Recensione di L’estate in cui imparammo a volare

L’estate in cui imparammo a volare è una serie tv statunitense che trae la sua ispirazione dalle saga omonima dei romanzi di Kristin Hannah. Racconta la storia della straordinaria amicizia tra due ragazze molto diverse, Tully e Kate. La prima con una storia familiare disfunzionale e complicata, la seconda proveniente dalla classica famiglia bene degli anni ’80. Particolare l’attenzione allo sviluppo del ruolo delle donne nella società. Tully, a dispetto delle sue origini svantaggiate riesce con determinazione a perseguire il tanto decantato sogno americano divenendo una star televisiva e la perfetta incarnazione del volere e potere. Kate invece rinuncia alla sua carriera professionale in nome della famiglia. In entrambi i casi però possiamo scoprire luci e ombre delle rispettive scelte e di come secondo l’autrice la via dell’amore e dell’amicizia alla fin fine è l’unica che porta alla vera felicità. Kate infatti, che professionalmente si è arenata vivendo all’ombra di Tully, diviene la vera star, amata dai pochi giusti che rendono la sua vita memorabile. Una storia dove l’ordinario diventa straordinario in cui la narrazione di un amicizia epica, possibile a mio avviso solo in libri e film, diventa il centro di vite vissute pienmente tra alti e bassi. Ho apprezzato molto questa serie, benchè talvolta mi infastidivano i troppi salti temporali e in certi momenti tendeva a diventare un pò noiosa. Il cast è semplicemente perfetto (forse anche troppo), amo in particolare Alissa Skovbye che interpetra Tully d’adolescente e anche Roan Curtis nel ruolo di Kate. Molto brave anche Katherine Heigl (Tully da adulta) e Sarah Chalke (Kate da adulta). Il finale è considerato da molti struggente e non posso negarlo, tuttavia nel complesso la serie celebra più la vita e i sentimenti che lo strazio della perdita. Per me una serie bene fatta.

Recensione Fabbricante di lacrime

La prima sensazione che ho avuto nel leggere questo testo è stata quella di avere davanti il libro di un esordiente senza editor. Dialoghi includenti, puntini di sospensione a caso come se piovesse e centinatia di pagine di descrizione degli stessi personaggi. Viene da chiedersi il perchè di tanto successo ma ancor di più perchè Salani (l’editore) al cospetto della “gallina grassa” non ha mosso un dito per correggere il tiro. Badate bene non voglio passare per una bacchettona tignosa che afferma che questi “sono libri per ragazzini ottusi e sgrammaticati“, ma per quanto ci abbia provato, anche fosse per pura curiosità sociologica a pagina 295 (ne ho percepite almeno mille) ho deciso di dire basta e mettere fine a questo strazio letterario. La trama è originale come le frasi di Paulo Coelho sotto le foto in bikini postate sui social. Ambientato in America con l’evidente lacuna che a dispetto del nome d’arte (immagino volutamente fuorviante), l’autrice è Italiana e naturalmente si percepisce perché della cornice viene detto poco o nulla. I protagonisti sono due orfani, lei super empatica e lui ultra narcisista: vengono adottati in coppia alla soglia della maggior età con una facilità con cui nella realtà non puoi prendere in affidamento nemmeno un gattino. In questo modo potrà così continuare il rapporto sempre più tormentato di attrazione e repulsione tra i due. Rigel ama Nica profondamente ma non sente di meritarala, lei ne è attratta ma lo fraintente in maniera idiota per metà romanzo in un tira e molla inconcludente fino allo sfinimento, in questo caso il mio. Più di una volta mi sono trovata a saltare pagine di descrizioni e a paventare la rinuncia. Detto ciò una parte di me è un pò triste poichè i personaggi non mi dispiacciono del tutto, ho trovato caratterizzazioni peggiori. Tuttavia un romanzo dovrebbe essere molto di più, soprattutto davanti al Fabbricante di lacrime che ha venduto più di 200000 copie. Continuo pertanto a non comprendere l’inspiegabile successo di questa autrice pur non sentendomi una lettrice pretenziosa o raffinata e ho deciso di dedicarmi ad altre letture magari meno virali ma più meritevoli d’attenzione.

