Recensione Quello che tu non vedi

Quello che tu non vedi è un romanzo scritto da Julia Walton che racconta la storia di Adam, un adolescente affetto da schizofrenia. Il romanzo è strutturato come un diario medico, utilizzato da Adam per comunicare con il suo psicologo durante una sperimentazione di un nuovo farmaco volto a curare la sua malattia. Il merito della Walton è quello di parlare di una patologia psichiatrica, una condizione che ancora oggi suscita reazioni di diffidenza, paura e incomprensione. Il romanzo è ben scritto, ma soprattutto incarna molto bene il profilo di un adolescente medio, sarcastico e saccente. La condizione clinica di Adam tuttavia rende il ragazzo diverso dagli altri, e molte delle osservazioni che fa durante la sua narrazione sono realistiche e rivelano una grande verità su chi è affetto da patologie psichiatriche. Adam parla di come solo le condizioni mediche terminali ed evidenti suscitino compassione da parte delle persone, mentre patologie come la sua diventano quasi una colpa del malato e motivo di scherno e isolamento. Adam tuttavia, nella sua sfortuna, riesce a cavarsela. Sua madre è una figura quasi mitologica: dolce, comprensiva e forte, pronta a lottare per la serenità di suo figlio. Il romanzo mi ha ricordato il racconto Fiori per Algernon, pur virando verso la fiaba moderna. Ho delle perplessità sulla lucidità di Adam nel parlare della sua condizione, ma nel complesso credo che sia giusto alle volte che la speranza superi la verità, poiché i grandi ideali e i buoni sentimenti possano sopravvivere almeno nei romanzi.

Recensione Ci vediamo un giorno di questi

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo scritto da Federica Bosco che racconta la profonda amicizia tra Ludovica e Cate. La storia, narrata in prima persona, inizia con alcuni punti contraddittori che sono sfuggiti all’editing di Garzanti, al di là di questo però il testo è scorrevole e lo stile di scrittura della Bosco risulta frizzante e piacevolmente sarcastico. Sebbene la storia sembri inizialmente orientata su temi femministi, evidenziando la possibilità di essere felici al di fuori di una famiglia “tradizionale”, si trasforma successivamente in una fiaba romantica. L’inserire la malattia oncologica inizialmente mi ha impressionato, tuttavia essendo stata trattata con tatto e distacco, con l’aiuto del risvolto romantico ha tinto di rosa anche ciò che a priori sarebbe stato impensabile. Detto questo non ho apprezzato molto i personaggi, trovando Ludovica troppo succube di Cate e quest’ultima troppo perfetta a dispetto delle sue azioni. Il clima di pace e amore che si crea sembra più un’utopia che una realtà; sarebbe bello vedere famiglie così aperte anche dove non ci sono legami di sangue e l’ epilogo del romanzo sembra una fiaba moderna. Federica Bosco mi ha comunque colpito positivamente e sono curiosa di leggere altri suoi romanzi, poiché, sebbene la realtà sia molto più cruda di quanto descritto qui, è bello poter sognare.

