Recensione “La fragilità delle certezze” un romanzo di Raffaella Silvestri

Il romanzo di Raffaella Silvestri mi ha colpito moltissimo, così come l’analisi peculiare dei suoi personaggi e della cornice in cui la storia è ambientata. Milano non è solo un palco muto, ma in maniera silenziosa contamina e condiziona la storia. Una città natale difficile, una madre bella all’apparenza ma indifferente ed esigente, che osserva l’infanzia di Anna, mediamente agiata, carica di grandi aspettative per il futuro. Scruta la sua famiglia, così dedita al lavoro e assiste all’epoca di quella media borghesia dove non c’è spazio per l’arte, dove non c’è tempo né energia per null’altro che non produca un reddito sicuro e immediato. Un mondo in cui Anna si trova a galleggiare quando la bolla economica positiva del nostro paese sta per sgonfiarsi, silenziosa e lenta. Una realtà fatta di molte solitudini e vuoti insanabili, di una costante corsa verso un’eccellenza irraggiungibile e pervasa da un perenne senso di inadeguatezza. Anna vuole creare qualcosa di nuovo, qualcosa d’importante e così fonda la sua Start Up, un progetto che non renda vani i suoi studi e che punti verso il miglioramento generazionale. In questa impresa coinvolge il suo unico vero amico Marcello e il brillante Teo, tutto ciò che Anna non è e intimamente vorrebbe essere: rampollo di una società di moda nato per il successo, sicuro ed elegante nei movimenti, accurato nelle parole e nella gestione delle emozioni. Non vi è spazio ed energia per dei veri e propri affetti nel già pesante mestiere di vivere e nemmeno per l’amore, tanto bello nell’immaginazione ma così deludente ed effimero nella realtà. In questo contesto si sviluppano le diverse vicende, svelando il passato dei personaggi che come una maledizione condiziona il presente e tinge come un manto oscuro e nebuloso il futuro. Una lettura che consiglio, soprattutto ai miei coscritti che credo possano ritrovarsi tra queste pagine.

Recensione Peaky Blinders

Peaky Blinders è una serie televisiva britannica, creata da Steven Knight e ambientata a Birmingham dopo la prima guerra mondiale. Viene posta al centro delle vicende una gang criminale realmente esistita ma che non ha poi avuto l’espansione che viene qui raccontata. Reduci dalla prima guerra mondiale i fratelli Shelby si fanno strada nella vita tramite coercizione, violenza e scommesse illegali. Thomas, secondogenito della famiglia, ha piani sempre più ambiziosi e non senza difficoltà condurrà la sua famiglia verso denaro e successo. Le ricostruzioni e i costumi sono molti ben fatti, il cast è abbastanza convincente ma devo dire che tutta la serie è nei fatti Cillian Murphy nel ruolo di Thomas, lui ha il fascino e il carisma che rende tutto godibile e accettabile. Non sto parlando tuttavia dei suoi occhi azzurri o del bel faccino, ma di un’abilità recitativa magnetica. Il resto del cast fa solo da cornice e se c’è qualcun altro che brilla va ricercato tra i personaggi secondari, primo tra tutti l’imprevedibile Alfie Solomons interpretato da un brillante Tom Hardy. La serie è composta attualmente da 5 stagioni, ognuna delle quali ha il difetto di partire un po’ a rilento omettendo collegamenti fondamentali con le precedenti e di ripetere a loop lo schema Thomas contro il “boss” di turno stile videogioco. Devo dire che nel complesso è una serie godibile e che sono contenta sia stata rinnovata per una sesta stagione.

Recensione Mindhunter

Mindhunter è una serie televisiva statunitense del 2017, basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas. Una telefilm molto ben fatto, che parla di personaggi reali e dei passi iniziali che sono stati fatti per creare l’attuale sistema di classificazione dei Serial Killer, sviluppando così tecniche per anticipare e fermare gli assassini seriali. Non è una serie adrenalinica, per alcuni potrebbe risultare addirittura noiosa, io tuttavia l’ho trovata affascinate. Gli attori sono molto bravi, soprattutto alcuni secondari come Cameron Britton nei panni del killer delle studentesse, Edmund Kemper. Trovo molto interessante anche l’impatto che il tipo di lavoro ha sui protagonisti diventando soprattutto per Ford e Tench un ossessione che stravolgerà le loro vite prendendo il sopravento su tutto.

Recensione di Cecità di Josè Saramago

Improvvisamente gli esseri umani vengono infettati da uno strano morbo, il mal bianco, che causa una completa cecità in chi ne è colpito. L’autore immagina l’evolversi della vita di alcuni dei primi malati durante la quarantena forzata imposta dal governo. Il mal bianco di per sé non porta alla morte, ma lo fa l’incapacità di destreggiarsi nel mondo senza il senso più utilizzato dall’uomo, la vista. Una cecità generale che creerà panico e disorganizzazione, facendo venire meno anche le più basiche norme di cura della persona. Non mi dilungo oltre poiché l’opera di un autore noto come Saramago non necessità di tanti preamboli. Vi è una critica sferzante verso l’umanità e il sistema sociale al punto da depersonalizzare i protagonisti, non vengono usati nomi propri ma i personaggi sono indicati con aggettivi o con i mestieri che svolgevano prima del morbo. Uomini e donne con un passato ormai poco significante, senza identità. Una realtà estrema e selvaggia che nell’esasperazione delle vicende rivela l’egoismo umano, la deliberata crudeltà come l’innato senso di sopravvivenza di alcuni. Cecità è un romanzo originale e brillante, tuttavia non ho trovato altrettanto funzionale lo stile pesante e vetusto per un romanzo scritto nel 1995, troppo spesso inutilmente aulico e filosofico, dispersivo e ridondante. L’assenza inoltre di veri e propri dialoghi sfocia in un testo troppo fitto in cui si può facilmente perdere il filo.

Recensione di Lupin

Lupin è una serie di stampo francese, in cui il protagonista, il giovane Assan Diop si ritrova presto orfano in un paese straniero a causa di un infamante è falsa accusa mossa dai ricchi datori di lavoro del padre. Assan conoscendo il buon cuore del padre è sicuro che l’uomo sia stato incastrato e ucciso e vota la sua vita per riabilitare la sua immagine e smascherare i veri colpevoli. Per trovare i mezzi necessari al suo progetto s’ispira all’eroe dei suoi romanzi preferiti, Lupin, il ladro gentiluomo. Ritroviamo anche qui come in Bridgeton lo sforzo di dare risalto alla causa antirazzista dando spazio a un moderno Lupin di colore, inserito in un contesto multietnico. Benché Omar Sy sia un bravo attore la trama della storia è sviluppata in maniera assurda e zoppicante, non c’è una logica o plausibilità in quasi tutte le vicende per come vengono sviluppate, diventando episodio dopo episodio sempre più ridicola e grottesca. Una serie proprio brutta, che per me non vale la pena seguire.