestite meglio, con meno frettolosità. Tuttavia, a chi ama i film che fanno riflettere sul rapporto tra umanità e tecnologia, e sulle derive morali dell’intelligenza artificiale, lo consiglio assolutamente.