Hanno ucciso l’uomo ragno: il racconto di un sogno impossibile

Hanno ucciso l’uomo ragno è una serie italiana diretta da Sydney Sibilia che racconta l’ascesa verso il successo di Max Pezzali e Mauro Repetto. Le serie biografiche, soprattutto quando realizzate nel modo giusto, sono sempre molto interessanti perché rimuovono quel velo di mistero che separa la gente comune da chi ha raggiunto la celebrità. La storia degli 883 è particolarmente curiosa e avvincente, e Sibilia ha saputo affrontarla con ironia e genuinità, rendendo i due artisti ancora più amabili. Gli 883 sono stati la colonna sonora di moltissime generazioni di adolescenti, e celebrare il loro impatto è sicuramente doveroso. Il cast è ben selezionato, e la sceneggiatura è brillante, capace di alternare momenti emozionanti a situazioni leggere e divertenti. Leggendo qua e là, ho scoperto che la serie non è fedele al cento per cento alla realtà. Per esempio, il personaggio di Silvia non è mai esistito: è una sorta di ragazza ideale, un mix tra molte delle persone che Max ha incontrato nella sua vita. Questa scoperta mi ha lasciata un po’delusa, perché penso che molte abbiano sognato, almeno una volta, di essere la “ragazza” delle loro canzoni. Nei testi degli 883 si respira quell’amore tipico degli anni ’90: né troppo bigotto né eccessivamente spinto, un equilibrio che personalmente mi manca molto. Una sorta di devozione verso la donna e verso i valori importanti come l’amicizia. Ho adorato il personaggio di Cisco. La storia degli 833 inoltre è davvero ispirante. Poichè i due ragazzi di Pavia partono davvero dal nulla e riescono a realizzare il sogno impossibile di diventare cantanti. Il loro percorso tuttavia non è stato affatto semplice, ma determinazione, talento e quel pizzico di fortuna – che tutti speriamo di avere nella vita – li hanno portati al successo. Di recente è stato annunciato che la serie avrà una seconda stagione, un segnale di quanto il pubblico abbia apprezzato questa storia! E voi? L’avete già vista? Che impressione vi ha fatto? Raccontatemi cosa ne pensate e quali scene o aspetti vi hanno colpito di più!

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Le Origini di Cruel Intentions: Da Laclos a Oggi

Cruel Intentions è una serie TV prodotta da Phoebe Fisher e Sara Goodman, ispirata all’omonimo film del 1999. Tuttavia, le origini di questa storia sono molto più antiche, risalendo al romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, scritto nel 1782. Il fatto che ancora oggi ci ritroviamo a raccontare le stesse storie dimostra come, sebbene cambi la forma, la sostanza rimanga invariata. La promessa del “volere è potere” è spesso una favola, al pari di Babbo Natale e della Fata dei denti. Chi appartiene all’élite vi resta, mentre chi è fuori non può fare altro che osservare, se non essere vittima delle dinamiche di potere che si sviluppano tra i più privilegiati. La serie ambienta la storia in un campus universitario americano, con le confraternite al centro delle vicende. Questi gruppi, presentati come lobby di potere, raccolgono giovani rampolli di famiglie benestanti che, per noia, diletto o traumi irrisolti, si dedicano a giochi perversi di seduzione e manipolazione.Nel film del 1999, l’antagonista considerava l’amore la debolezza più grande, una visione condivisa dal fratellastro Sebastian. La serie tenta di ripercorrere queste dinamiche, ma lo fa con minor intensità. Non si comprende, ad esempio, il motivo dietro i video realizzati da Lucien (nuovo nome di Sebastian) per la sorellastra. Inoltre, gli otto episodi risultano a tratti noiosi e ripetitivi. A confronto, il film originale del 1999 è decisamente più incisivo, riuscendo a raccontare una storia molto più intensa in soli 97 minuti.Ho notato, inoltre, che, a dispetto del tempo che passa, la concezione maschilista non sembra essere mutata più di tanto, poiché, per quanto Lucien nel film possa sembrare depravato, il suo comportamento passa alla fine per “eroico”, mentre una ragazza nella stessa posizione, ancora oggi, non avrebbe la stessa sorte.Detto questo, mi sento anche di fare un richiamo al film d’epoca Le relazioni pericolose (1988), diretto da Stephen Frears, che si distingue per la sua fedeltà al romanzo originale e vanta un cast eccezionale: Glenn Close, John Malkovich e Michelle Pfeiffer regalano interpretazioni memorabili, conferendo al film intensità emotiva ed eleganza. Personalmente, tengo molto a questa recensione perché sono una fan di questa storia e delle sue innumerevoli reinterpretazioni. La trovo affascinante per la sua capacità di analizzare i giochi di potere e seduzione all’interno dell’élite, mostrandone il lato più oscuro e controverso. Vale la pena guardare questa serie, ma soprattutto esplorare le versioni precedenti per capire come, almeno nei film (o nei romanzi), la giustizia sembri vincere sempre, o quasi.

