Off Campus : dai malesseri alle green flag: cambia davvero qualcosa?

Off Campus è la serie trend del momento e sta impazzando sul web come se non ci fosse un domani. Ispirata ai romanzi di Elle Kennedy e sviluppata per la televisione da Louisa Levy, racconta la storia di alcuni studenti universitari.

Hannah è dolce, sognatrice e responsabile. Cerca di mantenersi agli studi e guarda al mondo maschile con una certa diffidenza. Garrett, invece, è il capitano della squadra di hockey e figlio di un ex campione tanto famoso quanto controverso.

Nel complesso ho trovato la serie carina, anche se a tratti un po’ noiosa. Tuttavia l’ho apprezzata più di altre produzioni dello stesso genere, come ad esempio il film Love Me Love Me che non mi è piaciuto per nulla.

Quello che però non mi trova d’accordo è la tanto decantata originalità della serie, in particolare il tema delle cosiddette green flag. Nella vita reale è fondamentale cercare qualcuno che ci rispetti ed evitare come la peste quelli che oggi vengono definiti i MALESSERI, ossia i classici bad boy. La narrativa, però, vive di conflitto: è una delle basi dello storytelling. In un romance il focus è la relazione e costruire una storia completamente sana e lineare è difficile, perché ciò che genera interesse è ciò che non funziona.

Detto questo, Off Campus introduce davvero qualcosa di nuovo promuovendo un rapporto sano?

Personalmente credo di no.

Prima di tutto, se parliamo di stereotipi, i protagonisti maschili sono tutto tranne che ragazzi normali. Sono tutti bellissimi, atletici e praticamente perfetti. Se è vero che il target principale della serie è quello femminile, credo che per i ragazzi lo stereotipo del “bonazzo” alla Ken di Barbie è problematico tanto quanto quello delle attrici e modelle ultra magre per le ragazze.

Il cast femminile, invece, appare più realistico. La protagonista per esempio è bellissima senza essere una taglia zero. Tuttavia lo schema resta quello classico del romance: una ragazza relativamente normale che conquista il principe azzurro in versione moderna. Garrett, infatti, ha tutto: è bello, ricco, popolare e talentuoso.

Il fatto che sia rispettoso e tenero con Hannah è sicuramente positivo, ma quasi tutti i bad boy dei romance finiscono per esserlo con la donna di cui si innamorano. Lo era Christian Grey con Anastasia Steele in Cinquanta sfumature di grigio e potrei fare moltissimi altri esempi.

Il problema di questa narrativa è che crea l’illusione che il vero amore possa guarie le persone , ma così non è. Anzi in caso di passati tossici e abusanti è più facile perdersi nell’oscurità che portare luce. Credo pertanto che Off Campus vada vissuta soprattutto come una fiaba moderna più che come un modello relazionale rivoluzionario.

C’è poi il tema del rompere il circolo della violenza e dei comportamenti tossici, e questo è sicuramente un aspetto importante che riconosco alla serie. Garrett vuole essere diverso dal padre violento e il messaggio è positivo. Tuttavia quasi tutti i bad boy letterari cercano di sfuggire al proprio lato oscuro grazie all’amore, quindi nemmeno questo elemento mi sembra particolarmente innovativo.

In definitiva, Off Campus è una serie piacevole, ma non originale. Probabilmente guarderò con piacere anche la seconda stagione, ma fatta eccezione per il fatto che Garrett e Dean siano dei veri e propri sex symbol, non vedo quella grande ventata di novità o freschezza di cui molti parlano. Che la belezza di questi ragazzi abbia un pò offuscato il giudizio?

