Recensione di “Messia di Dune”

Messia di Dune racconta l’evolversi delle vicende già viste in Dune e l’ascesa al potere di Paul, a 12 anni dai fatti narrati nel primo libro. Non voglio entrare nel merito della trama poichè rovinerei il bello della lettura, posso affermare però che per l’autore la saga di Dune è qualcosa di più che un romanzo di mero intrattenimento bensì un espediente per lanciare un messaggio. Per Herbert ciò che coincide con l’utopia umana è la fine della civiltà stessa, solo le popolazioni che vivono al limite della soppravvivenza riescono a coesistere in armonia con l’ambiente circostante e coglierne i delicati meccanismi ecologici. Per questo i Fremen sono evidentemente i prescelti e Paul sarà costretto ad affrontare il conflitto incocigliabile tra l’essere il giovane duca o Usul. Seppur non abbia compreso tutte le scelte dell’autore, trovandomi talvolta smarrita nella lettura e in altre circorstanze perfino annoiata, ho trovato fantasiosa seppur tardiva l’introduzione del Bene Tleilax. Per chiudere ritengo che Herbert abbia il raro dono di dipingere con le parole, le descrizioni sono puntuali e vivide e persino l’epilogo per quanto mi lasci sgomenta ha un che di profondamente poetico ed epico.

“Non è possibile far la politica con l’amore. Alla gente l’amore non interessa, porta con sé troppo disordine. Preferiscono il dispotismo. La troppa libertà genera il caos. E noi non possiamo permettere che ciò accada, non è vero? E come possiamo rendere piacevole il dispotismo? “

cit. Messia di Dune ~ Frank Patrick Herbert

“I cuori di tutti gli uomini vivono dell’identica solitudine” Cit. Messia di Dune

Recensione Encanto

Encanto è un film d’animazione Disney diretto da Byron Howard e Jared Bush. Racconta la storia di Mirabel e della sua famiglia a cui il destino ha donato una casa magica e poteri straordinari. La Disney sta abbandonando il personaggio vetusto della principessa, per concentrarsi su figure sempre più indipendenti e resilienti, capaci malgrado le difficoltà non solo di salvarsi da sole ma di aiutare anche gli altri. In Encanto in particolare viene elogiata la straordinarietà dell’essere normali in una famiglia dove tutti sono un prodigio. Se il messaggio che vorrebbe portare con sè è meraviglioso e attuale, ho trovato mal organizzato l’assetto narrativo che prevede l’esposizione di punti cruciali della trama attraverso le canzoni. Solitamente le canzoni dei classici Disney sono un rafforzativo di qualcosa che si è già capito con chiarezza, procedendo in questo modo i personaggi secondari, troppi e privi d’introspezione, appaiono sfumati e marginali. Nel compesso quindi la trovo una fiaba carina, con interessanti e nuovi spunti di riflessione, ad esempio l’influenza negativa che può avere la famiglia d’origine o la necessità di essere utili al sistema per sentirsi in pace con se stessi, ma non posso dire che mi abbia appassionato o coinvolto come è capitato in pellicole come Coco od Oceania.

Don’t Look Up

Don’t Look Up è arrivato come un uragano e con un cast super stellato da far accapponare la pelle. Non ho aprezzato per nulla il personaggio di Janie Orlean (interpretato da Meryl Streep) poichè non c’è mai stato un presidente degli Stati Uniti donna e presentarne uno di questo tipo non fa fare una bella figura al genere prima ancora di averne l’opportunità. Gli altri personaggi non sono di spessore, gli unici con buoni momenti sono solo il Dott. Randall Mindy (Leonardo di Caprio) e il dott. Clayton (Rob Morgan). La Lawrence è sempre abbastanza apatica e deludente tanto che Timothée Chalamet in un ruolo minore brilla al suo fianco. Alla luce di questo si poteva benissimo puntare su un cast di più basso profilo senza a mio avviso impattare sul risultato finale. Se si considera il film da un punto di vista estremamente caricaturale, si possono cogliere moniti e messaggi condivisibili: Adam McKay fa un’analisi spregevole e drammatica dell’umanità, invasata dalla tecnologia, dal potere e succube del denaro, talmente superficiale da risultare demente, brillante solo all’apparenza, incapace di ragionamenti profondi, priva di emotività, condizione che si aggrava se si considerano figure di alto rango sociale. Il mix di questi ingredienti fa sì che coloro ai cui spetta prendere le decisioni importanti siano talmente narcisisti e teocratici da non vedere null’altro che loro stessi in un egoismo rettiliano e involutivo. Ogni cosa tuttavia appare così accattivante e seducente da contagiare anche il più mite degli uomini lasciando impotenti e alienati coloro che resitono. Pertanto se ogni azione ha le sue conseguenze l’umanità si merita ciò che accade. Il vero dramma tuttavia è che i potenti non hanno nemmeno più l’acutezza di cogliere il pericolo di questo gioco a somma zero anestetizzati dalla loro stessa imbecillità.

Recensioni di “Le notti di Salem”

Le notti di Salem è il secondo romanzo scritto da King nel 1975. Ispirandosi al Dracula di Bram Stoker, l’autore traspone l’arrivo di un temibile vampiro nel placido paese immaginario di Salem’s Lot. Un gruppo di increduli e improbabili cacciatori si ritrova a fronteggiare il terribile mostro. Devo ammettere che sono rimasta abbastanza delusa da questo testo, bechè molto colpita e affascinata dal livello di dettaglio che l’autore utilizza nel descrivere la vita dei suoi personaggi e le ambientazioni. Tuttavia una storia per poter appassionare deve essere accattivante, serve di più che qualche mostro stereotipato da quattro soldi, soprattutto se si parla di narrativa e non di cinema.
Il vampiro in particolare, si presta per essere un antagonista di spessore, crepuscolare e malvagio, ma anche pregno di passionalità. In questo testo ciò non succede poichè il signore oscuro di King è evanescente, un concentrato di puro male che lo colloca in un territorio apatico, monodimensionale. Inoltre la storia scorre lenta e risulta piatta e prevedibile, tanto da arrivare all’apice del climax annoiata, incapace di provare il minimo terrore a dispetto del susseguirsi di avvenimenti truculenti. In sintesi ho trovato il romanzo stilisticamente eccellente ma privo d’anima, il più classico dei prodotti commerciali.

Recensione di Diabolik 

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Ispirato all’omonimo fumetto nato dalla fantasia delle sorelle Angela e Luciana Giussani, il film si focalizza sull’incontro della coppia più famosa del noir italiano. Nel complesso vi sono moltissime sequenze improbabili, talvolta anche ridicole, tuttavia i personaggi principali, Eva, Diabolik e l’ispettore Ginko sono interpretati molto bene dai rispettivi attori. Miriam Leone é semplicemente perfetta nel ruolo di Eva Kant, lo stesso vale per l’imperscrutabile Luca Marinelli nei panni del famigerato Diabolik. Ho spesso notato nei film nostrani una sorta di artificiosità nella recitazione che rende tutto poco fluido, devo ammettere però che questo succede molto meno nella pellicola dei Manetti Bros. Nel complesso ho apprezzato questo film che mi ha indotto a cercare notizie sulla nascita di questo personaggio così cinico e spietato. Ho scoperto così che Diabolik nasce nel 1962 raggiungendo nel breve tempo un grande successo e diventando precursore del genere noir. Una bella soddisfazione avere un filone tutto nazionale che non ha nulla da invidiare a produzioni estere, ma che nel caso specifico è stato frutto d’ispirazione.