

Questo è il romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, un’autrice che ha fatto parlare di sè arrivando persino a essere tra i candidati al premio Strega con il romanzo Bella mia e vincendo diversi premi importanti con quasi ognuno dei suoi testi. Detto questo, devo dire che questo piccolo ma intenso romanzo mi ha messa in difficoltà, tutt’ora non so dire se mi è piaciuto o se ne ho colto il senso. A mio avviso rientra in quella che viene considerata la letteratura “saputa”, che parla di cose modeste in modo aulico e che alterna prosa a poesia. In molti punti mi sono persa e lo stile continuo senza dialoghi in alcune fasi mi è un pò pesato. Il testo mi ha ricordato lo stile usato da Teresa Ciabatti in Sembrava bellezza, ricco di flussi di coscienza pesanti e brutali. Non nego che ci siano contenuti di spessore e credo che l’autrice meriti il suo successo, avvenuto tra l’altro in tarda età, altro elemento che me la rende simpatica, poichè in contrasto a quanto dice King in On writing qualche eccezione per fortuna c’è. Le pagine di Donatella mi hanno fatto pensare ai racconti d’infanzia di mio padre, a quella vita rurale, ignota e surreale per la gente di città. Una realtà regolata dalle stagioni, dalle colture e dall’allevamento degli animali, in cui sgozzare un maiale e spennare un pollo per mangiare è più che normale oggi come allora. Un testo che mi ha emozionato e in certe fasi anche angosciato e benchè la lettaratura ha questo scopo avrei preferito in questo periodo qualcosa di diverso, più un’evasione che un’invasione com’è poi accaduto.
