Recensione di Dracula “L’amore perduto”

Non avevo nessuna aspettativa riguardo a questo film, ma le poche note che lo accusavano di essere più romantico che horror hanno stimolato la mia curiosità.
L’incipit della storia è noto e, sebbene scontato, risulta tutto sommato accettabile (fatta eccezione per il conte, che viene trasportato a forza in giro dal suo staff).
L’evolversi della trama, però, pare allucinato: un incubo a metà tra il comico e il grottesco.
In questa pellicola Dracula vive in un castello domotico che sembra uscito da La Bella e la Bestia, dotato dei poteri di un Jedi e circondato, chissà perché, dai gargoyle animati del Gobbo di Notre Dame. Il personaggio che nel celebre film di Coppola fu interpretato da Keanu Reeves è qui affidato al sosia di uno dei Soliti idioti.
Il cacciatore-prete-detective, invece, sembra uscito direttamente da una parodia de Il nome della rosa, e prende il posto del personaggio che fu di Anthony Hopkins.
Dracula — che, va detto, non recita nemmeno così male — si diletta in tentativi di suicidio goffi e in soluzioni davvero discutibili per ritrovare la reincarnazione della sua amata.
L’unico personaggio forse riuscito, anche se un po’ sopra le righe, è quello di Maria, interpretata da Matilda De Angelis. Gli spostamenti da un luogo all’altro sono improbabili, plausibili solo se si prendessero in prestito le magie di Harry Potter. Ma già che ci siamo, in questo Frankenstein cinematografico tutto fa brodo, comprese le scene di lotta a metà tra John Wick, Prince of Persia e Il corvo. L’epilogo è uno dei più insensati e, sinceramente, amareggianti: più che una scelta d’amore, sembra una scelta di vendetta.
Per me è decisamente un no.

Dai libri al grande schermo: il mondo di Dragon Trainer rivive in live action

Dragon Trainer è il live action tratto dall’omonimo film d’animazione. L’idea di base nasce dai libri di Cressida Cowell, ma sia i film animati che il live action sviluppano trame indipendenti rispetto ai romanzi.
Avevo visto il primo film della serie animata molto tempo fa, ma devo dire che riscoprire questo universo attraverso il nuovo adattamento mi è piaciuto molto.

I draghi sono stati realizzati davvero bene e l’ambientazione risulta credibile e suggestiva. Il cast è stato scelto con cura, in particolare gli interpreti di Hiccup, Stoick e Skaracchio. Forse per le ragazze si sarebbe potuto puntare su attrici più somiglianti ai personaggi animati.

È un film avvincente e visivamente affascinante: la magia dei draghi, secondo me, riesce sempre a conquistare sia grandi e piccini.

Libere o colpevoli? In Sirens nessuna donna sfugge al giudizio

Sirens è una miniserie americana distribuita da Netflix, creata da Molly Smith Metzler. Racconta la storia di due sorelle, Devon e Simone. La prima è in grande difficoltà: al padre è stata diagnosticata una forma precoce di demenza, e Devon cerca disperatamente il supporto della sorella. Simone, però, reagisce con apparente superficialità e distacco, limitandosi a inviarle un cesto di frutta edibile.

Furiosa e delusa, Devon scopre tramite una foto su Instagram dove si trova Simone e decide di raggiungerla. Qui scopre che la sorella lavora come assistente personale di Michaela, seconda moglie di un magnate. Devon, che non è abituata al lusso e all’ambiente dell’alta società, avverte da subito qualcosa di stonato, quasi pericoloso, in quella villa perfettamente curata. E vorrebbe riportare Simone a New York con sé.

La serie è intrigante, visivamente curata, con un tono sospeso tra introspezione e disagio. Le dinamiche tra le tre donne — Michaela, Simone e Devon — si sviluppano in un contesto ovattato ma profondamente disturbante, dove le relazioni sembrano autentiche solo fino a un certo punto.

