Recensione del film Minari

Come tutti sanno le sale cinematografiche sono state chiuse per più di un anno e ritornarci è stato bello! Il film tuttavia non ha reso onore a un evento così speciale. La storia è molto lenta e noiosa. Vengono messe in luce delle realtà poco conosciute, come il mestiere del sessatore di pulcini e teoricamente le difficoltà di una famiglia migrante in America, con il famoso sogno di benessere e prosperità. Nei fatti però tutto questo non si vede, non è nemmeno possibile comprendere chiaramente la routine di questa scapestrata famiglia, chiusa e nazionalista. Talvolta il Jacob Yi sembra oberato di lavoro nella ditta di polli, però al contempo riesce a dedicarsi all’impegnativa attività di agricoltore. Si evince che la famiglia nei fatti non è povera, ma si trova in questa situazione per le ambizioni di Jacob. Il rapporto tra Monica Yi e la madre sembra molto forte ma poi una volta che la donna è presente non viene approfondito minimamente, doveroso a mio avviso vista la natura controcorrente della nonna. Gli eventi sono spesso surreali, non è chiaro perché i bambini non vadano a scuola (dopotutto siamo in America) e il grande campo agricolo di Jacob viene coltivato solo da lui e da un bizzarro individuo che forse non viene nemmeno pagato. Il legame fra nonna e nipote che vorrebbe mettere in luce la pellicola, proprio sul più bello viene soffocato conducendo a un epilogo che non mi ha convinto del tutto. Il cast nel suo complesso mi è sembrato spento e demotivato, privo di carattere e presenza scenica, solo il piccolo Alan Kim è l’unico ad avermi emozionata.

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Recensione “La fragilità delle certezze” un romanzo di Raffaella Silvestri

Il romanzo di Raffaella Silvestri mi ha colpito moltissimo, così come l’analisi peculiare dei suoi personaggi e della cornice in cui la storia è ambientata. Milano non è solo un palco muto, ma in maniera silenziosa contamina e condiziona la storia. Una città natale difficile, una madre bella all’apparenza ma indifferente ed esigente, che osserva l’infanzia di Anna, mediamente agiata, carica di grandi aspettative per il futuro. Scruta la sua famiglia, così dedita al lavoro e assiste all’epoca di quella media borghesia dove non c’è spazio per l’arte, dove non c’è tempo né energia per null’altro che non produca un reddito sicuro e immediato. Un mondo in cui Anna si trova a galleggiare quando la bolla economica positiva del nostro paese sta per sgonfiarsi, silenziosa e lenta. Una realtà fatta di molte solitudini e vuoti insanabili, di una costante corsa verso un’eccellenza irraggiungibile e pervasa da un perenne senso di inadeguatezza. Anna vuole creare qualcosa di nuovo, qualcosa d’importante e così fonda la sua Start Up, un progetto che non renda vani i suoi studi e che punti verso il miglioramento generazionale. In questa impresa coinvolge il suo unico vero amico Marcello e il brillante Teo, tutto ciò che Anna non è e intimamente vorrebbe essere: rampollo di una società di moda nato per il successo, sicuro ed elegante nei movimenti, accurato nelle parole e nella gestione delle emozioni. Non vi è spazio ed energia per dei veri e propri affetti nel già pesante mestiere di vivere e nemmeno per l’amore, tanto bello nell’immaginazione ma così deludente ed effimero nella realtà. In questo contesto si sviluppano le diverse vicende, svelando il passato dei personaggi che come una maledizione condiziona il presente e tinge come un manto oscuro e nebuloso il futuro. Una lettura che consiglio, soprattutto ai miei coscritti che credo possano ritrovarsi tra queste pagine.

Recensione Mindhunter

Mindhunter è una serie televisiva statunitense del 2017, basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas. Una telefilm molto ben fatto, che parla di personaggi reali e dei passi iniziali che sono stati fatti per creare l’attuale sistema di classificazione dei Serial Killer, sviluppando così tecniche per anticipare e fermare gli assassini seriali. Non è una serie adrenalinica, per alcuni potrebbe risultare addirittura noiosa, io tuttavia l’ho trovata affascinate. Gli attori sono molto bravi, soprattutto alcuni secondari come Cameron Britton nei panni del killer delle studentesse, Edmund Kemper. Trovo molto interessante anche l’impatto che il tipo di lavoro ha sui protagonisti diventando soprattutto per Ford e Tench un ossessione che stravolgerà le loro vite prendendo il sopravento su tutto.

Recensione di Cecità di Josè Saramago

Improvvisamente gli esseri umani vengono infettati da uno strano morbo, il mal bianco, che causa una completa cecità in chi ne è colpito. L’autore immagina l’evolversi della vita di alcuni dei primi malati durante la quarantena forzata imposta dal governo. Il mal bianco di per sé non porta alla morte, ma lo fa l’incapacità di destreggiarsi nel mondo senza il senso più utilizzato dall’uomo, la vista. Una cecità generale che creerà panico e disorganizzazione, facendo venire meno anche le più basiche norme di cura della persona. Non mi dilungo oltre poiché l’opera di un autore noto come Saramago non necessità di tanti preamboli. Vi è una critica sferzante verso l’umanità e il sistema sociale al punto da depersonalizzare i protagonisti, non vengono usati nomi propri ma i personaggi sono indicati con aggettivi o con i mestieri che svolgevano prima del morbo. Uomini e donne con un passato ormai poco significante, senza identità. Una realtà estrema e selvaggia che nell’esasperazione delle vicende rivela l’egoismo umano, la deliberata crudeltà come l’innato senso di sopravvivenza di alcuni. Cecità è un romanzo originale e brillante, tuttavia non ho trovato altrettanto funzionale lo stile pesante e vetusto per un romanzo scritto nel 1995, troppo spesso inutilmente aulico e filosofico, dispersivo e ridondante. L’assenza inoltre di veri e propri dialoghi sfocia in un testo troppo fitto in cui si può facilmente perdere il filo.

Recensione l’Isola delle Rose un film di Sydney Sibilia

Il film s’ispira alla storia vera di Giorgio Rosa, un ingegnere romagnolo che per riconquistare la sua ex fidanzata, decide di costruire al largo delle coste di Rimini un’isola di metallo con l’ambizioso progetto di renderla uno stato indipendente, non soggetto alle leggi italiane. Ho visto il film diverse settimane fa pertanto molti dettagli mi sono sfuggiti, tuttavia ci tengo a parlare di questa pellicola poiché l’ho apprezzata molto. Sydney Sibilia ha fatto un egregio lavoro, curando i dettagli del periodo storico con maestria e imbastendo una storia ironica, divertente e coinvolgente. Il cast molto ben assortito con Elio Germano al timone, ormai un vero esponente del buon cinema italiano. Bello inoltre vedere finalmente approdare sulla piattaforma internazionale Netflix produzioni nostrane che se fatte con questa attenzione non hanno nulla da invidiare a quelle di altri paesi.