La valle dell’Eden: il passato pesa, ma non decide chi siamo

La valle dell’Eden è una miniserie statunitense del 2026, composta da sette episodi e tratta dal celebre romanzo di John Steinbeck. L’adattamento è firmato da Zoe Kazan, mentre nel cast troviamo Florence Pugh, Christopher Abbott, Mike Faist, Hoon Lee, Ciarán Hinds, Joseph Zada e Joe Anders. Questa serie mi ha colpita molto più di quanto immaginassi. È una storia tragica, spesso brutale e profondamente disincantata. Al centro della storia troviamo i fratelli Adam e Charles Trask, cresciuti da un padre rigido e ossessionato dalla carriera militare. L’uomo decide della vita dei figli senza tenere conto delle loro inclinazioni e, in un’epoca in cui l’obbedienza al patriarca era quasi sacra, i due ragazzi si ritrovano incastrati in vite che non li rendono felici. Dopo molti anni e la morte del padre, i due fratelli si ritrovano, ma il loro già precario equilibrio viene turbato dal ritrovamento, nella loro proprietà, di una giovane donna quasi in fin di vita.

Adam rimane immediatamente colpito dalla ragazza e, dopo gli anni trascorsi in guerra e un’infanzia vissuta senza una madre, crede di trovare in lei la speranza di un futuro diverso. Charles, invece, intuisce fin da subito che quella ragazza nasconde qualcosa di sinistro e cerca in tutti i modi di mettere in guardia il fratello e scoraggiare un’unione tra i due. Adam però è cieco dentro la propria illusione e finisce per imporre a Cathy di seguirlo in California. Proprio lì, dove pensa finalmente di poter iniziare la vita che ha sempre sognato, comincia invece la fase più difficile della sua esistenza.

I personaggi sono costruiti con grande attenzione psicologica e, nella prima parte, a prendersi quasi tutta la scena è proprio Cathy. Inizialmente sembra un’anima smarrita, una ragazza fragile da proteggere, con il progredire della storia scopriamo invece una persona profondamente anaffettiva, incapace di fidarsi davvero degli altri e convinta che dietro ogni essere umano si nascondano egoismo, debolezza o cattiveria. Questo sguardo sul mondo la rende terribilmente spietata. Per Cathy la cosa più importante è raggiungere una libertà assoluta, senza dipendere da nessuno e senza accettare alcun tipo di vincolo, anche quando per ottenerla deve superare qualsiasi limite morale, compreso l’omicidio. Il matrimonio e soprattutto la maternità diventano quindi, ai suoi occhi, la forma massima di costrizione. Alla prima occasione infatti abbandona marito e figli. La fortuna di Adam è quella di poter contare, grazie alla posizione agiata ereditata dal padre su un domestico saggio, intelligente e operoso: Lee. Sarà proprio Lee a occuparsi concretamente dei gemelli, rimasti senza madre e con un padre completamente distrutto dal crollo dell’immagine idealizzata che aveva costruito della moglie.

Lee è decisamente il mio personaggio preferito e penso che molte famiglie in difficoltà avrebbero bisogno di una persona come lui. Non perché risolva magicamente i problemi degli altri, ma perché c’è. Osserva, ascolta, educa, protegge e riesce a offrire stabilità. Adam e Charles, invece, non mi sono piaciuti particolarmente. Li ho trovati entrambi troppo passivi. Nessuno dei due, quando avrebbe potuto farlo, sembra utilizzare davvero la propria libertà per cambiare. Preferiscono crogiolarsi nel passato: Adam nella tristezza e nella resa, Charles nell’odio e nell’invidia. Per quanto riguarda i gemelli, Aron mi ha ricordato molto il padre. Non l’ho mai visto davvero come “il fratello buono”, quanto piuttosto come quello più idealista, più esigente e meno capace di confrontarsi con una realtà che non corrisponde all’immagine che si è costruito.

Cal, invece, sembra essere colui che potrebbe davvero spezzare il ciclo di sofferenza della famiglia. Non perché sia perfetto, ma proprio perché riesce ad accettare sia la propria oscurità sia la propria luce. Accetta, in altre parole, la propria umanità. Dal punto di vista interpretativo, gli attori che mi hanno colpita di più sono stati sicuramente Florence Pugh nel ruolo di Cathy, Joseph Zada nel ruolo di Cal e Hoon Lee nel ruolo di Lee.

Florence Pugh riesce a rendere Cathy inquietante, fragile e spietata nello stesso momento, senza trasformarla mai in una figura piatta. Joseph Zada mi ha convinta proprio perché riesce a mostrare bene il conflitto interiore di Cal, mentre Hoon Lee dà al suo personaggio una presenza calma e solidissima, perfettamente coerente con il ruolo che Lee assume nella famiglia Trask. Detto questo, la cosa che mi ha preso maggiormente è stata proprio la storia in sé. Era da tanto tempo che una serie non riusciva a coinvolgermi così tanto per quello che raccontava, per i temi che metteva in gioco e per le domande che continuava a lasciarmi anche dopo la fine.

