QUARTO CAPITOLO di “SKEGGIA 8 – Episodio I: I segreti dei Morigerati”

La sala comune della Virdrop&Co, illuminata dalle sole luci di emergenza, aveva un’aria sinistra a quell’ora della notte. Ethan osservava pensieroso il panorama dalla grande vetrata fumando una sigaretta.

«Anni di evoluzione per fumare ancora quella roba.» esordì Didi. Ethan sorrise ammiccante senza dire nulla aspirando in maniera ancora più profonda. Didi proseguì: «Una missione di livello 8 e sei ancora tutto intero. Notevole.». Ethan continuò a fissare il vuoto e l’oscurità davanti a sé, mostrando disinteresse per la conversazione. «Ho capito. Vuoi restare solo. Come sempre del resto.» concluse Didi amaramente.

«Cosa ne sai tu delle bische?» chiese lui ad un tratto.

Didi si fermò e lo osservò sospettosa. «Tu cosa vorresti sapere?»

«La prossima quando si terrà?»

«Cosa ti fa pensare che io ne sia informata? Ho smesso con quella roba.»

Ethan non si prese nemmeno la briga di guardarla e restò in silenzio circondato dal fumo evanescente e dalla semioscurità. Didi si allontanò spedita con quella sensazione di malessere che si prova quando si vorrebbe solo piangere. Sapeva benissimo che ad Ethan non importava nulla delle corse, cosa che non era altrettanto vera per la bellissima Ariane, unico grande amore del bel tenebroso. Una ragazza veramente avvenente, bionda e formosa nei punti giusti e con grandi occhi celesti, sportiva, dolce e letale allo stesso tempo. Ariane aveva il brutto vizio di eccellere in tutti i campi che a Didi stavano a cuore, sia nelle bische che nell’amore. Un’ammirata cacciatrice di taglie sbucata dal nulla e stimata dai più.

L’ascensore non era sicuramente all’avanguardia ma a suo modo, tra scricchiolanti incertezze, faceva il suo lavoro. Il padiglione 6 si trovava all’ultimo piano del palazzo, non era autorizzato a nessuno l’accesso lassù, non che ci fosse qualcosa di memorabile da vedere. Si trattava nei fatti di una grande sala comune in disuso da tempo, illuminata dalle sole luci della strada, priva di mobili o sedie, in cui regnavano polvere ed immondizia dato che Doc non inviava nemmeno i droni pulitori. Non vi era forma vivente che ambisse a stare in quella squallida ala. Didi aveva sottratto il pass dallo studio di Doc e ne aveva fatto una copia, per risparmiare sui costi i padiglioni inattivi non erano sorvegliati e per Didi era un luogo meno claustrofobico della sua angusta camera. Lì se non altro poteva essere sé stessa, una giovane ragazza che aveva solo bisogno di essere amata.

«Quindi è qui che sparisci quando tira una cattiva aria.» esordì un’inaspettata figura maschile.

Didi si fece prendere di soprassalto, nessuno l’aveva mai seguita al padiglione 6. Sbalordita alzò il capo. Accovacciata su quel pavimento con il trucco sbavato dalle lacrime dimostrava meno dalla sua età, una bambina sola in un universo sconfinatamente grande.

«Cosa diavolo ci fai qui?» esordì Didi riprendendo un minimo il controllo.

«Niente. Mi annoiavo. Mi chiedevo se…» disse Dalton viscidamente.

«Non sono una puttana Dalton. Se hai dei bisogni non sarà con me che li soddisferai.»

«Spiro mi ha detto che ci sai fare alla grande. Non c’è bisogno che fai la timida con me.» insisté Dalton. Didi lo fulminò con gli occhi e fece per alzarsi in piedi ma Dalton le fece cenno di calmarsi. «Dai sto solo scherzando. Lo so che Spiro racconta un sacco di cazzate.» disse Dalton schernendola. Poi proseguì: «Quindi tu sei la figlia della famosa Irina Reynols?». Didi sembrava essere ripiombata nello stato catatonico in cui Dalton l’aveva trovata e provò a non prestargli alcuna attenzione. «Dalle mie parti in molti stimano tua madre. Ha catturato criminali di alto livello. Non conviene a nessuno mettersi contro di lei.»

«Buon per lei.»

«Non ti piace molto parlare di tua madre?»

