Recensione di Euphoria

Euphoria è una serie statunitense che vede come protagonista e voce narrante Rue Bennett interpretata da Zendaya. Sam Levinson, l’ideatore vuole probabilmente denunciare il declino della società moderna, che nell’estenuante lotta verso successo e rispetto sociale, plasma individui sociopatici e narcisisti incapaci di cooperare tra loro, che mente per sopportare un tale carico di aspettative, fa uso di droghe, alcolici, e psico farmaci già in tenera età. Il cast non è male tuttavia non mi unisco al plauso per il grande talento di Zendaya, la sua interpretazione mi è parsa anonima e monocorde, si scorgono a stento i periodi in cui la ragazza è drogata da quando è pulita. Il personaggio è quasi caricaturale e in questo modo banalizza sia la malattia psichiatrica che la tossicodipendenza. Spiccano altri personaggi, come Jules Vaughn (Hunter Schafer) che interpreta una ragazza transgender, capace di conquistare con il suo atteggiamento dolce, eccentrico ed impacciato, ma certamente non stiamo parlando dell’angelo di Rue, poichè anche il personaggio di Jules fa uso di alcolici, stupefacenti e ha uno strano rapporto con la sessualità. Nate Jacobs (Jacob Elordi) è probabilmente il personaggio più interessante, una sorta di teen American Psyco, che ovviamente non è da prendere a modello ma è centrale nello svolgersi delle vicende. L’unico personaggio con un minimo di equilibrio è quello di Lexi Howard, che pur restando nell’ombra è il germe della speranza per le nuove generazioni. Improbabile se non assurdo il duo di spacciatori, Fezco e Ash, dubito che si possa prendere un bambino da una mamma tossica e tenerselo come proprio a titolo di pagamento. Grandi assenti se non nocivi sono i genitori, che alleggiano sullo sfondo dando carta bianca completa ai loro figli. Non so se questo quadro possa essere davvero plausibile o credibile. Le due stagioni sono nel complesso davvero impegnative e non adatte al pubblico a cui dovrebbero essere destinate, trovo inoltre che la serie non aggiunga nulla a prodotti simili con sviluppi più costruttivi e interessanti.

Recensione di Dune un film di Denis Villeneuve

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Dune è tratto dal romanzo di fantascienza omonimo scritto da Frank Herbert nel 1965, testo che ha influenzato le produzioni di genere negli anni a venire, in primis Star Wars. Non sapendo gli antefatti si potrebbe credere che il film sia un patchwork variegato di cose già viste, con elementi Steampunk uniti a un assetto medievaleggiante. La realtà è che fu Herbert a inventare molti scenari poi riutilizzati in altri contesti narrativi, persino la recente serie spin off The Mandalorian, con il suo culto ricorda molto quello delle streghe Bene Gesserit. La storia di per sé è complessa e avvincente, un mondo nuovo, una famiglia nobile gli Atreides con un incarico che sembra un dono ma che nasconde numerose insidie. Un giovane erede al titolo, insicuro, pallido ed emaciato che vorrebbe fare di più per la sua casata. Torbidi segreti, circondano la sua nascita e pesante aleggia su di lui una profezia, che lo vedrebbe come il messia (Matrix) che salverà il popolo di Arrakis. Il cast è preparato, l’attrice che mi ha colpito di più è Rebecca Ferguson nel ruolo della madre di Paul. Il protagonista, intrepretato da Timothée Chalamet, in certe scene mi è sembrato forzato, per non parlare della tanto acclamata Zendaya al festival di Venezia, che di fatto in questo episodio regala solo belle inquadrature. Gli scenari, i costumi e gli effetti speciali sono molto curati. Per quello che riguarda la sceneggiatura, ci sono dei punti in cui ci si perde. Molto sfruttato l’uso ripetuto di colpi di scena, che rende la pellicola avvincente, tuttavia vi è un’esagerazione in certe sequenze che lo rendono poco plausibile. Nel complesso ci sono ottime premesse per questa saga, che ritorna ancora a far parlar di sé dopo 56 anni, prendendosi nuove lodi. Frank Herbert per la sua opera ha vinto tutto ciò che poteva vincere e certamente non ha bisogno di un revival postumo, tuttavia l’originalità e la complessità del suo testo meritano di restare in vita anche per le generazioni contemporanee. La fantascienza, soprattutto in Italia è ancora un genere minore, benché vi sia una vivace produzione, soprattutto di testi che mixano tra fantasy e fantascienza. Questi colossal hanno il merito di gettare una luce verso questo ramo narrativo che per il bel paese è classificato ancora come genere per ragazzi. Più di questo non posso dire poiché i film a puntate lasciano sempre un po’ d’insoddisfazione, abituati oggi come oggi allo streaming che permette di godere di serie ben fatte con episodi subito disponibili, tuttavia resta una buona scusa per tornare al cinema.

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