Recensione Fiori per Algernon

Fiori per Algernon è un romanzo di fantascienza dallo scrittore e psicologo Daniel Keyes. Racconta attraverso l’espediente di un diario clinico la strana esperienza vissuta da Charlie Gordon, un ragazzo nato con un ritardo mentale e selezionato come cavia per una rivoluzionario intervento sperimentale volto ad accrescerne l’intelligenza. Il romanzo inizia in maniera insolita, con una scrittura sgrammaticata e infantile, fino a raggiungere con il progredire della storia alti livelli strutturali e di contenuto. Keyes combina in quest’opera la sua passione per la letteratura Science Fiction e per la psicologia, fornendo un quadro interessante della psiche umana e di come una vivacissima intelligenza da sola non può condurre l’individuo alla felicità. Penso che chiunque nella vita ha sperato almeno una volta di essere più perspicace e molto più capace e che questo gli avrebbe permesso di essere più vincente o persino di lasciare il segno. Charlie scoprirà a sue spese che talvolta la sua condizione iniziale era preferibile, poichè lo proteggeva dalle brutture della vita e dalla malignità insita nell’essere umano. Keyes inoltre punterà spesso l’attenzione su come i traumi dell’infanzia possano condizionare l’evoluzione dell’individuo più di quanto ci piacerebbe ammettere e di come una volta mangiata la prima mela della conoscenza non è comunque facile tornare indietro. Una storia struggente e geniale nella sua semplicità, che anche oggi dopo quasi sessant’anni è ancora attualissima, in un contesto storico edonistico come quello odierno che premia soprattutto l’apparenza e che maschera un vuoto emotivo, meschino e privo di speranza. Lessi questo racconto per la prima volta alle scuole superiori e sono felice di averlo riletto dopo molti anni a un età differente. Mi colpì allora e mi ha colpita oggi.

Recensione La Sirenetta

Non vado pazza per i live action, ma in qualche modo suscitano in me una certa curiostà. In questo caso si è puntato molto sul fatto che la sirenetta fosse di colore e che venisse rispettato l’ormai dogmatico principio dell’inclusività e della moderna sensibilità. Benchè Halle Bailey sia tenera e dolce avrei preferito vedere un’attrice più in linea con il personaggio classico del film d’animazione e non condivido l’idea del regista che la Bailey fosse l’unica scelta possibile. Per dare spazio al multietnismo avrebbero potuto mettere un attore di colore nei panni di Eric. A mio modo di vedere, per portare un esempio, Regé-Jean Page sarebbe stato molto meglio di Jonah-Hauer King. Le variazioni apportate alla pellicola sono quasi del tutto irrilevanti, persino peggiorative. Mi è spiaciuto vedere il castello di Re Tritone trasformato in una conference room subacquea, avrei voluto assistere allo spettacolo sonoro delle sorelle di Ariel trattate qui invece al pari di comparse. Inoltre, benchè sia favorevole ai cast multietnici, sono contraria a forme superficiali di sfruttamento dell’inclusività: nella fattispecie le stesse sorelle di Ariel son messe lì con entnie diverse e condividono gli stessi genitori sfidando la genetica e creando persino confusione nei piccoli spettatori. Deludono gli effeti speciali, non sempre sono bene fatti, l’emblema sono i sirenetti costruiti digitalmente in maniera fin troppo palese. Terribili le nuove canzoni così come la voce del doppiatore italiano del granchio Sebastian. Ho apprezzato il taglio della canzone le Les Poissons e del cuoco che però non è stata sostituita con qualcosa di significativo. Un nonsense cambiare il sesso a Scuttle al pari dell’introduzione del personaggio della regina madre. L’unico ruolo a mio avviso ben assegnato è quello di Melissa McCarthy nei panni di Ursula, che da sola fa acquistare molti punti a una pellicola che fa acqua da tutte le parti. Bella la ricostruzione della scena tra Eric e Ariel sulla barca al chiaro di luna e l’animazione della celebre canzone In fondo al mar. Per alcuni il film può sembrare noioso ma nel complesso, rispetto ad altri live action, merita di essere visto.

Il teschio parlante

Il secondo volume di Jonathan Stroud non ha deluso le mie aspettative, un degno sequel del primo capitolo, con il pregio di strutturare la storia in maniera da essere svincolata e indipendente dallo stesso. Anthony Lockwood, Lucy Carlyle e George Cubbins si troveranno alle prese con un incarico misterioso e un fantasma dal passato oscuro e raccapricciante. Ho trovato intrigante il personaggio del teschio parlante e Stroud riescie sempre a solleticare la curiosità del lettore. Non è facile fare episodi all’altezza del primo ma questo autore ci è riuscito. L’unica cosa che mi dispiace è che per il momento le traduzioni del testo in Italiano sono solo dei primi due capitoli, i successivi si trovano solo in lingua originale.