«Sinceramente preferirei baciare uno striker che sentire elogi su quella stronza. Ma se vuoi continua pure.»

«Non deve essere facile per te reggere il confronto con una figura come la sua, lo posso capire… poi dopo quel brutto incidente con l’Actopos… mi stupisco che tu sia ancora sul mercato, non so se mi spiego. Doc ha avuto coraggio ad assumerti.»

«Sei venuto qui per farmi incazzare, Dalton o come ti chiami. Siete tutti bravi voi, ma tu cosa hai fatto di tanto memorabile?» rispose Didi furente.

«Per cominciare non ho schiantato una navicella da milioni di diga su una base org.»

Didi si alzò spazientita e si diresse verso Dalton divisa tra furia e rabbia. Tuttavia era abituata a quel genere di trattamento e non poteva litigare con qualunque attaccabrighe che le si palesasse davanti. Avrebbe voluto morire mille volte in quello schianto piuttosto di vedersi rinfacciato il suo fallimento in ogni istante della sua vita. Sapeva bene che non era dipeso da lei, che era un’ottima pilota e che quel Dalton non avrebbe nemmeno saputo avviare l’Actopos. Restava ad ogni modo il fatto che di quell’evento non conservava memoria, si era risvegliata nell’ospedale militare della B&B con un rapporto disciplinare che parlava di errore umano ed una lettera di sospensione immediata da tutti gli incarichi. A nulla erano valse le sue proteste, la dichiarazione che i comandi erano stati manomessi e che una cellula orbitante era stata sganciata prima della collisione. Il rapporto negava tutto, persino la manovra di emergenza che le aveva permesso di non compiere una strage. Sapeva per certo che la base org non era stata distrutta dalla sua navicella ma le mancavano le prove. Tentò in ogni modo di scagionarsi ma più tentava di fare ricerche più sembrava che l’enigma s’infittisse. Informatori morti, file occultati e distrutti. Era stata la pedina di un gioco più grande di lei del quale non conosceva le regole. Fino a quando ci mise una pietra sopra e decise di riprendere in mano quello che restava della sua vita prima che altri innocenti dovessero pagare il prezzo della verità.

Didi passò accanto a Dalton limitandosi a sfiorarlo bruscamente e senza proferire parola.

«Dai non te la prendere. Stavamo solo parlando. Capita a tutti di sbagliare. Certo non a tutti di causare quasi una guerra civile …» disse lui ridendo.

«Mi guarderei bene dal fare lo stronzo con me. Ci hanno provato in tanti sai. E indovina? Di loro non si è mai più sentito parlare, mentre di me si dicono sempre tante cose.» rispose Didi tagliente.

«Si dice anche che hai rimesso in piedi la Skeggia e che tornerai a correre.» continuò Dalton. Didi si immobilizzò all’istante, la sicurezza e la tutela dell’identità nelle bische stava cominciando a vacillare pesantemente se anche un rifiuto di Trides sapeva della sua passione per le corse. «Non ti preoccupare, la mia è una passione innata. Ho dato fondo a tutte le mie capacità persuasive per scoprire chi pilotasse la Skeggia. Un’umana che potesse competere a quei livelli con gli striker, stentavo a crederci.» disse Dalton in visibilio.

Didi non si voltò ma le sue labbra si curvarono in un timido sorriso e i suoi occhi riacquisirono una luce che ormai avevano perso da tempo. «Sei mai stato ad una bisca Dalton Blue?» chiese lei ammiccante restando comunque di spalle.

«Ho visto molti video a riguardo.» ammise lui.

«Io parlo di una bisca vera ed in tempo reale. Dubito che a Trides sappiano di cosa stia parlando.»

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TERZO CAPITOLO di “SKEGGIA 8 – Episodio I: I segreti dei Morigerati”

Non ci credo, guardi ancora questa merda.» disse Didi incredula fissando il monitor olografico nella semi oscurità del garage di Espen.

«Mi tengo informato. Poi Lorens non è male come portavoce dei cadetti. Ne abbiamo avuti di peggiori.» affermò lui senza smettere di trafficare tra i suoi attrezzi.

Didi si mise a giocare con la proiezione olografica di Lorens che a tratti veniva interrotta. «Per me sono solo burattini, depravati e corrotti. Non lo trovo nemmeno un bell’uomo.»