Quando il culto supera la storia

Sarò controcorrente, ma non ho mai trovato davvero esaltante questa serie e il suo successo mondiale, più che convincermi, continua a lasciarmi perplessa. La quinta stagione, a mio avviso, sembra realizzata più per obbligo industriale che per reale urgenza narrativa: andava fatta, andava chiusa, andava monetizzato un fenomeno ormai consolidato. Il risultato è una stagione che procede per inerzia, con attori visibilmente saturi e una trama che zoppica più volte. Nella buona fantascienza il world building dovrebbe essere una colonna portante, qualcosa che regge il peso della storia e ne garantisce la coerenza interna; qui, invece, le crepe sono evidenti e mai davvero risanate. A dispetto di tutto, però, alcuni elementi si salvano, come la scelta di chiarire l’origine dei poteri di Henry Creel e l’atto finale, epico ed eroico, di Undici. Funziona anche la resa di alcuni personaggi, in particolare Henry, interpretato da Jamie Campbell Bower, che dimostra una capacità espressiva impressionante. Ed è proprio per questo che dispiace vederlo ridotto a mostro: il personaggio aveva un enorme potenziale drammatico, ma viene sfruttato in modo superficiale, trasformandosi nell’ennesimo cattivo monolitico, privo di reale complessità interna e di autentiche contraddizioni. Oggi i villain potrebbero e dovrebbero essere meno assoluti, più ambigui, più lacerati dalle proprie scelte; perché non esistono individui solo buoni o solo cattivi e, almeno in narrativa e al cinema, questa zona grigia rende le storie meno piatte e infinitamente più interessanti. In molte serie contemporanee, invece, noto una tendenza alla semplificazione, come se si desse per scontato che lo spettatore non sia più interessato alla profondità. Accanto a Jamie Campbell Bower emergono comunque altri attori con potenziale, come Maya Hawke nel ruolo di Robin, e le gemelle Anniston e Tinsley Price che interpretano Holly. Max, interpretata da Sadie Sink, risulta convincente solo quando smette di indulgere nella versione spaccona del personaggio e lascia spazio alla fragilità. Il resto del cast, per me, appare piuttosto moscio e irrisorio. Alcuni personaggi diventati iconici risultano ormai forzati: Dustin, interpretato da Gaten Matarazzo, è eccessivo e costantemente sopra le righe; Nancy, interpretata da Natalia Dyer, finisce spesso per essere più menosa che interessante. Anche certi personaggi secondari, come il bullo Derek Turnbow, sembrano inseriti più per funzione d’inclusività visto che l’attore non è confrome ai soliti standar di magrezza, ma non regge bene il ruolo e risulta poco credibili. Undici, interpretata da Millie Bobby Brown, appare sorprendentemente spenta, anche nella costruzione estetica del personaggio, fa peggio solo il fidanzato Mike, interpretato da Finn Wolfhard, che continua a leggere la realtà come se fosse una campagna di Dungeons & Dragons nonostante sia ormai cresciuto. Persino Winona Ryder, una delle mie attrici preferite, qui non riesce a lasciare il segno. Molte scene sembrano inserite unicamente per allungare la durata degli episodi e finiscono per rendere la stagione a spesso noiosa. Nel complesso la serie è comunque più che sufficiente, ma grazie agli effetti speciali, alle ambintazioni e alla ricostruzione degli anni ’80 che per una reale solidità narrativa. Resta una resa fortemente visiva, da colossal commerciale, non lontana da certi film recenti della Marvel, espressione di un cinema che punta a stordire lo spettatore con mostri giganti e battaglie grandiose quanto improbabili, in uno spettacolo pirotecnico affascinante ma poco rifinito. Se qualcosa resiste, è l’elogio dell’amicizia e la forza di alcune storie d’amore, in particolare quella tra Max e Lucas: bagliori sinceri che illuminano a tratti una trama stanca e zoppicante.

Le Origini di Cruel Intentions: Da Laclos a Oggi

Cruel Intentions è una serie TV prodotta da Phoebe Fisher e Sara Goodman, ispirata all’omonimo film del 1999. Tuttavia, le origini di questa storia sono molto più antiche, risalendo al romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, scritto nel 1782. Il fatto che ancora oggi ci ritroviamo a raccontare le stesse storie dimostra come, sebbene cambi la forma, la sostanza rimanga invariata. La promessa del “volere è potere” è spesso una favola, al pari di Babbo Natale e della Fata dei denti. Chi appartiene all’élite vi resta, mentre chi è fuori non può fare altro che osservare, se non essere vittima delle dinamiche di potere che si sviluppano tra i più privilegiati. La serie ambienta la storia in un campus universitario americano, con le confraternite al centro delle vicende. Questi gruppi, presentati come lobby di potere, raccolgono giovani rampolli di famiglie benestanti che, per noia, diletto o traumi irrisolti, si dedicano a giochi perversi di seduzione e manipolazione.Nel film del 1999, l’antagonista considerava l’amore la debolezza più grande, una visione condivisa dal fratellastro Sebastian. La serie tenta di ripercorrere queste dinamiche, ma lo fa con minor intensità. Non si comprende, ad esempio, il motivo dietro i video realizzati da Lucien (nuovo nome di Sebastian) per la sorellastra. Inoltre, gli otto episodi risultano a tratti noiosi e ripetitivi. A confronto, il film originale del 1999 è decisamente più incisivo, riuscendo a raccontare una storia molto più intensa in soli 97 minuti.Ho notato, inoltre, che, a dispetto del tempo che passa, la concezione maschilista non sembra essere mutata più di tanto, poiché, per quanto Lucien nel film possa sembrare depravato, il suo comportamento passa alla fine per “eroico”, mentre una ragazza nella stessa posizione, ancora oggi, non avrebbe la stessa sorte.Detto questo, mi sento anche di fare un richiamo al film d’epoca Le relazioni pericolose (1988), diretto da Stephen Frears, che si distingue per la sua fedeltà al romanzo originale e vanta un cast eccezionale: Glenn Close, John Malkovich e Michelle Pfeiffer regalano interpretazioni memorabili, conferendo al film intensità emotiva ed eleganza. Personalmente, tengo molto a questa recensione perché sono una fan di questa storia e delle sue innumerevoli reinterpretazioni. La trovo affascinante per la sua capacità di analizzare i giochi di potere e seduzione all’interno dell’élite, mostrandone il lato più oscuro e controverso. Vale la pena guardare questa serie, ma soprattutto esplorare le versioni precedenti per capire come, almeno nei film (o nei romanzi), la giustizia sembri vincere sempre, o quasi.