Pur essendo coinvolgente, la serie presenta alcune forzature narrative poco credibili (che non dettaglio per evitare spoiler). Tuttavia, le tematiche affrontate sono rare e coraggiose, in particolare l’analisi silenziosa del potere: quello dato dal denaro, dalle reti sociali, dal privilegio. Sirens racconta come chi detiene il potere possa disporre della vita altrui con sorprendente leggerezza, senza mai subirne davvero le conseguenze.

Interessante anche il modo in cui la serie decostruisce l’idea di “bontà femminile”: pare che alle donne venga sempre richiesto di sacrificarsi, di curare, di essere disponibili — anche quando l’altro non lo merita. In questo contesto, la scelta di Simone, che può apparire fredda ed egoistica, diventa in realtà un gesto di lucidità: il rifiuto di annullarsi per un padre disfunzionale e nocivo.

Nel complesso, la sua scelta può essere letta come una colpa. Perché, in fondo, una donna che non si sacrifica è ancora vista come “sbagliata”. Dall’altro lato, il sacrificio di Devon appare inutile, e il prezzo da pagare per essere prima una brava sorella e poi una buona figlia è altissimo.

In entrambi i casi, però, nessuna delle due è veramente libera: ognuna è in scacco dell’uomo che ha scelto — o si è sentita obbligata — ad assecondare. Paradossalmente, l’unica che sembra davvero libera è Michaela. Ma anche la libertà, in questa storia, fa paura. Perché per le donne è ancora così rara da sembrare pericolosa.

Companion: cosa resta dell’umanità

“Companion” è un film del 2024 diretto da Drew Hancock e prodotto da Blumhouse. Racconta la storia d’amore (e di alienazione) di Iris, una ragazza estremamente dolce, romantica e remissiva, con un che di adolescenziale. Assieme al suo ragazzo Josh si reca in una villa isolata, proprietà di un’amica di lui. Iris appare fin da subito nervosa e insicura: teme di non fare una buona impressione e di essere fuori posto. La casa è effettivamente bellissima, moderna, con una vista spettacolare sul lago. Il padrone di casa, Sergey, amante dell’amica di Josh, è un tipo strano, arrogante e particolarmente viscido. Le cose sembrano procedere abbastanza bene, anche se si percepisce subito qualcosa di strano e forzato, in particolare nell’atteggiamento ostile e scostante della padrona di casa nei confronti di Iris. In questo scenario apparentemente perfetto ma stonato, accade a un certo punto un evento tanto inquietante quanto inatteso. Da qui in avanti, nella narrazione non si può procedere oltre senza rovinare la visione a chi ancora non l’ha visto. Il film ricorda a tratti Ex Machina, anche se qui la riflessione si sposta su un piano più esistenziale e morale. Non vengono spiegati dettagli tecnici, benché si intuisca che ci si trovi in una realtà leggermente più avanzata della nostra — quel tipo di futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana. A restare immutata, però, è l’essenza di certi esseri umani: spinti dall’avidità, disposti a sacrificare ogni cosa in nome del denaro. A fare da contraltare a questa freddezza c’è Iris, che combatte per qualcosa di più profondo: la libertà. Il dilemma morale che il film pone è proprio questo: Iris ha davvero il diritto di reclamare quella libertà, una volta resasi conto di esserne priva? E ancora: uccidere può essere giustificato in queste circostanze? La vita di Iris vale più di quella degli altri?Per quanto nobile sia il suo intento, alla fine il mezzo resta lo stesso di chi l’ha ferita. Non si spezza il ciclo di sofferenza, e si perde il valore della vita. Dopo la visione non posso dire di esserne rimasta delusa e, per fortuna, non mi ha lasciato lo stesso senso di angoscia che avevo provato con Ex Machina. La trama lascia volutamente zone d’ombra, non spiega tutto. Alcune scelte narrative, in particolare il piano di Josh, avrebbero potuto essere gestite meglio, con meno frettolosità. Tuttavia, a chi ama i film che fanno riflettere sul rapporto tra umanità e tecnologia, e sulle derive morali dell’intelligenza artificiale, lo consiglio assolutamente.