«Ci si aspetta che sia capace nel suo lavoro, non dev’essere semplice destreggiarsi in politica di questi tempi. Tra la richiesta dei senzienti di avere un rappresentante nel consiglio e tutto il resto sarà un casino.» disse Espen sfilandosi da sotto il velivolo e disattivando la maschera di protezione per gli occhi. Espen era all’apparenza un ragazzo come tanti: altezza media, carnagione olivastra e capelli neri come i suoi occhi. Lui e Didi si conoscevano da parecchi anni ed erano ormai ottimi amici.

«Credi che a questo damerino imbalsamato importi qualcosa di noi o delle altre specie senzienti? Per me non ha mai messo piede fuori dal suo attico di lusso.»

«Dicono che frequenti la Bisca.» rivelò Espen.

«L’ho sentito dire, ma io non l’ho mai visto. Poi te lo vedi uno così a trattare con gli striker?»

«Direi che ci siamo, la piccola Skeggia è quasi pronta.» esclamò Espen entusiasta.

Il piedistallo si abbassò e Didi poté finalmente vedere il lavoro che Espen aveva fatto sul suo aeromobile, unica vera passione in un mondo che le lasciava ben poche emozioni. Nera metallizzata, con inserti psichedelici dai riflessi verdi a seconda del riverbero della luce. Si trattava di un aeromobile da corsa, più lungo ed affusolato del normale, in grado di raggiungere velocità al limite della sopportazione umana.

«Come vedi è tornata a brillare. Triplo motore a propulsione. Dispositivo mimetico regolamentare che ti permetterà di usarla anche in strada senza dare nell’occhio. Oblò a visione globale con cinque monitor olografici e meccanismo di disattivazione di guida automatica.» disse Espen entusiasta.

«Favolosa.» esclamò Didi.

«Non ho potuto montare le armi laser e gli schermi ad onde d’urto. Costano parecchio e non riesco ad anticiparti la spesa.»

«Lo so. Ho provato a chiedere un anticipo a Doc ma quello stronzo non ha voluto aiutarmi… taccagno. Ho una media eccellente, gli avrei sicuramente ridato tutto in breve tempo.»

«Procede bene il lavoro?» chiese Espen.

«Me la cavo. Certo siamo in tanti. Ne ha pure preso uno nuovo, un certo Blue qualcosa. Un cretino. Tuttavia per il momento è sopra la media nei suoi target.»

«Non credo che Doc approvi il tuo passatempo.» constatò Espen.

«Una ragazza è libera di spendere i suoi soldi come vuole.» rispose Didi chiudendo il discorso e tornando ad ammirare il suo aeromobile rimesso a nuovo.

Nel frattempo, in una radura desolata alla periferia est di Megattica, Ethan era alle prese con una delle sue missioni.

«Non ti dirò nulla, maledetto.» biascicò Colin nel modo più comprensibile in cui uno striker poteva comunicare con un essere umano.

Gli striker e gli org erano le popolazioni originali del sistema di Kos. Fu un duro colpo per loro l’avvento della razza umana e degli androcob. Si ritrovarono ben presto clandestini nel loro stesso pianeta. Gli striker all’occhio umano sembravano tutti uguali: bipedi ma con tratti più simili ad una gigantesca mantide religiosa, con sei arti, grandi occhi neri senza lobi e lunghissime antenne. A dispetto delle apparenze erano una razza evoluta, intelligente e pacifica, fatta eccezione per rari soggetti belligeranti.

«Colin non vorrei assolutamente farti del male. Tu sei il mio informatore.» intimò Ethan con voce ferma.

«Non capisco cosssa ti importi.» gemette Colin.

«A cosa mi servano le informazioni non ti riguarda. Dimmi dov’è stata vista l’ultima volta senza fare storie, sai bene che in un modo o nell’altro otterrò l’informazione…»

«Sarete forti e valorosssi voi umani, ma non brillate certo in ingegno. Se una femmina non si fa trovare semplicemente non vuole essere trovata.» sibilò Colin con voce acuta.

«Non farò la stessa domanda una seconda volta.» intimò Ethan con occhi furenti.

«Solo Dakno sa dove si ritirano i cacciatori dell’occhio. Lui li ha reclutati molte volte, ma non penso voglia condividere l’informazione con te.»

«Dove trovo questo Dakno?»

