Recensione Uglies

Uglies è un film di fantascienza americano diretto dal regista Joseph McGinty Nichol, basato sull’omonimo romanzo di Scott Westerfeld. La storia è ambientata in un’apparente utopia del futuro, in cui l’umanità, dopo le guerre per le risorse energetiche, riesce a sviluppare un fiore capace di fornire energia illimitata e rinnovabile. Inoltre, grazie ai progressi tecnologici, ogni abitante ha diritto, al compimento dei sedici anni, a un intervento che lo rende perfetto dal punto di vista estetico. Il film, di per sé, non è realizzato male, ma la trama mi lascia con molte perplessità. Il monito di Scott Westerfeld è probabilmente quello di mettere in guardia contro una società troppo edonistica e sottolinea l’importanza del libero arbitrio e dell’autodeterminazione. Per quanto, idealmente, sia facile concordare con l’autore, per come è rappresentata la situazione nel film, in fin dei conti, mi trovo dalla parte della dottoressa Dr. Nyah Cabl che, a suo modo e con glamour, ha creato la pace nel mondo. L’estetica dei ‘pretty’ può essere discutibile, così come la loro scarsa emotività (già dilagante nella realtà contemporanea senza l’aiuto della chirurgia), ma una realtà senza angosce, malattie, invecchiamento, divari economici e sociali mi sembra comunque meravigliosa. Certo, qualche difetto ci sarà, ma si parte comunque da una buona base.

Letture estate 2024

In questi mesi estivi mi sono dedciata alla lettura di tre romanzi completamente diversi tra loro.

Il primo, “Miss Foley e il dottor Ballard” di Rebecca Quasi (autrice self) . È ambientato nel passato e racconta la complicata storia d’amore tra una giovane ragazza con poche risorse economiche, ma grandi qualità personali, e un eccentrico medico di periferia. Il secondo romanzo, invece, è di un’autrice più nota, Alice Basso, e si intitola “Il morso della vipera” (romanzo scelto dal mio gruppo di lettura per l’estate). È ambientato nel primo dopoguerra e narra la storia di una ragazza in quel periodo storico, esplorando il suo rapporto con il lavoro, la letteratura e l’amore. L’ultimo romanzo, invece, di genere completamente diverso, è un’opera di fantascienza intitolata “L’ultima battaglia” scritta dal giornalista Aldo Maria Valli. Racconta dell’involuzione della religione cattolica, fino al punto di una ritrovata verità, ormai perduta tra le pieghe del tempo e della tecnologia.Per la prima volta mi trovo a fare una recensione collettiva, poiché nessuno dei tre romanzi mi ha colpito particolarmente.

Il primo, Miss Foley e il dottor Ballard alla lunga, si è rivelato davvero tedioso, irrealistico e scontato. Prolunga inutilmente l’inevitabile e costruisce un dramma amoroso basato sul nulla. Nel complesso un romanzo che anche se ben scritto rivela profondi vizzi di trama e intrdouce elementi del tutto fiabeschi e per nulla probabili.

Il romanzo della Basso, Il morso della vipera è sicuramente il migliore dei tre, ma l’epilogo netto, da episodio di una serie TV, non mi ha convinto. In un romanzo credo si debba almeno tentare l’autoconclusione. Il punto di forza del testo è la ricostruzione storica del periodo, anche se il tipo di scrittura, per quanto scorrevole, risulta a tratti bizzarro e un po’ snervante, con paragoni anacronistici che, sebbene possano essere utili al lettore, spesso diventano ridondanti.Inoltre, la trama è piuttosto debole, basata su motivazioni superficiali e sviluppata attraverso eventi improbabili.

L’ultimo romanzo che ho letto, intitolato “L’ultima battaglia“, è un’opera stranissima. L’autore denuncia il progressivo lassismo della Chiesa cattolica verso la tolleranza interreligiosa, considerata in una luce negativa e descrive la via verso la fine della fede, con una forte nostalgia per il latino e per certi dogmi vetusti. Interessante la ricostruzione futuristica e scorrevole la scrittura, ma non condivido la morale un po’ astratta e contorta che l’autore cerca di trasmettere. In particolare, non mi è chiaro come possa essere possibile che, mentre le altre religioni rimangono invariate, quella cattolica non possa fare lo stesso. Se si fosse trattato di una religione universale unica, avrebbe avuto più senso. Inoltre, l’avvento dell’edonismo, in cui “l’uomo è Dio”, c’è già stato con il mito del superuomo di Nietzsche, quindi non capisco quale sia la novità in questa distopia terrificante. I protagonisti sono una coppia omosessuale, il che mi è sembrato positivo, se non fosse che poi l’autore li sottopone a sofferenze inimmaginabili. Infine, il motto “Dio non osi separare ciò che l’uomo unisce”, sintesi del degrado totale della Chiesa, non mi trova del tutto in disaccordo, poiché credo che l’uomo debba smettere di usare la religione come strumento divisivo e come scusa per fare del male e prevaricare il prossimo. Se ogni uomo di fede perseguisse davvero i valori di pace e amore previsti dalle varie religioni, allora sì che ci sarebbe un a vera rivoluzione. Ma certo, questa è un’altra storia; questa sì che è fantascienza.

Nel complesso pertanto un esatate letteraria fiacca. Speranzosa di imbattermi in letture migliori nei prossimi mesi.