It Ends With Us: Quando il Dietro le Quinte Supera il film

“It Ends With Us” è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Colleen Hoover, diretto da Justin Baldoni. Racconta la relazione tra Lily Bloom, una giovane fioraia, e Ryle Kincaid, un ricco e affascinante neurochirurgo che nasconde un lato oscuro e pericoloso. Tuttavia, la realtà è che il dietro le quinte di questo film è molto più interessante del film stesso. Il paradosso più grande riguarda Blake Lively, la protagonista, che è stata vittima di molestie sessuali sul set di una pellicola che denuncia proprio la violenza nelle relazioni. A mio avviso, questa vicenda avrebbe meritato più attenzione, forse persino un film a sé stante. L’immagine pubblica di Blake Lively è stata inizialmente compromessa a causa della gestione della campagna promozionale. Personalmente, non trovo sbagliato il suo invito alle spettatrici a vestirsi come Lily Bloom: il personaggio è una figura positiva e tenace, un esempio che merita di essere seguito. Piuttosto, il tentativo di promuovere prodotti durante la promozione del film può sembrare discutibile, ma viviamo in un’epoca in cui tutto è un marketplace. Pertanto, trasformare Lively da una delle star più amate a una delle più odiate per questo motivo mi sembra esagerato.Quanto al film, la pellicola è decisamente debole. L’atmosfera ricorda vagamente Cinquanta sfumature di grigio, ma in una versione ancora più grigia e sfumata. È difficile empatizzare con i personaggi, e la storia non riesce a trasmettere il messaggio come dovrebbe.Uno dei difetti maggiori è la mancanza di una passione travolgente tra Lily e Ryle, che dovrebbe essere il motore della trama. La loro relazione sembra superficiale e priva di autenticità emotiva, poiché è evidente fin dall’inizio che Lily è ancora innamorata di Atlas, il suo primo fidanzato. Questo aspetto non solo toglie spessore alla storia, ma fa apparire la relazione con Ryle più come un ripiego temporaneo che come un legame significativo. Quando Atlas riappare quasi immediatamente, la trama sembra cercare una via troppo semplice per giustificare la separazione tra Lily e Ryle, rendendo il comportamento violento di quest’ultimo un espediente narrativo che fa uscire benissimo la protagonista da una relazione che non avrebbe voluto comunque. Il risultato è che la storia sembra forzata e poco credibile. Le relazioni abusive, nella realtà, sono molto più complesse e intrappolanti. Non sempre esiste una “via d’uscita” così chiara, né un salvatore perfetto come Atlas pronto ad accogliere la vittima. Questo banalizza il tema della violenza domestica, togliendogli le sfumature e la profondità necessarie per rendere il messaggio davvero incisivo. Per Lily Bloom tutto sembra risolversi troppo facilmente: una corsia preferenziale verso una vita migliore che nella realtà difficilmente esiste. Anche Ryle, pur rappresentando un personaggio negativo, esce dalla storia meno crudele di quanto ci si aspetterebbe in un film che affronta una tematica così forte. Questo lascia lo spettatore perplesso e insoddisfatto, con la sensazione che il messaggio non sia stato davvero veicolato. Un altro punto importante è che il film si concentra sulla violenza di genere, ma non riflette abbastanza sulla violenza in generale. La violenza è sempre sbagliata, a prescindere dal genere di chi la subisce o la infligge. Come vediamo nel film, gli atteggiamenti violenti di Ryle o del padre di Lily si estendono anche verso altri uomini, un aspetto che non dovrebbe essere accettato con leggerezza. Una persona con problemi di gestione della rabbia, uomo o donna che sia, rappresenta un pericolo per chiunque e necessita di cure.In definitiva, “It Ends With Us” fallisce nel rendere giustizia al messaggio che cerca di trasmettere, risultando un film debole e poco incisivo, che lascia lo spettatore con più domande che risposte.