«Difficile da dirsssi, lui non sta mai fisso in un posto per tanto tempo. Sarebbe più semplice partecipare ad una bisssca per trovarlo.» ammise Colin.

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SECONDO CAPITOLO di “SKEGGIA 8 – Episodio I: I segreti dei Morigerati”

Il traffico delle ore centrali era concitato, un turbinio di saettanti e scintillanti aeromobili sfrecciavano ad alta velocità nei tunnel di sicurezza come api impazzite. Doc era seduto nel suo studio, fissava concentrato il monitor olografico senza proferire parola. Era un uomo oltre la cinquantina, ormai un pallido ricordo della leggenda di un tempo, un cacciatore di punta di una delle agenzie più quotate del sistema di Kos, capace di recuperare taglie quanto di infrangere cuori. Nessuno lo avrebbe detto ora, un omone di quasi due metri, parzialmente calvo e con uno spettrale occhio bionico, ricordo indelebile di una missione non troppo fortunata.

«Quindi stavi a Trides. Città interessante, non certamente un cesso a cielo aperto come Megattica. Cosa ti spinge qui?» disse Doc con tono cupo.

«Si può dire che mi annoiavo. Dicono che qui ci sono le migliori puttane e le occasioni giuste per fare buoni affari. Non so se mi spiego.» rispose sprezzante Dalton, un ragazzo sulla trentina, alto e di buona corporatura, lunghi capelli mossi biondo cenere, occhi scuri imperscrutabili ed una vistosa cicatrice sulla guancia.

«Di puttane ce ne sono quante ne vuoi. Tanta delinquenza e tanti cacciatori, un oceano pieno di pesci.» asserì Doc.

«Mi piace sguazzare in acque profonde. Non mi sembra che vi siano cacciatori quotati quanto me nella tua baracca. Il mio profilo è ineccepibile. Nessuna missione fallita, nessun intoppo.»

«I pesci grossi se li beccano le grandi agenzie come la B&B, la Crier e via dicendo. Com’è che non provi con loro con queste grandiose referenze?»

«In quelle fucine di pseudo cadetti si prediligono i lavori di squadra. A me piace cacciare per conto mio.» affermò risoluto Dalton.

«La pelle è tua. La percentuale sulle taglie per il primo mese è del 30%. Se resti vivo e prendi il target mensile scende al 20%. L’alloggio, se lo vuoi, ti costa 100 Diga al giorno. Queste sono le condizioni, non trattabili.» concluse Doc.

«La cooperativa di Lanz offre condizioni migliori.»

«Vai da Lanz allora. Ho più cacciatori che taglie da riscuotere. Questo è tutto, a te la scelta.»

«Credo che resterò qui, dopotutto il panorama ha un suo perché.» asserì Dalton osservando dalla porta a vetri dello studio di Doc la procace scollatura di Didi che stava aspettando fuori spazientita.

«Non voglio casini. La gattina sembra innocua ma sa il fatto suo.» disse Doc.

«Ti saprò dire quanto. A meno che tu non ci abbia già provato.»

«Didi, puoi entrare.» disse Doc parlando all’interfono ed aprendo la porta automatica.

Didi entrò placidamente nello studio ed osservò dubbiosa la nuova recluta.

«Un altro? Ma sei sicuro che ci serve? Non mi sembra che abbiamo tutte queste richieste.» commentò Didi seccata.

«Di cosa avevi bisogno?» chiese Doc risoluto.

«Questioni personali.»

«Dalton se vuoi darci qualche minuto. Poi Didi sarà lieta di illustrarti le regole della casa. A proposito, lei è Didi Reynols.» disse Doc presentando la ragazza a Dalton.

«In realtà la conosco. Non di persona ovviamente ma la sua fama, per così dire, la precede.» disse Dalton sornione.

«Tu saresti?» chiese Didi indispettita.

«Dalton Blue.» rispose lui ingrossando il petto.

«Dalton Blue dici? Mai sentito nominare.»

Dalton si accomodò fuori dall’ufficio, all’interno cominciò un dibattito alquanto acceso. Didi uscì furiosa dopo una decina di minuti e fece cenno alla nuova recluta di seguirla.

«Il complesso è organizzato in sei padiglioni, ma sono operativi solo il numero 2 ed il numero 4. Questa è la sala comune. In fondo sulla sinistra c’è la cucina. Ognuno si organizza la sua spesa. Le stanze sono sulla sinistra. Questo è quanto.»

