Questo è quello che definisco il classico film da incassi, fatto solo per tirare su qualcosa al botteghino, cast con attori sulla cresta dell’onda, uno scorcio di trama ed effetti speciali (usati pure male). Oltre alla prestanza fisica di Alexander Skarsgård e alla bellezza di Margot Robbie, non c’è nulla da vedere. Tutto inverosimile, prevedibile e scontato. Effetti speciali super digitalizzati che vanno a snaturare anche le fattezze dei protagonisti che in alcune scene paiono dei putti asessuati. C’era d’aspettarselo pensando al trailer ma David Yates poteva fare decisamente meglio. Sconsigliato, la sola avvenenza della coppia protagonista non vale i 110 minuti di durata della pellicola.
Il film è l’adattamento cinematografico del ciclo di romanzi scritti da Nancy Springer, che vedono come protagonista la sorellina sedicenne di Sherlock Holmes. Si tratta di un film per adolescenti che tuttavia può allietare la serata anche ad un pubblico adulto. La trama è ben strutturata e cerca di riprodurre il modello a enigmi e deduzioni tipico del ciclo di Doyle. Molto belle le ricostruzioni, gli abiti e ben assortito il cast. Ho trovato particolarmente talentuosa la giovane protagonista, Millie Bobby Brown, conosciuta dal grande pubblico grazie ruolo di 11interpretato nella serie Stranger Things. Trovo che la sua interpretazione brillante e sicura, unita alla tecnica registica di far parlare il personaggio direttamente allo spettatore valga l’ottima riuscita della pellicola.
Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria è un film d’animazione cino-statunitense diretto da Glen Keane e John Kahrs. Racconta la storia della piccola Fei Fei che dopo aver perso prematuramente la madre a cui era molto legata trova la forza di andare avanti grazie al un buon rapporto con il padre e all’attività commerciale di famiglia. Le cose tuttavia cambiano quando l’uomo decide di risposarsi. Fei Fei cresciuta con il mito della romantica e struggente storia d’amore di Chang’e, la Dea della luna, architetta un piano per ricordare al padre l’unicità del vero amore. In realtà la trama è davvero male organizzata. Il mito della dea Chang’e è raccontato malamente, non riuscendo così a trasmettere alcuna emozione. L’idea di Fei Fei di provare l’esistenza della Dea per convincere il padre a non risposarsi appare senza senso. Fare un film fantastico inoltre non significa fare le cose a caso o rendere tutto lecito, bisogna comunque mantenere una coerenza interna e possibilmente spiegare il più possibile il mondo immaginario che si va a creare. In questa storia i personaggi sono appena accennati e le vicende vanno veloci come la pallina impazzita di un flipper, al punto da non capirci nulla. La famigerata Dea della luna Chang’e è inutilmente fastidiosa e orribilmente superficiale. Vi è un’assoluta ridondanza di personaggi e soprattutto non restano impressi nomi e scopi. Tutto è molto confuso. L’evoluzione stessa dei personaggi è improvvisata e ingiustificata. Ovviamente la morale sbuca fuori come un coniglio dal cilindro, per pura magia. Credo pertanto che questo film sia adatto giusto ai bambini piccoli poiché di bello ci sono solo le immagini colorate e la simpatia mal sfruttata di Chin (probabile fratellastro di Fei Fei).
L’insostenibile leggerezza dell’essere racconta le vicende che vedono come protagonisti quattro personaggi: Tomáš , Tereza, Sabina e Franz.Ad oggi non ho mai trovato un autore che scavi così in profondità nella psiche dei suoi personaggi al punto da chiedersi se sia verosimile che qualcuno abbia una tale consapevolezza dei “traumi” che governano le proprie azioni. Amaramente Kundera ci ricorda più volte che i suoi personaggi non esistono, pertanto è ragionevole pensare che la loro consapevolezza derivi proprio da questo. Io personalmente non ho gradito per nulla questi bruschi ritorni alla realtà in cui ci si limita a disquisire di filosofia. Stupefacente per contro la caratterizzazione del periodo storico in cui il romanzo è ambientato. Qui vi si tocca qualcosa di reale, qualcosa che immagino l’autore abbia sofferto per primo, qualcosa da cui non si discosta mai lo sguardo e cioè l’amara verità su com’era la vita nei paesi comunisti di fine anni ’70. Un altro aspetto che mi ha impressionata positivamente è come Kundera sia riuscito a mostrare con chiarezza come le medesime cose abbiano significati totalmente diversi a seconda dell’attore protagonista. Per Kundera non si nasce unici ma è il peculiare vissuto di ciascuno a generare l’unicità.Un altro messaggio rilevante del testo è che spesso siamo noi stessi a imporci un modello interiore utopico, molto lontano della realtà, spesso irrealizzabile, che alla lunga causa sofferenza e frustrazione. L’ultima parte del testo dedicata al rapporto tra gli uomini e gli animali tocca temi molto attuali al punto di aver raggiunto oggi un paradosso ovvero grande disperazione per la perdita di una bestiola e talvolta completa indifferenza per la perdita di vite umane.
Film erotico polacco distribuito con grande clamore sulla piattaforma Netflix. Racconta la storia di un boss mafioso italiano che rapisce una ragazza allo scopo di farla innamorare di lui nell’arco di un anno. La storia è ispirata al romanzo erotico dell’autrice Blanka Lipińska. Sebbene l’osare e ostentare è spesso sintomo di coraggio narrativo, il saper dosare è un’arte essenziale. La trama è così banale e irrealistica che la parte predominante sono le esplicite e ridondanti scene di sesso, che fanno sembrare il film in tutto e per tutto un porno. I personaggi incarnano in maniera elementare i cliché del desiderio classico di genere. Per le donne un lui di potere, autoritario e avvenente. Per gli uomini, una lei piccola e graziosa, determinata e combattiva, ma che in fondo non aspetta altro che essere domata e accudita da un uomo di carattere. Che poi lui sia un boss mafioso ricade nel cliché che l’Italia sfortunatamente porta con sé all’estero. Ogni aspetto della trama è un tripudio di pregiudizi e di una visone molto superficiale e stereotipata del nostro paese, tipica di un film straniero ambientato nei nostri territori. Prepotente la marcata impronta maschilista, cosa che a parole dovrebbe indignare in qualche maniera il pubblico femminile, ma che probabilmente intimamente soddisfa desideri e pulsioni che è meglio non confessare apertamente. Il bello di essere desiderati tanto ardentemente sembra che nei fatti sfati ogni buon proposito d’indipendenza ed emancipazione. Gli unici aspetti degni di nota sono gli scenari e la sensuale presenza di Michele Morrone, nuovo sex symbol Italiano, per il resto una visone peggiore di 50 sfumature di grigio di cui 365 giorni sembra una versione semplificata e più esplicita. Detto questo non mi stupisce il successo ricevuto dalla pellicola, poiché ciò che è sconcio e sopra le righe attira sempre.