Recensione di Dune un film di Denis Villeneuve

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Dune è tratto dal romanzo di fantascienza omonimo scritto da Frank Herbert nel 1965, testo che ha influenzato le produzioni di genere negli anni a venire, in primis Star Wars. Non sapendo gli antefatti si potrebbe credere che il film sia un patchwork variegato di cose già viste, con elementi Steampunk uniti a un assetto medievaleggiante. La realtà è che fu Herbert a inventare molti scenari poi riutilizzati in altri contesti narrativi, persino la recente serie spin off The Mandalorian, con il suo culto ricorda molto quello delle streghe Bene Gesserit. La storia di per sé è complessa e avvincente, un mondo nuovo, una famiglia nobile gli Atreides con un incarico che sembra un dono ma che nasconde numerose insidie. Un giovane erede al titolo, insicuro, pallido ed emaciato che vorrebbe fare di più per la sua casata. Torbidi segreti, circondano la sua nascita e pesante aleggia su di lui una profezia, che lo vedrebbe come il messia (Matrix) che salverà il popolo di Arrakis. Il cast è preparato, l’attrice che mi ha colpito di più è Rebecca Ferguson nel ruolo della madre di Paul. Il protagonista, intrepretato da Timothée Chalamet, in certe scene mi è sembrato forzato, per non parlare della tanto acclamata Zendaya al festival di Venezia, che di fatto in questo episodio regala solo belle inquadrature. Gli scenari, i costumi e gli effetti speciali sono molto curati. Per quello che riguarda la sceneggiatura, ci sono dei punti in cui ci si perde. Molto sfruttato l’uso ripetuto di colpi di scena, che rende la pellicola avvincente, tuttavia vi è un’esagerazione in certe sequenze che lo rendono poco plausibile. Nel complesso ci sono ottime premesse per questa saga, che ritorna ancora a far parlar di sé dopo 56 anni, prendendosi nuove lodi. Frank Herbert per la sua opera ha vinto tutto ciò che poteva vincere e certamente non ha bisogno di un revival postumo, tuttavia l’originalità e la complessità del suo testo meritano di restare in vita anche per le generazioni contemporanee. La fantascienza, soprattutto in Italia è ancora un genere minore, benché vi sia una vivace produzione, soprattutto di testi che mixano tra fantasy e fantascienza. Questi colossal hanno il merito di gettare una luce verso questo ramo narrativo che per il bel paese è classificato ancora come genere per ragazzi. Più di questo non posso dire poiché i film a puntate lasciano sempre un po’ d’insoddisfazione, abituati oggi come oggi allo streaming che permette di godere di serie ben fatte con episodi subito disponibili, tuttavia resta una buona scusa per tornare al cinema.

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Recensione di Cruella

Sono molteplici le pellicole che tentano di spiegare la genesi del male, per la Disney mi torna alla memoria Maleficent, per la Marvel c’è l’imbarazzo della scelta. A prescindere comunque dal cattivo c’è sempre il non trascurabile dettaglio del raccordo con il suo futuro, noto e immutabile. Devo dire che il regista, Craig Gillespie, ha fatto un lavoro molto interessante, non era facile rendere plausibile e in qualche misura amabile un personaggio tanto spregevole, superficiale e spietato come Cruella de Vil. Emma Stone è stata molto brava, l’ho adorata e in qualche misura il risentimento verso questo personaggio è venuto meno. Il problema tuttavia è questo, nella Cruella della Stone c’è una profondità, c’è del buono, vi è la visione di un sogno e molto impegno per realizzarlo. Il voler far diventare questa Cruella il folle personaggio interpretato nel film la Carica dei 101 da Glenn Close è una forzatura, come lo è voler a tutti i costi creare connessioni con altri personaggi, a partire da Anita Darling (qui inspiegabilmente giornalista, ex compagna di scuola e di colore) a finire con il profondo rapporto di fratellanza con i famigerati scagnozzi. Nei fatti tutto il film cerca di infilare personaggi ben strutturati, tra luci e ombre, in qualcosa di piatto e monocromatico. Non vi sono evidenze che questa Cruella possa nei fatti diventare quella che conosciamo a differenza della Baronessa, una degna Cruella alla Glenn Close, con uno spessore interiore ed emotivo nullo e un egocentrismo e un cinismo assoluto. Persino il ruolo dei cani, che ovviamente sono centrali in questa storia, è simpatico e positivo e Cruella non odia gli animali poiché uno dei suoi migliori amici è proprio un cagnolino e persino i malvagi dalmata di questa pellicola si riscattano non dando al personaggio nessun vero motivo per odiarli. Nel complesso un film che mi è piaciuto molto ma che a mio avviso tenderebbe a un sequel diverso.