«Tutto qui? La palestra e la stanza di simulazione?» chiese Dalton.

«Dove credi di essere? La stanza di simulazione… benvenuto nel mondo vero.» disse Didi andandosene per la sua strada.

Dalton raggiunse il corridoio bianco ed anonimo in cui si trovava la sua stanza. Di loculi asettici ed angusti come quello ne aveva visti tanti. Trides dopotutto non era così diversa, i bassi fondi fanno schifo in ogni posto.

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A miglia di distanza dalla squallida periferia di Megattica, Lorens si rimirava tronfio allo specchio. Risultava impeccabile nella sua bianca uniforme con le finiture dorate. Alto più della media e ben piazzato era capace di mantenere la sua virilità nonostante i suoi colori delicati: la pelle diafana, gli occhi azzurri ed i capelli biondo cenere sempre in ordine. Il suo viso sembrava essere stato scolpito da un abile artigiano, perfetto ed armonioso.

«Potrebbe esserci qualche intoppo.» dichiarò Lorens ad un misterioso interlocutore all’altro capo del SIP. «Irina. Sì, sempre opera sua. Ma non vi preoccupate, quella cagna avrà molto presto quello che si merita.»

La sua espressione divenne improvvisamente torva e perse una buona dose di quella che era la sua sicurezza iniziale, balbettò qualche frase sconnessa e prima che potesse rendersene conto si trovò a bofonchiare ad un ricevitore ormai disconnesso.

«Signore. La seduta sta per cominciare. La stanno aspettando.» disse con ossequia reverenza una graziosa moretta, in divisa di ordinanza.

«Certo. Sono pronto» rispose Lorens aggiustandosi per l’ultima volta la giacca ed invitando sgarbatamente la ragazza a lasciare la stanza.

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PRIMO CAPITOLO di “SKEGGIA 8 – Episodio I: I segreti dei Morigerati”

Megattica, una discarica di cemento ed anime del pianeta Era, la più contaminata e corrotta megalopoli del sistema solare di Kos, una grandiosa mostruosità urbana in cui appariva pressoché impossibile mantenere l’ordine ed il livello di sicurezza voluto dal governo centrale dei Cadetti. In un sistema basato sulla forza militare, rigido ed inflessibile, la miseria e la povertà regnavano incontrastate tra la popolazione, favorendo da un lato il proliferare di attività illecite e criminose e dall’altro la rinascita di uno dei mestieri più barbari e privi di dignità della storia: il mercenario, altrimenti detto cacciatore di taglie. Il mix di odori di fumo, alcool e sudore rendevano l’aria irrespirabile in quello squallido locale alla periferia di Megattica. Una ragazza, fin troppo magra ed eccessivamente truccata, ballava sensuale intorno ad un palo con l’astuzia di chi sa come attirare l’attenzione su di sé. La musica d’atmosfera faceva sembrare il tutto così estemporaneo, quasi come appartenesse all’epoca remota in cui gli umani abitavano ancora il pianeta Terra senza alcuna traccia dei senzienti. Un uomo grasso e calvo era seduto in prima linea, dalla fronte grosse gocce di sudore grondavano copiose, la sua eccitazione nell’osservare quella forma d’arte era palpabile. Poco distante, al bancone del bar, Didi osservava disgustata la scena. Era una ragazza non molto alta, con una procace scollatura ed un abbigliamento che poco lasciava all’immaginazione: un corpetto di pizzo nero e lattice permetteva di distinguere i dettagli del suo addominale tonico, una minigonna fasciante nera e blu fluo in tinta con le unghie ed il ciuffo sciolto con la lunga treccia nera che raccoglieva i suoi capelli facevano da contorno ad un trucco marcato ed incisivo, capace di mettere in risalto i suoi occhi verdi e malinconici. Il viso ne rivelava chiaramente la sua giovane età, bruciata da una crescita troppo precoce alla perenne ricerca di uno spazio in quel mondo già troppo affollato. Mescolava distrattamente un cocktail dal colore verde ottenuto a partire da chissà quali ingredienti.

«Prendi altro dolcezza?» chiese il barista ammiccando a Didi.

«No. Stasera sono a posto così.» rispose Didi sfiorandosi la tempia ed attivando il Sistema Identificativo Personale (SIP) per procedere al pagamento. Dal SIP passava la vita di ogni persona, in esso veniva memorizzato tutto: spostamenti, transazioni, conversazioni e molto altro.