Recensione Serie Blackwater

La serie Blackwater è stata scritta da Michael McDowell nel 1983 e pubblicata in Italia nel 2023 da Neri Pozza in sei accattivanti volumi pocket. Il primo romanzo, intitolato La Piena, introduce il lettore in questa realtà familiare in un’epoca immediatamente successiva alla prima guerra mondiale. Sin dalle prime pagine, però, l’autore vuole farci sapere che c’è qualcosa di soprannaturale grazie al personaggio della bellissima e misteriosa Elinor. A dispetto però dei primi capitoli, la storia poi vira su una trama piatta e tutt’altro che mistica, concentrando l’attenzione sulla rivalità che nasce tra Mary Love, matriarca della facoltosa famiglia dei Caskey, e la giovane Elinor, che ambisce a farne parte benché spiantata e con un passato enigmatico. La lettura è scorrevole, ma avendo McDowell giocato la carta dell’horror, riportare tutto a una banale guerra fredda familiare, fatta di piccoli dispetti, occhiate malevole e ricatti silenti, è un po’ come aspettarsi uno spettacolo pirotecnico e vedere esplodere un petardo. Nel primo libro, difatti, non succede granché, lasciando da un lato insoddisfazione e dall’altro la curiosità di dove l’autore voglia andare a parare. Nel secondo romanzo, La Diga, la solfa però non cambia e la trama evolve in maniera ordinaria, una vera e propria House of Caskey, in cui a tratti ti dimentichi che stai leggendo un horror, fino a quando succede qualcosa d’insolito che ti riscuote per farti ricadere subito dopo nella placida vita ordinata e ordinaria delle campagne del sud. Non dico che sia una serie pessima, McDowell scrive bene ed è abile nella caratterizzazione dei personaggi, tuttavia per quelli che sono i contenuti della storia risulta a lungo andare prolissa, ridondante e ripetitiva; molti eventi potevano essere risolti prima senza sforzo, pertanto a metà del quinto libro ho abbandonato la lettura. Non so se in futuro la riprenderò, ma per il momento non mi ha appassionato abbastanza.

Recensione di Eppure cadiamo felici

Eppure cadiamo felici è il romanzo d’esordio di Enrico Galiano. Galiano è un professore di lettere e grazie a questo testo è diventato lui stesso un fenomeno letterario. Il pubblico a cui il romanzo è rivolto è quello adolescenziale, ma può essere godibile da chiunque. Galiano è l’esempio che l’originalità non è tutto e che da una storia apparentemente semplice e scontata può uscire comunque qualcosa di meraviglioso grazie alla voce unica dei suoi personaggi. Gioia è in principio la tipica antieroina moderna: solitaria, silenziosa, reduce da un’infanzia complessa. La ragazza ha una peculiarità unica, ha l’hobby di cercare parole intraducibili ovvero che descrivono particolari sensazioni o eventi che esistono solo in altre lingue (ad esempio Luftmensh, in lingua Yiddish cioè chi fa costantemente sogni ad occhi aperti). Il mondo interiore di Gioia è descritto così bene che pur non essendo più una ragazzina mi sono identificata tantissimo nel suo personaggio. La storia d’amore che viene descritta è cinematografica e surreale, collaborando così all’intento dell’autore di creare il dubbio che Gioia non sia una narrattrice molto affidabile. Galiano ha giocato a filo con la sospensione di credibilità del lettore riuscendo però a non cadere sul banale o ridicolo. L’unico appunto che mi sento di fare è sul personaggio della nonna, inserito un pò troppo all’acqua di rose. Un anziano in stato vegetetivo d’accudire necessita di molte cure e i genitori descritti nel libro non sembrano idonei a un compito del genere. Per il resto l’unico rammarico è non aver avuto un professore come Bove.

Recensione dell’occhio del mondo

L’occhio del mondo è il primo dei 14 romanzi che compongono la saga della Ruota del Tempo. Si tratta di un’epopea Fantasy da cui è stata tratta una serie tv in onda su prime video (Recensione serie tv). La storia rispetta tutte le regole del Fantasy da manuale rendendola nel complesso banale e scontata. Robert Jordan, benchè abbia davvero un bel modo di scrivere e una eccezionale conoscienza della realtà rurale e medioevale, ha costruito una storia un pò pesante, con personaggi molto bene caratterizzati ma abbastanza antipatici. Gli antefatti sono fumosi e confusi mentre i nomi di molti personaggi e luoghi sono tavolta difficili e troppo simili. Nella serie TV l’interpretazione di Moiraine fatta da Rosamund Pike mi ha colpito molto (soprattutto nella prima stagione) benchè la storia non sia sviluppata bene. Mi sono approcciata alla lettura del romanzo perchè ho intravisto un potenziale ma leggendolo ho avuto più di una volta la percezione di un’inutile marea di parole verso un viaggio troppo lungo per essere così inconcludente. Non so se andrò avanti con la lettura di questa lunghissima saga dato che mi aspettavo qualcosa di più avvincente e appasionante.