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Recensione la Passione Turca

“La passione turca” è una serie spagnola diretta da Iñaki Peñafiel e scritta da Antonio Gala, Esther Morales e Irene Rodríguez. Nel cast troviamo Maggie Civantos nel ruolo di Olivia e Ilker Kaleli nel ruolo di Yaman. Olivia è il tipico esempio della donna emancipata che ama la sua solitudine e rifugge le relazioni, dedicando tutta se stessa al lavoro. La sua vita tuttavia sta per cambiare radicalmente quando, durante un soggiorno in Turchia, conosce Yaman, un intrigante e seducente commerciante. Olivia perde la testa per quest’uomo, che ha più di un lato oscuro e misterioso. Lascia Madrid, la sua città natale, e il suo lavoro pur di stare con Yaman. Inizialmente tutto è estasi e meraviglia, ma le cose presto precipiteranno e Olivia sarà costretta a scegliere se salvare se stessa o l’uomo che ama. Può sembrare una storia banale e scontata, ma gli interpreti sono molto bravi e rendono l’emozione della passione travolgente e bruciante che sconvolge i protagonisti.

Recensione geek girl

“Geek Girl” è una serie britannico-canadese per ragazzi basata sull’omonimo romanzo della scrittrice Holly Smale. La protagonista, Harriet Manners, è la tipica secchiona che cerca di emanciparsi da questa etichetta e diventare amata e popolare. Grazie alla sua migliore amica e all’agente di moda Wilbur, la ragazza viene scelta come modella di punta per un importante stilista e notata anche dal modello più quotato dell’agenzia, Nick. La trama è obiettivamente semplice e poco verosimile; tuttavia, resta una sorta di fiaba moderna che dona, seppur false, speranze alle giovani spettatrici. Harriet si rivela essere una sorta di improbabile Cenerentola nel mondo della moda. L’attrice è simpatica; tuttavia, se l’obiettivo era quello di combattere gli stereotipi del mondo della moda, scegliere Emily Carey come Harriet non è stata una scelta così azzeccata, poiché l’attrice ha tutte le caratteristiche che oggi piacciono a quella realtà e ad eccezione della forzata goffaggine, Emily è magrissima come richiesto dallo standard contemporaneo del modeling. L’unico elemento di rottura è che le ragazze non sono così alte e, come ormai è prassi, vi è il rispetto della pluralità etnica in modo fluido e naturale, come dovrebbe essere.

Recensione Sei nell’anima

“Sei nell’anima” è una miniserie italiana che s’ispira alla vita della nota cantante Gianna Nannini. La regia è di Cinzia TH Torrini e la serie vede Letizia Toni interpretare il ruolo principale. Gianna, prima figlia di una famiglia benestante, è chiamata dalla musica sin dalla più tenera età. Nonostante la situazione economica privilegiata, la sua strada nella musica e nella vita sarà tutt’altro che facile. In principio osteggiata dal padre, che avrebbe voluto fare di lei una tennista, e successivamente dalle diverse vicissitudini e dal suo voler mantenersi fedele a sé stessa opponendosi a uno show business che la voleva più conforme ai canoni del periodo. Una vera ribelle e anticonformista, che però, a discapito del successo, ha pagato lo scotto di una vita spericolata. Una serie molto ben fatta che tratta temi interessanti e mette in luce la vita, benché romanzata, di molti personaggi reali. Il difetto principale della serie è la brevità e il taglio netto che c’è alla fine, come se gli anni successivi della cantante fossero irrilevanti e tutto termini come una sorta di fiaba. La serie mi ha anche portato a riflettere sul fatto che molti degli astri del panorama musicale hanno avuto la fortuna di sopravvivere ai loro eccessi e mi chiedo quanti prodighi meno fortunati non ce l’abbiano invece fatta. Questa riflessione per me è importante poiché c’è il rischio che quello della star che impone il suo modo di essere e se ne frega delle regole diventi un modello di vita. Tale stile, però, è un po’ come un terno al lotto: non è detto che funzioni per tutti, anzi, lo fa per pochissimi.