«Controllo retinale attivato: Didi Reynols, razza umana. Consumazione autorizzata, credito conforme. 8,9 Diga. Confermare?» esordì una sensuale voce meccanica femminile. «Confermo.» rispose Didi.

Fuori dal locale l’aria era afosa e pesante, il cielo era oscurato dalla solita nube di smog. Il genere umano sembrava incapace di imparare dai propri errori, stava distruggendo un altro pianeta come un viscido parassita. Il vialetto di periferia era scarsamente illuminato, Didi si appostò in un angolo silenziosa ed in attesa. L’uomo grassoccio non tardò ad uscire dal locale, con una flemma commisurata alla sua stazza. Didi gli fu addosso con la sua Netget450, una pistola di ultima generazione in grado di friggere i SIP grazie al generatore di onde elettromagnetiche ad intensità controllata. Un secondo colpo fu sufficiente a paralizzare il soggetto.

«Facile ed indolore.» esclamò Didi.

Grazie ai velivoli aerei gli spostamenti non erano mai stati cosi veloci. Didi amava il panorama che si poteva mirare dai tunnel di sicurezza che coprivano le principali strade di congiunzione di Megattica. Un po’ meno adrenalinico era l’obbligo tassativo di mantenere il pilota automatico. L’umile palazzina della Virdrop&Co, unica sede della modesta cooperativa di cacciatori di cui Didi faceva parte, spiccava a stento nel quartiere industriale della città, mimetizzandosi tra il fumo di scarico delle fabbriche.

«Missione di terzo livello completata.» disse Didi al microfono all’ingresso.

«Missione di terzo livello: Arthur Plin, Spacciatore. Taglia prevista: 1000 Diga. Identità verificata, SIP riattivato. Percentuale taglia caricata. Buona serata.» rispose un’impersonale voce automatica.

«Speriamo sia buona.» bofonchiò Didi scendendo dal velivolo, il quale proseguì verso le celle di isolamento dove qualcuno si sarebbe preso cura del povero Plin.

Spiro era seduto su una sedia in maniera scomposta, poggiava i suoi stivali lerci sul tavolo della sala comune e stava fumando una sigaretta. Era un uomo non molto avvenente sulla quarantina, magro ed alto nella media, con un grande naso adunco, capelli foschi, occhi grigi e glaciali che lo rendevano arcigno.

«Ciao bambolina, già di ritorno a casa?» disse sarcastico rivolgendosi a Didi.

«Spiro noi ci mangiamo su quel tavolo. Tira giù da lì il tuo lerciume.»

«Se vuoi ci possiamo anche fare altro?»

«Quando la smetterai di essere così scontato? Didi ha fatto il suo questa sera. Lasciala stare per una volta.» intervenne Mina sopraggiungendo dal corridoio ed intenta ad osservare lo schermo.

La riga accanto al nome di Didi era verde ad indicare che il suo target giornaliero era stato raggiunto. Mina aveva sempre un’aura eterea e sensuale, il suo charme ed il suo essere così ipnotica erano fonti di invidia da parte dei colleghi. Indossava sempre vestiti lunghi e velati quando non era operativa. Didi osservò speranzosa il monitor.

«Ethan non è ancora tornato e non credo che lo farà presto.» disse Mina prendendo posto poco distante da Spiro.

«Linea nera. Livello 8. Non male il ragazzo. Potrebbe anche non tornare.» esclamò Spiro con la sua voce roca mentre Didi lo fulminò con lo sguardo. Poi proseguì: «Tanto non gli interessi, perdi il tuo tempo. Al bello e tenebroso piacciono le ragazze di classe.»

«Ammazzati.» rispose Didi a bassa voce.

«Sai che ho ragione. Ma ti fa troppo male ammetterlo.»

Didi sapeva che Spiro aveva ragione ma non poteva scegliere chi amare. Decise di non dargli corda e si avviò verso la sua stanza piccola e claustrofobica. I muri bianchi erano isolati termicamente ed acusticamente, il letto era lindo ed immacolato. Non vi era spazio per la creatività in un ostello per cacciatori e un appartamento privato costava troppo. Se lo sarebbe potuto permettere non molti anni prima, quando lavorava alla B&B, ma dopo l’incidente tutto era cambiato.

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