Recensione il problema dei tre corpi

Il problema dei tre corpi (3 Body Problem) è una serie televisiva statunitense del 2024, creata da David Benioff, D.B. Weiss e Alexander Woo, tratta dal romanzo omonimo scritto da Liu Cixin. La serie ha beneficiato di una spettacolare sponsorizzazione, soprattutto nelle grandi città, suscitando la curiosità di molti. Racconta la storia di Ye Wenjie, figlia di un fisico cinese, studiosa a sua volta, che durante un periodo di grande agitazione politica ha visto uccidere il padre, sotto il benestare della madre, finendo successivamente in un campo di lavoro. La giovane, però, grazie al suo grande potenziale logico e fisico, verrà sfruttata dal regime in modo diverso e spostata in uno strano laboratorio in cui vengono fatti esperimenti sulla comunicazione extraplanetaria. Nel presente, Ye Wenjie ha una figlia, di grande intelletto lei stessa, professoressa e ricercatrice al Cern. Improvvisamente, però, la strumentazione tecnica impiegata per la ricerca inizia a dare risposte paradossali e in contrasto con tutto ciò che è stato scoperto fino ad oggi, creando grande agitazione. Alcuni fisici iniziano inspiegabilmente a togliersi la vita, tra cui proprio Vera, la figlia di Ye Wenjie, e alla giovane e bellissima Auggie Salazar inizia a comparire un conto alla rovescia visibile solo a lei, che la sta facendo impazzire. In questa storia scorgo dell’originalità e del potenziale, ma a costo di essere impopolare credo venga mal gestito. Vi sono un numero elevato di errori e incongruenze che non posso rivelare nel dettaglio, ma i conti per me non tornano nemmeno all’inizio. Scrivere o girare storie di fantascienza non autorizza a fare tutto, poiché tanto non è reale; ci vuole una coerenza interna, soprattutto dove si tenta di rendere plausibile qualcosa d’impossibile. L’impostazione su cui si regge la trama è stridente e, difatti, finisce per crollare e scadere nel ridicolo nell’ultimo episodio. Vi è un barlume di speranza dopo la spiegazione a metà della storia, che sembra dare un po’ di spessore alla trama, per poi precipitare nuovamente nel baratro. L’unico elemento positivo è che, benché la serie sia lenta, incuriosisce, anche solo per capire dove si voglia andare a parare, regalando comunque un epilogo deludende e inconcludente.

Recensione Supersex

Supersex è una miniserie italiana del 2024 diretta da Matteo Rovere, Francesco Carrozzini e Francesca Mazzoleni. Racconta dagli albori l’ascesa al successo di Rocco Siffredi. Rocco nasce a Ortona in una famiglia molto umile e vive avendo come modello suo fratello maggiore, Tommaso, che con l’ambizione di “fottere il mondo” s’inserisce ben presto in giri loschi. Rocco raggiunge il fratello a Parigi, dove scoprirà la gioia del sesso libero e muoverà i primi passi verso quella che sarà la sua carriera. Ho trovato i primi due episodi abbastanza ridicoli, in quanto paragonare un pornoattore a un supereroe mi sembra davvero troppo. Dopo il terzo episodio e il più che maldestro salto temporale in cui Rocco invecchia (solo lui) tutto di colpo, la trama mi è parsa più interessante e trovo che l’interpretazione di Alessandro Borghi abbia dato profondità ed eleganza al personaggio. Il cast nel complesso è ben scelto, in particolare mi hanno colpito positivamente Gaia Messerklinger nel ruolo di Moana Pozzi, Vincenzo Nemolato nel ruolo di Riccardo Schicci e Tania Garribba nel ruolo della madre di Rocco. In questa serie viene messo l’accento sui retroscena della vita di un personaggio molto chiaccherato ma anche invidiato e su come il porno possa non essere, nemmeno per un uomo, la carriera ideale. Una serie interessante che si sofferma anche su dinamiche intime, come il rapporto di succubanza che Rocco aveva con la madre e di come certi affetti non passano mai, anche se ci hanno danneggiato. Detto questo sono dell’idea che esistano personaggi più nobili che meritano visibilità. Rocco benché testimonial del liberismo sessuale ha sempre pensato solo al suo piacere e ai suoi scopi e in questo non ci vedo nessun superpotere ma l’ennesimo pedone in mano al capitalismo in cui tutto diventa lecitamente di uso e consumo.