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Recensione di L’estate in cui imparammo a volare

L’estate in cui imparammo a volare è una serie tv statunitense che trae la sua ispirazione dalle saga omonima dei romanzi di Kristin Hannah. Racconta la storia della straordinaria amicizia tra due ragazze molto diverse, Tully e Kate. La prima con una storia familiare disfunzionale e complicata, la seconda proveniente dalla classica famiglia bene degli anni ’80. Particolare l’attenzione allo sviluppo del ruolo delle donne nella società. Tully, a dispetto delle sue origini svantaggiate riesce con determinazione a perseguire il tanto decantato sogno americano divenendo una star televisiva e la perfetta incarnazione del volere e potere. Kate invece rinuncia alla sua carriera professionale in nome della famiglia. In entrambi i casi però possiamo scoprire luci e ombre delle rispettive scelte e di come secondo l’autrice la via dell’amore e dell’amicizia alla fin fine è l’unica che porta alla vera felicità. Kate infatti, che professionalmente si è arenata vivendo all’ombra di Tully, diviene la vera star, amata dai pochi giusti che rendono la sua vita memorabile. Una storia dove l’ordinario diventa straordinario in cui la narrazione di un amicizia epica, possibile a mio avviso solo in libri e film, diventa il centro di vite vissute pienmente tra alti e bassi. Ho apprezzato molto questa serie, benchè talvolta mi infastidivano i troppi salti temporali e in certi momenti tendeva a diventare un pò noiosa. Il cast è semplicemente perfetto (forse anche troppo), amo in particolare Alissa Skovbye che interpetra Tully d’adolescente e anche Roan Curtis nel ruolo di Kate. Molto brave anche Katherine Heigl (Tully da adulta) e Sarah Chalke (Kate da adulta). Il finale è considerato da molti struggente e non posso negarlo, tuttavia nel complesso la serie celebra più la vita e i sentimenti che lo strazio della perdita. Per me una serie bene fatta.

Recensione della serie l’imperatrice

L’imperatrice è una mini serie austriaca che mette al centro delle vicende l’appassionante ma anche complicata storia d’amore tra Francesco Giuseppe I d’Austria e la turbolenta Elisabetta di Wittelsbach, duchessa di Baviera. Film o serie su di loro ce ne sono state tante tuttavia non mi stupisce che spesso vengano riproposti poichè essi incarnano in maniera unica un romaticismo antico e potente. Trovo inanzitutto che il cast della serie sia stato ben scelto poichè i personaggi arrivano e danno la magica illusione dell’autenticità, tenedo sempre viva l’attenzione e la curiostà dello spettaore a dispetto di una storia in parte già nota. Ovviamente le scenografie e i maestosi abiti hanno un ruolo di primo piano nel rendere magico il sogno agro dolce della principessa Sissi e del suo imperatore. Il personaggio che mi ha colpita maggiormente tuttavia è l’apparentemente intransigente Sofia di Baviera, interpretata dalla bellissima e affascinante Melika Foroutan. Per come vengono narrate le vicende la serie mostra bene come vivano su livelli diversi i ricchi e i poveri, costretti in orride prigioni fatte di pregiudizi, vincoli, limiti e divieti. Vite tossiche, da un lato a causa dell’estrema povertà e dell’altro dall’angoscia e della paura di perdere i privilegi acquisti. Una serie che consiglio e di cui aspetto con ansia l’uscita della seconda stagione.