Recensione Inside Out 2

“Inside Out 2″ è il secondo film dell’originalissima saga creata da Disney e Pixar, dove i protagonisti sono le nostre emozioni. Diretto da Kelsey Mann e prodotto da Mark Nielsen, questo seguito vede il ritorno dei personaggi che abbiamo amato nel primo film. La sceneggiatura è stata scritta da Meg LeFauve, che aveva già contribuito al successo del primo capitolo. In questo secondo episodio seguiamo Riley all’inizio di una fase di vita molto complessa: l’adolescenza. Tutto sembra filare liscio per Gioia e il suo team: Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia. Improvvisamente, però, succede qualcosa di anomalo: il misterioso pulsante della pubertà si attiva e scoppia un grande trambusto. Fanno la loro comparsa nuove emozioni: Invidia,Imbarazzo e Noia, capeggiate dalla pimpantissima Ansia. La convivenza tra vecchie e nuove emozioni, però, non inizia nel migliore dei modi.
L’animazione di Pixar, come sempre, è di altissima qualità, con una straordinaria attenzione ai dettagli che rende ogni emozione vivida e riconoscibile. La colonna sonora, composta da Michael Giacchino, aggiunge profondità emotiva a molte scene cruciali, creando un legame ancora più forte con lo spettatore. Un film che cattura grandi e piccini. Ho trovato il secondo più bello del primo e, benché tutti sappiano che le persone sono davvero molto complicate da analizzare, trovo incredibile come il regista sia riuscito a descrivere molto bene come agisce l’Ansia, “prendendo il controllo” al punto da snaturare noi stessi e arrivando a usare contro di noi la nostra stessa immaginazione. Il film, tuttavia, non demonizza mai nessuna delle emozioni, poiché anche quelle negative hanno un loro ruolo e un senso di esistere. Noia è stata rappresentata in maniera esilarante, benché non trovi il nesso che la lega al sarcasmo. Trovo invece che, tra tutte, Invidia non sia molto ben rappresentata e il suo aspetto piccolo e grazioso non rende l’idea della natura negativa di questo sentimento. Un film che, a pochissimi giorni dall’uscita, è già un cult e uno spunto per molti addetti ai lavori nel campo della psicologia per spiegare in maniera semplice, ma non semplicistica, come agisce il nostro io interiore
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Recensione Furiosa : A Mad Max Saga

“Furiosa: A Mad Max Saga” è il prequel del film uscito nel 2015, “Mad Max: Fury Road“, diretto anch’esso da George Miller. Questi film fanno parte di una saga iniziata nel 1979. Tuttavia, essendo trascorsi molti anni tra i primi capitoli e il resto della saga, forse non tutti hanno visto i primi tre film. Il film del 2015, che fece molto parlare di sé grazie alla sua eccellente realizzazione, sembra un’opera autonoma piuttosto che parte di un progetto più ampio. Il prequel racconta la storia di Furiosa (protagonista anche del film successivo) dalla sua infanzia fino all’età adulta. Premetto che parlare di questo film senza fare spoiler è difficile, tuttavia non voglio esimermi poiché la delusione nella visione di questa pellicola è stata notevole. Non capisco come possa esserci la mano dello stesso regista. La fantascienza non è fare le cose a casaccio. Il film è ambientato sulla Terra dopo una serie di eventi catastrofici che hanno portato alla desertificazione del pianeta, un dettaglio che si conosce solo avendo visto “Fury Road”. È assurdo dover dare senso a un prequel solo perché si conosce il sequel. Qui avrebbero dovuto spiegare bene cosa era successo e cosa aveva portato alla situazione attuale. Ad ogni modo, questa è solo la punta dell’iceberg. La storia è ridicola, a partire dalla bambina ninja fino alla ciurma di Dementus che, prima della presa di Gas Town, sembra sopravvivere nel deserto senza acqua, cibo e benzina (considerando che sono motociclisti). Dementus stesso non appare in condizioni fisiche critiche e non sembra esserci un problema di natalità, visto che spuntano motociclisti da ogni parte del deserto. La straordinarietà di Furiosa di essere cresciuta in una “terra di abbondanza” non sembra essere così visibile, visto che, una volta fuggita, nessuno si accorge di lei. Teoricamente tutta la popolazione dovrebbe essere malata o mutilata, ma a parte i membri del consiglio di Immortal Joe e pochi membri del gruppo di Dementus, gli altri sembrano in condizioni fisiche normali. La storia d’amore avrebbe potuto essere molto più sviluppata e non solo accennata. Inoltre, i personaggi sono tutti piatti, non si parla del loro passato e spesso sono confusi nella moltitudine di inutili comparse. Per quanto riguarda il cast, l’unico che ha dato una performance significativa è stato Chris Hemsworth nel ruolo di Dementus. Credibile benché non memorabile Tom Burke nel ruolo di Praetorian Jack. Invisibile Anya Taylor-Joy nel ruolo di Furiosa che non assomiglia neanche lontanamente a Charlize Theron, che interpreta il medesimo personaggio nel capitolo successivo. In sintesi, un film che non serviva, che non aggiunge nulla al sequel, anzi, se mai fa sorgere dubbi sulla coerenza interna dell’intera saga.

Recensione IF

“IF” è un film per bambini diretto e scritto da John Krasinski che narra la transizione dall’infanzia all’età adulta attraverso Bea, interpretata da Cailey Fleming. Ryan Reynolds, nonostante sia un celebre divo di Hollywood, non brilla particolarmente in questo film. Il punto di forza risiede nell’originalità della trama che, trattando temi di lutto e crescita, evidenzia come l’immaginazione e l’apertura emotiva non abbiano età. Il film è un invito a non abbandonare mai il mondo della fantasia, preservando con tenacia il nostro fanciullo interiore e i suoi sogni, per quanto astrusi e bizzarri siano.