Recensione di Biohackers

Ultimamente su Netflix mi sto imbattendo in serie che mi lasciano davvero perplessa. Qui siamo in Germania, i protagonisti bellocci e brillanti dibattono tra loro come scienziati navigati pur essendo semplici matricole, in un’università che vorrebbe studenti già imparati. Tutto questo comunque seppur rompa in mille pezzi la sospensione d’incredulità non è nulla a confronto dell’evolversi delle vicende, improbabili, assurde e allucinanti in un crescendo che raggiunge l’apoteosi nel finale di stagione. Io non sono una scienziata e mi sembra assurdo già così, mi piacerebbe sapere che ne pensa un vero scienziato. Mettendo da parte l’effetto del comico paradosso che ha reso la visione perlomeno divertente, sconsiglio vivamente la serie. La fantascienza non è inventare storie improbabili e assurde, ma creare plausibilità in qualcosa che ancora non esiste. Questo tipo di prodotto rovina l’immagine del genere, che se ben fatto può essere appassionante e illuminante.

Recensione di “1984” di George Orwell

1984 è un classico della letteratura, un testo che ha saputo far parlare di sé e dei suoi contenuti profusamente. A prescindere dal fatto che le previsioni apocalittiche dell’autore in Europa non si siano verificate vi sono comunque degli elementi che in qualche maniera si ravvedono in tempi attuali. I totalitarismi del resto mirano ad eliminare il dissenso con tutti gli strumenti a disposizione, che siano di destra o di sinistra. In 1984 le risorse usate a tal scopo sono molteplici, rendendo nei fatti la vita un vero incubo, in cui la sola forma di libertà è la morte. Un mondo quello di 1984 dove non c’è oggettività, dove il tempo non esiste e i fatti sono manipolabili a piacimento del partito. Fa attorcigliare lo stomaco parlare di culto dell’odio, esaltazione della violenza e negazione dei sentimenti, tra cui l’amore. Una realtà senza anima, senza pace, fredda e sterile. Immagino che aver vissuto in tempi di guerra abbia influenzato molto Orwell nella stesura di questo testo. Il GF del partito, è nei fatti un Dio alternativo e più che un credo politico quello di cui si parla in 1984 è un culto occulto. Ho trovato la lettura scorrevole, benché non sia un testo adrenalinico l’autore ha trovato il modo di renderlo interessante. Di Orwell ho apprezzato tuttavia maggiormente La fattoria degli animali, che nei suoi contenuti resterà sfortunatamente sempre d’attualità.

Recensione del film Minari

Come tutti sanno le sale cinematografiche sono state chiuse per più di un anno e ritornarci è stato bello! Il film tuttavia non ha reso onore a un evento così speciale. La storia è molto lenta e noiosa. Vengono messe in luce delle realtà poco conosciute, come il mestiere del sessatore di pulcini e teoricamente le difficoltà di una famiglia migrante in America, con il famoso sogno di benessere e prosperità. Nei fatti però tutto questo non si vede, non è nemmeno possibile comprendere chiaramente la routine di questa scapestrata famiglia, chiusa e nazionalista. Talvolta il Jacob Yi sembra oberato di lavoro nella ditta di polli, però al contempo riesce a dedicarsi all’impegnativa attività di agricoltore. Si evince che la famiglia nei fatti non è povera, ma si trova in questa situazione per le ambizioni di Jacob. Il rapporto tra Monica Yi e la madre sembra molto forte ma poi una volta che la donna è presente non viene approfondito minimamente, doveroso a mio avviso vista la natura controcorrente della nonna. Gli eventi sono spesso surreali, non è chiaro perché i bambini non vadano a scuola (dopotutto siamo in America) e il grande campo agricolo di Jacob viene coltivato solo da lui e da un bizzarro individuo che forse non viene nemmeno pagato. Il legame fra nonna e nipote che vorrebbe mettere in luce la pellicola, proprio sul più bello viene soffocato conducendo a un epilogo che non mi ha convinto del tutto. Il cast nel suo complesso mi è sembrato spento e demotivato, privo di carattere e presenza scenica, solo il piccolo Alan Kim è l’unico ad avermi emozionata.

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