Recensione Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente

Hunger Games – La ballata dell’usignolo e del serpente è il film prequel della famosa saga di fantascienza Hunger Games diretta da Francis Lawrence e ispirata al libro omonimo di Suzanne Collins. In questo episodio viene focalizzata l’attenzione sul giovane Coriolanus Snow (Tom Blyth) e su quella che può essere definita la genesi del male. In quest’epoca, gli Hunger Games, giunti alla decima edizione, stanno inizando a perdere consensi a Capitol City e non sucitano più interesse nelle persone. S’intuisce che il governo è in mano agli strateghi e Snow sta completando gli studi per diventare uno strarega lui stesso. La famiglia Snow tuttavia, un tempo elitaria, temibile e benestante, versa in una situazione economica precaria. Il decano dell’accademia, Casca Highbottom (Peter Dinklage), nutre un odio ancestrale nei confronti del giovane Snow e per evitargli la vincita di una prestigiosa borsa di studio decide di lanciare un’ultima sfida agli studenti dell’accademia: introduce il ruolo di mentore e assegna a ogni alievo un tributo al fine di trasformare i giochi in uno spettacolo televisivo a cui appassionarsi. A Snow viene assegnata una giovane del distretto 12 (lo stesso di Katniss e dove il padre di Snow è stato ucciso), Lucy Gray Baird (Rachel Zegler). La ragazza appare sin da subito particolare e di carattere, ma d’indole buona. Benchè nel complesso il film mi sia piaciuto ho non poche perplessità. Ciò che mi ha delusa di più è la mancanza di profondità sul sentimento che nasce tra Lucy e Coriolanus. Vi sono state delle lungaggini inutili e ridondanti sui giochi e superficale attenzione all’amore tormentato e impossibile tra i due protagonisti, che a mio avviso era il core del film. Lawrence avrebbe avuto l’opportunità di orchestare una vera disillusione e disincanto dall’amore ma non lo ha fatto, come se l’amore e l’intimità fossero più scabrosi della violenza, a cui è stato dato inutilmente fin troppo spazio. L’epilogo mi è parso debole e confuso e mi ha fatto riflettere parecchio sulle intenzioni della regia: “se sono le cose che amiamo di più a distruggerci” bisognava ricreare un amore con la A maiuscola ma il regista e/o forse anche l’autrice stessa non sono riusciti nell’impresa. A dispetto di questo, gli attori principali Tom Blyth e Rachel Zegler, sono stati bravi, degna di nota anche Hunter Schafer che benchè in un ruolo secondario si fa notare. Gli altri tributi e gli studenti dell’accademia sono fin troppo anonimi e non mi ha convinto Josh Andrés Rivera nel ruolo di Seianus Plinth, personaggio secondario ma rilevante che un attore con un talento paragonabile a quello della Schafer avrebbe gestito meglio. Peter Dinklage ovviamente è una garanzia. Ho qualche dubbio su Viola Davis, forse perchè non ho amato lo strano e ambigo personaggio di Volumnia Gaul e ho trovato ridicolo Jason Schwartzman, la cui interpretazione è troppo statica, ridicola e ugale a sé stessa.

Recensione La caduta della casa degli Usher

“Una delle cose che preferisco degli umani: carestie, povertà, malattie, potreste risolvere tutto quanto. Solo con il denaro. E non lo fate. Insomma, se sottraeste un briciolo di tempo ai vostri futili viaggi, alle crociere di piacere, alla milionaria corsa allo spazio. Diamine, se smetteste di fare film e TV per un anno e spendeste i soldi per ciò che è necessario, potreste risolvere tutto e ve ne avanzerebbero.“ Monologo Verna episodio 8

La caduta della casa degli Usher è una mini serie tv del regista Mike Flanagan. Ogni episodio s’ispira a un racconto o a una poesia di Edgar Allan Poe, avendo tuttavia una trama complessiva che si costruisce episodio dopo episodio. Il protagonista della storia è Roderick Usher il capostipite di una delle famiglie più ricche d’America grazie alla commercializzazione del Ligodone, un controverso farmaco prodotto dalla casa farmaceuatica che amministra insieme alla sorella Madeline Usher. Roderick ha sei figli, spesso il frutto di storielle occasionali, di cui si fà carico ma che in un modo o nell’altro cerca di mettere in competizione sul piano a lui più caro, quello del business. I primi due episodi sono il più grande deterrente della serie. Vengono messe sul fuoco troppe cose tutte insieme: flashback frammentati, troppi personaggi sconosciuti e una chiave di lettura che in parte è realistica e in parte no, creando molta confusione e in certi casi perfino la sospensione della visione. A questo giro tuttavia sono felice di aver tenuto botta poichè penso sia una serie horror davvero ben fatta. La caduta della casa degli Usher non parla difatti dei mostri classici, ma di quelli che abitano ognuno di noi, salvando poche e rare eccezioni. Benchè la serie ricalchi alcuni fatti tristemente reali come l’epidemia Usa da abuso di oppioidi non vuole essere un documentario come Painkiller, ma l’espediente per dare un volto al lato oscuro del capitalismo, in questa costante guerra tra sopravissuti, nella maggior parte dei casi privi di empatia, morale e umanità e il resto del mondo. La serie però non condanna tutta l’umanità, quà e là trova anime redenti (Juno Usher e Morelle Usher) o eroi veri come Auguste Dupin che a dispetto della scalata impossibile verso la giustizia non perdono la speranza, percepita dagli Usher come una debolezza ma probabilmente la forza più resiliente a disposizone di chi vuole credere che un mondo migliore sia possibile.

