Companion: cosa resta dell’umanità

“Companion” è un film del 2024 diretto da Drew Hancock e prodotto da Blumhouse. Racconta la storia d’amore (e di alienazione) di Iris, una ragazza estremamente dolce, romantica e remissiva, con un che di adolescenziale. Assieme al suo ragazzo Josh si reca in una villa isolata, proprietà di un’amica di lui. Iris appare fin da subito nervosa e insicura: teme di non fare una buona impressione e di essere fuori posto. La casa è effettivamente bellissima, moderna, con una vista spettacolare sul lago. Il padrone di casa, Sergey, amante dell’amica di Josh, è un tipo strano, arrogante e particolarmente viscido. Le cose sembrano procedere abbastanza bene, anche se si percepisce subito qualcosa di strano e forzato, in particolare nell’atteggiamento ostile e scostante della padrona di casa nei confronti di Iris. In questo scenario apparentemente perfetto ma stonato, accade a un certo punto un evento tanto inquietante quanto inatteso. Da qui in avanti, nella narrazione non si può procedere oltre senza rovinare la visione a chi ancora non l’ha visto. Il film ricorda a tratti Ex Machina, anche se qui la riflessione si sposta su un piano più esistenziale e morale. Non vengono spiegati dettagli tecnici, benché si intuisca che ci si trovi in una realtà leggermente più avanzata della nostra — quel tipo di futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana. A restare immutata, però, è l’essenza di certi esseri umani: spinti dall’avidità, disposti a sacrificare ogni cosa in nome del denaro. A fare da contraltare a questa freddezza c’è Iris, che combatte per qualcosa di più profondo: la libertà. Il dilemma morale che il film pone è proprio questo: Iris ha davvero il diritto di reclamare quella libertà, una volta resasi conto di esserne priva? E ancora: uccidere può essere giustificato in queste circostanze? La vita di Iris vale più di quella degli altri?Per quanto nobile sia il suo intento, alla fine il mezzo resta lo stesso di chi l’ha ferita. Non si spezza il ciclo di sofferenza, e si perde il valore della vita. Dopo la visione non posso dire di esserne rimasta delusa e, per fortuna, non mi ha lasciato lo stesso senso di angoscia che avevo provato con Ex Machina. La trama lascia volutamente zone d’ombra, non spiega tutto. Alcune scelte narrative, in particolare il piano di Josh, avrebbero potuto essere gestite meglio, con meno frettolosità. Tuttavia, a chi ama i film che fanno riflettere sul rapporto tra umanità e tecnologia, e sulle derive morali dell’intelligenza artificiale, lo consiglio assolutamente.

It Ends With Us: Quando il Dietro le Quinte Supera il film

“It Ends With Us” è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Colleen Hoover, diretto da Justin Baldoni. Racconta la relazione tra Lily Bloom, una giovane fioraia, e Ryle Kincaid, un ricco e affascinante neurochirurgo che nasconde un lato oscuro e pericoloso. Tuttavia, la realtà è che il dietro le quinte di questo film è molto più interessante del film stesso. Il paradosso più grande riguarda Blake Lively, la protagonista, che è stata vittima di molestie sessuali sul set di una pellicola che denuncia proprio la violenza nelle relazioni. A mio avviso, questa vicenda avrebbe meritato più attenzione, forse persino un film a sé stante. L’immagine pubblica di Blake Lively è stata inizialmente compromessa a causa della gestione della campagna promozionale. Personalmente, non trovo sbagliato il suo invito alle spettatrici a vestirsi come Lily Bloom: il personaggio è una figura positiva e tenace, un esempio che merita di essere seguito. Piuttosto, il tentativo di promuovere prodotti durante la promozione del film può sembrare discutibile, ma viviamo in un’epoca in cui tutto è un marketplace. Pertanto, trasformare Lively da una delle star più amate a una delle più odiate per questo motivo mi sembra esagerato.Quanto al film, la pellicola è decisamente debole. L’atmosfera ricorda vagamente Cinquanta sfumature di grigio, ma in una versione ancora più grigia e sfumata. È difficile empatizzare con i personaggi, e la storia non riesce a trasmettere il messaggio come dovrebbe.Uno dei difetti maggiori è la mancanza di una passione travolgente tra Lily e Ryle, che dovrebbe essere il motore della trama. La loro relazione sembra superficiale e priva di autenticità emotiva, poiché è evidente fin dall’inizio che Lily è ancora innamorata di Atlas, il suo primo fidanzato. Questo aspetto non solo toglie spessore alla storia, ma fa apparire la relazione con Ryle più come un ripiego temporaneo che come un legame significativo. Quando Atlas riappare quasi immediatamente, la trama sembra cercare una via troppo semplice per giustificare la separazione tra Lily e Ryle, rendendo il comportamento violento di quest’ultimo un espediente narrativo che fa uscire benissimo la protagonista da una relazione che non avrebbe voluto comunque. Il risultato è che la storia sembra forzata e poco credibile. Le relazioni abusive, nella realtà, sono molto più complesse e intrappolanti. Non sempre esiste una “via d’uscita” così chiara, né un salvatore perfetto come Atlas pronto ad accogliere la vittima. Questo banalizza il tema della violenza domestica, togliendogli le sfumature e la profondità necessarie per rendere il messaggio davvero incisivo. Per Lily Bloom tutto sembra risolversi troppo facilmente: una corsia preferenziale verso una vita migliore che nella realtà difficilmente esiste. Anche Ryle, pur rappresentando un personaggio negativo, esce dalla storia meno crudele di quanto ci si aspetterebbe in un film che affronta una tematica così forte. Questo lascia lo spettatore perplesso e insoddisfatto, con la sensazione che il messaggio non sia stato davvero veicolato. Un altro punto importante è che il film si concentra sulla violenza di genere, ma non riflette abbastanza sulla violenza in generale. La violenza è sempre sbagliata, a prescindere dal genere di chi la subisce o la infligge. Come vediamo nel film, gli atteggiamenti violenti di Ryle o del padre di Lily si estendono anche verso altri uomini, un aspetto che non dovrebbe essere accettato con leggerezza. Una persona con problemi di gestione della rabbia, uomo o donna che sia, rappresenta un pericolo per chiunque e necessita di cure.In definitiva, “It Ends With Us” fallisce nel rendere giustizia al messaggio che cerca di trasmettere, risultando un film debole e poco incisivo, che lascia lo spettatore con più domande che risposte.