La valle dell’Eden è un’opera sorprendentemente moderna, soprattutto considerando che è stata scritta nel 1952. Empatia, cura, perdono e capacità di amare non appartengono a un sesso specifico, ma sono virtù che devono essere apprese e coltivate da tutti. Inoltre è una storia di speranza, il passato pesa, le ferite esistono e ciò che ci viene trasmesso dalla famiglia può condizionarci profondamente, a un certo punto arriva comunque una scelta. Possiamo continuare a ripetere il male che abbiamo ricevuto oppure decidere di interromperlo.

Timshel. Tu puoi.

Euphoria 3: quando il teen drama diventa qualcos’altro

Euphoria è una serie statunitense creata da Sam Levinson. Chi è arrivato a questo punto della visione conosce già bene la serie e i suoi personaggi.

Premetto che non sono una grande fan di questa produzione. Se penso alle serie iconiche della mia generazione, come Dawson’s Creek, Buffy the Vampire Slayer, Charmed, Beverly Hills, 90210, Xena: Warrior Princess o The O.C., qui ci troviamo davanti a un teen drama molto più estremo, che offre una visione borderline e spietata dell’adolescenza americana.

Se un vecchio adagio dice: “L’importante è che se ne parli”, Levinson sembra aver costruito gran parte del successo della serie proprio su questo principio: l’eccesso prima di tutto. Una scelta che, per certi versi, ricorda quanto fatto da Élite dopo la sua prima stagione.

Questa stagione, però, cambia completamente atmosfera. Si passa da un teen drama estremo a una sorta di esperienza visiva e narrativa che richiama atmosfere western e una rappresentazione della realtà volutamente grottesca, a tratti vicina all’immaginario di Quentin Tarantino. Le allegorie sono numerosissime, così come le immagini simboliche che richiamano passi biblici e temi legati alla colpa, alla redenzione e alla caduta.

L’ho trovata una stagione spiazzante. Non credo sia migliore o peggiore delle precedenti: è semplicemente diversa. A tratti lenta e contemplativa, a tratti frenetica e adrenalinica. Alcuni episodi mi hanno coinvolta molto, altri mi hanno lasciata più fredda.

Il cast è ben assortito. Uno dei pochi meriti che riconosco alla serie è quello di aver lanciato attori di grande talento, tra cui Sydney Sweeney e Jacob Elordi. In questa stagione, però, il personaggio di Jacob Elordi è decisamente in secondo piano rispetto alle stagioni precedenti.

Ho apprezzato molto Sydney Sweeney. Non tanto il personaggio di Cassie, che è il cliché della ragazza carina, bionda, superficiale e un po’ stupida, nello spazio che la contemporaneità le riserva, in poche parole dalla cortigiana a OnlyFans, ma per il suo potenziale, super evidente nell’episodio in cui, durante un’audizione, interpreta una scena di Antonio e Cleopatra di William Shakespeare. Un vero peccato che il sistema non cambi mai davvero e che, con la narrativa secondo cui la scelta di “vendere” la propria immagine e nudità sia libera, continui a regalare quello che il sistema vuole: la donna-oggetto. Non vi è una grande differenza, infatti, tra Pamela Anderson e Sydney Sweeney; solo che oggi, essendo certi contenuti molto più diffusi e accessibili, per far parlare di sé bisogna osare di più.

Zendaya, anche se so di andare controcorrente, non è un’attrice che mi ha mai colpito particolarmente. In questa stagione ha finalmente più occasioni per recitare e sostenere scene emotivamente importanti, ma ho trovato la sua interpretazione troppo allegra e bonaria, del tutto stonata rispetto al contesto, come fosse una bimba ingenua che saltella felice su un campo minato, incurante del pericolo.

Hunter Schafer, invece, trovo che incarni perfettamente il suo personaggio: sospesa tra ambizione, vulnerabilità e desiderio di affermazione, immersa in ambienti lussuosi ma freddi e vuoti. Alexa Demie mi piace come attrice, però ho trovato il personaggio di Maddy un po’ confusionario e non mi ha colpito particolarmente, al di là dell’impatto visivo. Mi dispiace che, ancora una volta, per entrambi i personaggi si sposi l’idea che la bellezza si accompagni per forza di cose a un’eccessiva magrezza, valorizzata da outfit ricercati e particolari, ma che possono stare bene solo ad attrici alte e magre.

Levinson propone una visione della realtà estremamente cupa, concentrandosi quasi esclusivamente su situazioni limite. In particolare, il modo in cui vengono rappresentate molte figure femminili finisce spesso per ricondurle alla prostituzione, alla mercificazione del corpo o a dinamiche molto simili. Una prospettiva che personalmente trovo riduttiva e anche abbastanza offensiva. A volte sembra quasi che le donne possano esistere soltanto attraverso questo tipo di percorsi, e questa è probabilmente una delle cose che più mi allontanano dalla sua visione narrativa.

In definitiva, questa nuova stagione propone qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che era stata Euphoria agli inizi. È più simbolica, più autoriale, più sperimentale e anche più strana. Ne riconosco l’ambizione e alcune intuizioni visive davvero notevoli, ma resta una serie distante dalla mia sensibilità e non una di quelle che inserirei tra le mie preferite.