Recensione di “Mia madre è un fiume”

Questo è il romanzo d’esordio di Donatella Di Pietrantonio, un’autrice che ha fatto parlare di sè arrivando persino a essere tra i candidati al premio Strega con il romanzo Bella mia e vincendo diversi premi importanti con quasi ognuno dei suoi testi. Detto questo, devo dire che questo piccolo ma intenso romanzo mi ha messa in difficoltà, tutt’ora non so dire se mi è piaciuto o se ne ho colto il senso. A mio avviso rientra in quella che viene considerata la letteratura “saputa”, che parla di cose modeste in modo aulico e che alterna prosa a poesia. In molti punti mi sono persa e lo stile continuo senza dialoghi in alcune fasi mi è un pò pesato. Il testo mi ha ricordato lo stile usato da Teresa Ciabatti in Sembrava bellezza, ricco di flussi di coscienza pesanti e brutali. Non nego che ci siano contenuti di spessore e credo che l’autrice meriti il suo successo, avvenuto tra l’altro in tarda età, altro elemento che me la rende simpatica, poichè in contrasto a quanto dice King in On writing qualche eccezione per fortuna c’è. Le pagine di Donatella mi hanno fatto pensare ai racconti d’infanzia di mio padre, a quella vita rurale, ignota e surreale per la gente di città. Una realtà regolata dalle stagioni, dalle colture e dall’allevamento degli animali, in cui sgozzare un maiale e spennare un pollo per mangiare è più che normale oggi come allora. Un testo che mi ha emozionato e in certe fasi anche angosciato e benchè la lettaratura ha questo scopo avrei preferito in questo periodo qualcosa di diverso, più un’evasione che un’invasione com’è poi accaduto.

Recensione L’età dello Tsunami

Per me leggere è evasione, svago e divertimento pertanto non amo moltissimo i libri di auto-aiuto o simili. Negli anni tuttavia ne ho presi diversi ma di rado sono arrivata a leggerli nella loro interezza questo perchè spesso i consigli che vengono dati sono troppo astratti e poco pratici. Benchè anche questo testo per certi aspetti non sia diverso ne ho apprezzato l’idea di usare i film come strumento neutro di comunicazione. Vedere dei film che trattano questa fase di vita diventa in primo luogo un buon momento per passare insieme del tempo e uno spunto concreto per aprire un dialogo costruttivo su certi argomenti o comportamenti. Devo inoltre confessare che dopo la lettura mi sento più tranquilla poichè certi comportamenti che trovavo inspiegabili in mio figlio sono stati puntualmente giustificati dal testo, ho così realizzato che gli stessi non sono il frutto di una “cattiva” educazione ma di una normale fase dello sviluppo. Lo consiglio dunque a chi ha un figlio o una figlia in questa fase d’età (fascia che nel testo viene fatta coincedere con l’inzio delle medie ma che in certi casi può avvenire un pò prima o un pò dopo), non perchè sia una bacchetta magica o doti di pazienza supplementare che non guasterebbe, bensì perchè in grado di sciogliere certi dubbi e lacune su una fase di vita poco discussa ma molto significativa per la formazione dell’individuo.

Recensione di One Piece

One Piece è una serie televisiva nippo-statunitense del 2023 creata da Matt Owens e Steven Maeda ispirata dalla serie manga di Eiichirō Oda. Quando ho realizzato che ne avrebbero fatto un live action ho pensato che il rischio di assistere a uno scempio fosse altissimo. I registi sono stati invece bravissimi e hanno selezionato il cast perfetto e investito in effetti speciali ben fatti. I personaggi sono molto somiglianti a quelli dei fumetti e vi è stata un’attenzione particolare ai trucchi e ai costumi. Monkey D. Luffy (Iñaki Godoy Jass), il protagonista della storia, è un eterno Peter Pan, un bambino grande che vive del suo sogno assurdo di diventare il re dei pirati e trovare il famigerato tesoro di Gold Roger, il One Piece. Questa condizione lo salva dalle brutture della realtà e gli fa mantenere positività nei confronti della vita. In questa prima serie Luffy recluterà i componenti della sua ciurma risvegliando in oguno di loro il bambino interiore sopito. Oltre ai compagni di avventura di Luffy, ne ho apprezzato molto anche gli antagonisti in particolare, Bagy il Clown e il capitano Arlong. In questa serie si assiste alla vera magia del live action, un cartoon che prende vita. Pur non essendo mai stata una grande fan della serie animata, devo dire che questo telefilm a dispetto della trama un pò semplicistica, strampalata e priva di una vera coerenza interna, mi è piaciuto moltissimo e sono dispiaciuta che la seconda stagione sia ancora in fase di lavorazione.