Recensione di Megalopolis 

Megalopolis è un film diretto dal famoso regista Francis Ford Coppola, il che dovrebbe essere una garanzia. Tuttavia, la verità è che non ci si può più fidare di nessuno. Per comprendere questo film, dopo la visione ho dovuto fare delle ricerche, il che mi pare davvero assurdo. Pare che Coppola abbia lavorato per anni alla realizzazione di questo progetto. Il suo obiettivo era quello di creare una sorta di metafora della civiltà umana, mettendo l’accento sulle lotte di potere e sulla paura del cambiamento. Il protagonista, interpretato dal celebre Adam Driver, è Cesar Catilina, un architetto con l’ambizioso obiettivo di creare una città viva e in evoluzione, in sintonia con l’ecosistema, eliminando le orrende città di cemento e smog. Se quest’idea, in astratto, potrebbe anche sembrare originale, l’implementazione è stata del tutto delirante, incredibilmente noiosa. In sintesi, questo film potrebbe essere una cura per l’insonnia. In sala, tra persone assopite e altre che se ne andavano prima della fine del film, c’erano i valorosi che sono rimasti fino alla fine, tra lo stordimento e il disappunto. Sono convinta che ci sia stato anche qualcuno che, fuori dagli schemi, sia riuscito ad apprezzare i riferimenti allegorici del film e il lavoro del cast e di tutti gli addetti, ma io non sono tra questi. Per me, Coppola avrebbe potuto dedicare tempo e finanze a progetti più meritevoli.

Recensione Il robot selvaggio

Il robot selvaggio è un film d’animazione del 2024, scritto e diretto da Chris Sanders. La pellicola è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato da Peter Brown. La protagonista è Roz, un robot che, a causa di un naufragio, si ritrova da sola su un’isola deserta. Inizialmente disorientata in un ambiente tanto diverso da quello per cui è stata progettata, Roz è costretta a bypassare la sua programmazione per sopravvivere e tenta in tutti i modi di comunicare con gli animali dell’isola. Tuttavia, le cose non vanno come sperato, e, accidentalmente, uccide una mamma anatra insieme a parte delle sue uova, lasciando un solo uovo intatto. Roz, sentendosi in colpa, decide di prendersi cura dell’anatroccolo, che chiamerà Becco Lustro. Il film è avvincente e tenero, adatto a grandi e piccini. Affronta con delicatezza i sacrifici della maternità e il valore della cooperazione e dell’amicizia. È un inno all’amore e all’armonia, lontano dalla visione umana di poter controllare e comprendere ogni cosa, poiché le regole del cuore sono a volte inesplicabili.

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Recensione The Substance

The Substance è un film diretto da Coralie Fargeat, che vede come protagoniste Demi Moore e Margaret Qualley. Racconta la storia di una celebre attrice sulla via del tramonto che, proprio il giorno in cui compie cinquant’anni, viene licenziata. A seguito di questo trauma, la donna ha un incidente d’auto dal quale esce illesa fisicamente ma distrutta psicologicamente. Uno dei medici che la visita intuisce la natura del suo problema e le mette nel cappotto una misteriosa chiavetta USB che promuove l’uso di The Substance, un farmaco rivoluzionario capace di sbloccare il DNA e ricreare una versione migliore di sé stessi. Il film è stato molto pubblicizzato, e il trailer è realizzato in maniera davvero accattivante. Guardando questa pellicola da un punto di vista logico-razionale, è facile trovarla assurda e allucinante. In un contesto di realismo, nulla di quello che accade qui ha plausibilità: il film sembra l’incubo di un folle, a tratti disgustoso ed eccessivamente splatter. Tuttavia, vista la grande performance recitativa di Demi Moore ed ad alcune sequenze molto incisive, non si può fare a meno di fermarsi a riflettere e guardare alla trama in maniera più metaforica e laterale. In questo modo, il film può acquisire punti e anche una ragione d’essere. Benché per me non sia un capolavoro e non credo che lo rivedrei, il film lancia dei messaggi importanti, i più evidenti contro l’assurdo accanimento sulla bellezza e giovinezza a tutti i costi, imposto prevalentemente al genere femminile per uso e consumo di un volgarissimo, crudele, detestabile e superficiale genere maschile. Oltre a questo, però, c’è anche l’accusa verso le donne di accettare le regole di questo “gioco a perdere,” quando, sebbene non sia possibile cambiare la società, si possono cambiare le proprie priorità. La protagonista, pur avendo vissuto una vita da star, non è riuscita a costruire nulla di concreto (cosa piuttosto insolita, in realtà): non ha né amici né famiglia; l’unica cosa che per lei conta è la fama e l’ammirazione del pubblico. Tuttavia, l’amore della massa è volubile ed effimero, proprio come la bellezza esteriore su cui la protagonista ha basato la sua vita. Pertanto, inseguirla a tutti i costi non può portare a un lieto fine. Non saprei dire se consigliarlo o meno: il messaggio poteva essere veicolato in modi molto diversi, con una trama più plausibile, lineare e con scene meno splatter e disgustose.